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15/09/25

Donna vita libertà e il suo impatto irreversibile sulla società iraniana

 Nel terzo anniversario della nascita del movimento “Donna, Vita, Libertà”, l’Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane, affiliata alla Federazione Democratica Internazionale delle Donne, rileva l’impatto irreversibile che esso ha avuto sul clima politico, sociale e culturale della società iraniana.

Foto Woman Life Freedom

Il 15 settembre 2025, fanno tre anni da quando il grande movimento nazionale "Donna, Vita, Libertà" ha scosso le fondamenta medievali del governo della Repubblica Islamica in un modo senza precedenti. Questo grande movimento è nato dalle proteste di massa per l'uccisione di Zhina (Mahsa) Amini, una giovane donna originaria del Kurdistan, la terra degli eroi, colpevole del "crimine" di "hijab inappropriato". Dopo i tentativi dei capi del regime di insabbiare questo orribile crimine, il movimento ha segnato l'inizio di una trasformazione irreversibile nel nostro Paese. 

Una rivolta nazionale nota come movimento "Donna, Vita, Libertà" (chiamato anche “movimento Zhina”) è emersa sotto la guida e la bandiera delle donne, delle ragazze e dei giovani coraggiosi iraniani, sostenuto dalla solidarietà popolare. Si è diffuso rapidamente in molte città grandi e piccole, coprendo più di 200 città, in breve tempo, e ha esercitato una profonda influenza sul cambiamento e sulle lotte per la libertà del nostro popolo. Come risultato di queste lotte si è verificato un cambiamento radicale, in particolare nel superare la paura di affrontare l'oppressione e di sfidare l'Islam politico. Questo cambiamento è stato, e rimane, così profondo che oggi la stragrande maggioranza della società iraniana rifiuta fermamente le leggi reazionarie e le rappresentazioni decadenti dell'Islam politico, come l'esclusione delle donne dalla vita pubblica, il velo obbligatorio, l'interferenza della religione nello Stato e le leggi che considerano le donne cittadine di seconda classe.


Il movimento nazionale "Donna, Vita, Libertà", che affonda le sue radici nei precedenti movimenti popolari (2009, 2017, 2019) e prosegue la tenace lotta di oltre un secolo delle donne contro l'umiliazione, la subordinazione e la discriminazione strutturale insita nelle leggi civili derivate dalla giurisprudenza islamica – in particolare nel suo "Discorso" – è riuscito a determinare un cambiamento decisivo, a partire dalla rivolta delle donne che hanno affrontato l'apartheid di genere istituzionalizzato dal sistema teocratico e il suo legame con la discriminazione e l'oppressione che colpiscono tutti gli ambiti della società – donne e uomini – e violano la dignità umana.


Infliggendo una forte scossa alla società patriarcale iraniana, questo movimento è riuscito a trasformare la mentalità della società, con un profondo cambiamento culturale e intellettuale, e a promuovere un discorso egualitario e una lotta contro ogni forma di dittatura. Questo perché, con le sue politiche misogine e l'apartheid di genere, il regime teocratico non solo ha intensificato la repressione delle donne e ha limitato i loro ruoli a quelli di "madri" e "mogli", ma anche, attraverso il controllo dei "corpi delle donne" (la cui manifestazione più visibile è l'imposizione dell'"hijab obbligatorio" e delle sue conseguenze), ha esteso e consolidato il controllo, la violenza e il dispotismo in tutta la società.


A tre anni dalla svolta storica impressa dal movimento "Donna, Vita, Libertà", il suo impatto sul clima politico, sociale e culturale dell'Iran continua. Dopo la sanguinosa repressione della rivolta di Zhina e la sua evoluzione in altre forme di lotta, la persistente resistenza di donne e ragazze per affermare il diritto di scegliere il proprio abbigliamento e persino il proprio stile di vita – inclusa la rivendicazione degli spazi pubblici¹ – ha, oltre a risultati concreti, elevato le legittime rivendicazioni delle donne a una richiesta pubblica generale e ha lasciato effetti duraturi sullo sviluppo della società. In questo modo, si è aperto un nuovo capitolo nella lotta del nostro popolo contro il dispotismo e contro le pratiche decadenti e superstiziose che degradano le donne a cittadine di seconda classe e ne violano la dignità umana.


Durante le proteste della rivolta "Donna, Vita, Libertà" e nelle sanguinose repressioni avvenute durante e dopo di essa, la Repubblica Islamica ha ucciso decine di coraggiosi figli e figlie della nostra patria, tra cui bambini e adolescenti, o li ha condannati a morte per impiccagione nei processi farsa della sua magistratura.² L'ultimo caso è l'esecuzione di "Mehran Bahramian", una delle manifestanti della rivolta "Donna, Vita, Libertà" del 2022, la cui condanna a morte è stata eseguita il 6 settembre 2025.

Eppure, nonostante tutti gli sforzi del regime per reprimere brutalmente questa rivolta popolare, la lotta generale del nostro popolo, in particolare la lotta delle donne contro la reazione al potere, non si è fermata. È continuata in altre forme, come testimoniano ora le proteste quotidiane di lavoratori, insegnanti, infermieri e altre categorie della classe operaia, nonché degli oppressi in tutta la società. 


Il tentativo del regime di bloccare questa crescente tendenza alla lotta attraverso condanne a morte – in particolare per prigionieri politici e di coscienza e donne coraggiose come "Sharifeh Mohammadi", "Pakhshan Azizi" e "Varisheh Moradi", accusate del reato medievale di "baij" (ribellione armata) – tradisce la sua paura delle lotte delle donne e di altre forze popolari in corso in tutta la nostra patria. Le donne sono pilastri fondamentali delle lotte per la libertà e la giustizia volte a portare un cambiamento radicale nel Paese.

Negli ultimi anni, nonostante tutte le pressioni, le restrizioni e la repressione – e nonostante gli arresti e le lunghe condanne – le donne della nostra patria hanno portato avanti importanti campagne e hanno svolto un ruolo significativo nel sensibilizzare l'opinione pubblica e la coscienza di genere. I prigionieri politici in Iran – in particolare le donne – sono stati e rimangono chiari simboli di resistenza e lotta. Con campagne come "No alle esecuzioni", hanno oggi trasformato le prigioni in un bastione contro la dispotica Repubblica Islamica.

In occasione del terzo anniversario del movimento "Donna, Vita, Libertà", mentre lo spettro della guerra aleggia di nuovo sulla nostra patria e sulla regione, il nostro popolo ha chiaramente dimostrato di non volere la guerra. Gli indicatori sociali ed economici che caratterizzano la vita delle persone indicano tutti una crisi profonda e diffusa, una crisi derivante da politiche economiche distruttive attuate dal regime stesso, incapaci di risolvere gravi problemi come l'inflazione, la povertà e la corruzione, o la carenza di acqua ed energia che colpiscono la vita presente e futura delle persone.


L'insoddisfazione popolare per lo status quo – unita alla minaccia di una nuova guerra, a sanzioni rovinose, alla diffusione della povertà e della disoccupazione, alla corruzione strutturale, alla mancanza di prospettive future per i giovani, alla fuga dei cervelli, alla distruzione ambientale e altro ancora – ha spinto la gente a chiedere un superamento del regime misogino e dispotico che è il principale responsabile di tutte queste politiche antipopolari e del saccheggio delle risorse naturali e umane. Una transizione che non si realizza per mano di potenze straniere – che, per i loro interessi predatori, hanno sempre ostacolato il progresso della società in momenti storici critici – né dei loro agenti, ma grazie all'inesauribile forza del popolo iraniano.

 

Nel terzo anniversario della rivolta "Donna, Vita, Libertà", mentre onoriamo la memoria imperitura di tutte le coraggiose martiri di questo movimento popolare, l'Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane crede fermamente che la brutale repressione non salverà il disperato e dispotico regime teocratico dall'inevitabile collasso. Il patriarcato e la sottomissione delle donne sono sempre stati indissolubilmente legati agli interessi del potere dispotico, allo sfruttamento e all'accumulo di ricchezza. 

La liberazione da questo ciclo infernale di discriminazione e disuguaglianza imposto alle donne dai regimi capitalisti tirannici richiede un cambiamento radicale e un lavoro culturale costante. L'enorme impatto che la grande rivolta "Donna, Vita, Libertà" ha avuto sull'atmosfera politica, sociale e culturale dell'Iran ha indubbiamente spianato la strada a questo arduo e difficile cammino. Il rafforzamento delle istituzioni e ampi sforzi verso un'azione collettiva e organizzata che utilizzi diverse forme di lotta – insieme alla lotta collettiva e all'azione coordinata della potente forza delle donne e di altre forze progressiste popolari – possono creare le condizioni per una fuoriuscita dalla dittatura al potere.

Il raggiungimento della parità di diritti, la liberazione dall'oppressione di genere e di classe e la risoluzione di problemi quali povertà, disoccupazione e distruzione ambientale possono essere realizzati solo attraverso cambiamenti radicali.

Onore alla memoria delle centinaia di coraggiose martiri della rivolta Donna, Vita, Libertà!


24/05/25

Il femminismo in tempo di guerra: la lotta delle donne per la pace e l'uguaglianza ieri e oggi

 In uno scenario di guerre, il femminismo deve difendere il diritto a una vita dignitosa, nell'uguaglianza e senza violenza. La pace non è solo un desiderio: è anche una lotta femminista

Foto: Ben Schumin / CC BY-SA 2.0

di Cristina Simó Alcaraz *

Ottant'anni fa, in un mondo devastato dalla Seconda Guerra Mondiale, donne di diversi paesi si riunirono per fondare la Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM). Questa organizzazione, nata nel 1945 al Congresso delle donne di Parigi, propugnava non solo l'emancipazione delle donne, ma anche la pace globale e la giustizia sociale. La sua creazione fu una risposta al fascismo e all'autoritarismo, guidata da donne che avevano resistito in clandestinità, erano sopravvissute ai campi di concentramento o avevano combattuto nei movimenti partigiani.

La FDIM è nata dall'esperienza traumatica della guerra. Molte delle sue fondatrici erano state attive nella lotta contro il nazismo: dalle donne della Resistenza francese alle partigiane italiane e jugoslave come Vida Tomšič. Altre, come la scienziata Eugénie Cotton, avevano affrontato l'occupazione nazista dalla clandestinità. Queste donne capirono che la pace non era solo l'assenza di guerra, ma la costruzione di un mondo senza oppressione di genere, classe o razza.

I suoi obiettivi erano chiari: parità di retribuzione, accesso all'istruzione, diritti riproduttivi, disarmo nucleare e solidarietà con i popoli oppressi. La FDIM è stata determinante nel far istituzionalizzare l'8 marzo come Giornata internazionale della donna e nel far dichiarare il 1975 come Anno internazionale della donna dalle Nazioni Unite.

Le donne spagnole nella FDIM

In America Latina e in Europa, la FDIM ha svolto un ruolo cruciale grazie alle donne comuniste spagnole esiliate dopo la sconfitta repubblicana del 1939. Dolores Ibárruri, la Pasionaria, vicepresidente della FDIM, è stata una figura centrale, insieme ad altre come Isidora Dolado, Carmen de Pedro ed Elisa Úriz Pi, che denunciarono la tortura dei prigionieri politici sotto il franchismo.

L'Unione delle donne spagnole (UME), legata al PCE, coordinò le campagne internazionali contro la dittatura. Negli anni ‘60 e ‘70, la FDIM sostenne il Movimento Democratico delle Donne (MDM), che collegava clandestinamente il femminismo spagnolo con le lotte globali. Il suo approccio combinava classe, genere e anti-imperialismo, prendendo le distanze dal femminismo liberale.

Il femminismo di fronte alle guerre del XXI secolo

Oggi, in un mondo segnato da guerre scatenate dall'imperialismo statunitense, l'eredità della FDIM è più urgente che mai. Gli Stati Uniti, nella decadenza della loro egemonia, provocano conflitti per mantenere il loro dominio: dall'Ucraina (per indebolire la Russia) a Gaza (a sostegno del genocidio sionista), passando per le invasioni dell'Iraq e dell'Afghanistan, i colpi di stato in America Latina (Bolivia, Venezuela, Nicaragua) e le sanzioni contro Cuba, Iran e Corea del Nord.

Le donne sanno che in guerra non ci sono diritti. La militarizzazione dirotta le risorse dalla salute, dall'istruzione e dall'assistenza alle armi, rafforzando il patriarcato e la violenza sessista. La mascolinizzazione delle società in guerra approfondisce l'oppressione femminile, come dimostra l'ascesa dell'estrema destra misogina, pilotata da figure come Trump e i suoi alleati europei.

Per un femminismo antifascista e per la pace

Alla luce di queste considerazioni, è necessario:

  • Recuperare lo spirito del FDIM: l'unità internazionalista contro il fascismo.
  • Contribuire alla costruzione di un grande movimento per la pace e chiedere soluzioni diplomatiche invece di guerre, nel rispetto dell'autodeterminazione dei popoli.
  • Denunciare la militarizzazione e il riarmo, che perpetuano la disuguaglianza e disumanizzano le società.
  • Rafforzare le reti femministe transnazionali, come fecero le comuniste spagnole in esilio.

Le comuniste spagnole, eredi dell'MDM e della FDIM, continuano ad essere un ponte tra donne provenienti da diverse regioni del mondo. In uno scenario di guerre, il femminismo deve difendere il diritto a una vita dignitosa, nell'uguaglianza e senza violenza.

Come diceva Dolores Ibárruri: "È meglio morire in piedi che vivere in ginocchio". Oggi, quello slogan si traduce nel fermare le guerre, il genocidio, l'avanzata fascista e porre fine al capitalismo predatorio. La pace non è solo un desiderio: è anche una lotta femminista.

*Responsabile Area femminismo del PCE

 Questo articolo è pubblicato in: mundoobrero.es del 22/05/2025



01/05/25

POGO (Cipro) / Il Primo Maggio è una voce di resistenza e una promessa di lotta

Con la solidarietà e l’azione organizzata – scrive il Movimento pan-cipriota delle donne (POGO) – continuiamo a lottare per un mondo senza sfruttamento, senza disuguaglianze, senza oppressione.



La Giornata Internazionale dei/delle Lavoratori/Lavoratrici è un giorno di commemorazione, celebrazione e continuità. Un giorno per ricordare le sanguinose lotte della classe operaia in tutto il mondo. Un giorno per onorare coloro che si sono opposti allo sfruttamento, lottando per un lavoro dignitoso, la giornata lavorativa di otto ore, la contrattazione collettiva, la previdenza sociale e la parità di diritti. E un giorno di continuità, perché lo sfruttamento persiste e le lotte rimangono attuali e necessarie. 

A Cipro, nel 2025, le donne lavoratrici continueranno ad affrontare gravi difficoltà sul posto di lavoro. Il divario retributivo di genere è salito al 12,2%, secondo gli ultimi dati Eurostat. Ciò significa che per ogni euro guadagnato da un uomo, una donna guadagna in media solo 88 centesimi, pur svolgendo un lavoro di pari valore. 

Inoltre, le donne hanno meno probabilità di essere impiegate a tempo pieno rispetto agli uomini (52% contro 65%), mentre il tasso di occupazione part-time tra le donne si attesta al 10,6%, rispetto al 5,5% degli uomini. Queste disuguaglianze riflettono le barriere strutturali che le donne continuano ad affrontare nel mercato del lavoro. 

Il Movimento delle Donne di POGO è in prima linea nella lotta per l'uguaglianza, la giustizia e la liberazione sociale. Non scendiamo a compromessi con lo sfruttamento, né accettiamo le strutture oppressive che perpetuano la disuguaglianza nel lavoro e nella vita. Chiediamo un lavoro dignitoso per tutti, parità di retribuzione per pari lavoro, servizi di assistenza pubblici e gratuiti e rispetto del lavoro e della dignità umana. 

Il Primo Maggio è una voce di resistenza e una promessa di lotta. Con solidarietà e azione organizzata, continuiamo a lottare per un mondo senza sfruttamento, senza disuguaglianze, senza oppressione.

Movimento pan-cipriota delle donne (POGO) 

#1May2025
 

05/12/23

CARISSIMA MARISA

Saluto di Maura Cossutta, presidente della Casainternazionale delle donne di Roma, a Marisa Rodano (Chiesa di San Giovanni a Porta Latina – 4 dicembre 2023)

Marisa Cinciari Rodano - Foto ANPC Nazionale

Carissima Marisa, ti porto l’abbraccio di tutte le donne della Casa Internazionale delle donne, delle tue amiche, delle compagne che ti hanno conosciuto e che ti hanno tanto amato.

Ti abbiamo festeggiato proprio nella Casa per i tuoi 100 anni, con tanti ricordi, con le tue interviste, con il corto bellissimo realizzato da Noi Donne, dove, con il tuo sorriso dolce e con il tuo modo di parlare calmo e sereno, ci hai raccontato la tua vita. Una vita straordinaria. Sei stata protagonista delle lotte per i diritti e per le libertà delle donne e sei stata protagonista della storia della nostra Repubblica, democratica e antifascista.

Democratica proprio perché antifascista.

E tu la scelta antifascista l’hai fatta. Istintivamente, fin da bambina, quando mal sopportavi i privilegi di una famiglia borghese, e poi da ragazza quando ti sentivi a disagio nelle adunate vestita con la divisa dei Giovani Balilla. Ma l’hai fatta poi consapevolmente, al liceo, grazie all’incontro con insegnanti antifascisti. Ed è stato così per tanti altri giovani, come mio padre, che divenne proprio al liceo un giovane antifascista. Una scelta di vita definitiva, dall’impegno attivo nella Resistenza come staffetta, fino alla clandestinità.

 È stata una scelta di libertà - la tua - per la libertà di tutti. Ma anche scelta di coraggio, di rottura con la tua famiglia, che tu hai raccontato in modo semplice, senza enfasi: «Per me - hai detto - è stato normale perché era giusto».

Questa tensione ideale non l’hai mai perduta ed è diventata passione per la politica, sempre intesa come politica alta, strumento per cambiare il mondo.

Ci hai raccontato le tue esperienze, quelle che hanno lasciato il segno nella tua vita, penso al carcere e all’incontro con le carcerate - “quasi tutte colpevoli di aver abortito”, ai Gruppi di Difesa della Donna e poi all’UDI, che hai fondato (ed è tua l’invenzione della mimosa come simbolo della Giornata Internazionale della donna, per il primo 8 marzo dopo la Liberazione). E poi nelle istituzioni (sei stata la prima vicepresidente della Camera, senatrice, europarlamentare) e sempre nel movimento delle donne, di cui hai seguito tutti i passaggi, dalle battaglie per la parità, per l’emancipazione e poi per la liberazione delle donne.

Quindi donna partigiana, donna della Resistenza, donna della Repubblica, donna delle istituzioni e del movimento.

Donna del Novecento, che hai attraversato con i suoi orrori e con le sue straordinarietà, prima fra tutte la rivoluzione delle donne, con tutte le sue conquiste, dal diritto di voto alla democrazia paritaria, che le femministe chiamano democrazia sessuata.

Donna del Novecento, ma anche contemporanea, che ha sempre mantenuto lo sguardo sul mondo. Ieri, per la difesa dei diritti delle donne africane, nella Conferenza di Nairobi e poi di Pechino, per la difesa del popolo Sahrawi. E oggi, contro tutte le guerre, per la pace.

Cattolica “ma molto di sinistra” - ti definivi così - hai contribuito a costruire il Partito Comunista Italiano, insieme a tante donne con cui sei sempre rimasta in contatto. Sempre con spirito unitario, aperto, sottolineando le diversità ma mai “contro”. Sempre vicino alle donne, senza giudizio, senza pregiudizio (qualità preziosa quanto rara).

Cattolica, madre di 5 figli, hai fatto la battaglia per il divorzio e per l’aborto, sempre denunciando il dominio della cultura e dell’organizzazione sociale patriarcale. Alle ragazze ti sei sempre rivolta dicendo loro di non chiudersi nel privato, di non pensare solo alla famiglia, ma di tenere stretti i loro sogni.

Oggi eri preoccupata, molto preoccupata. Per la perdita della memoria, delle ragioni stesse alla base della nostra democrazia; per il fascismo e il nazismo dentro i confini dell’Europa; per l’arretramento delle condizioni di vita delle donne; per i venti di guerra.

Allora, carissima Marisa, noi ci impegniamo a rispettare questa storia, ed a seguire il tuo esempio, perché ci hai insegnato che per tutti, ma soprattutto per noi donne, la difesa della democrazia e la speranza del cambiamento ha bisogno di ognuno e ognuna di noi.

Grazie Marisa, sarai sempre una di noi.

26/02/23

Anniversari / 𝘕𝘢𝘥𝘦𝘻𝘩𝘥𝘢 𝘒𝘳𝘶𝘱𝘴𝘬𝘢𝘺𝘢


 Il 26 febbraio 1869, 154 anni fa, nasceva Nadezhda Krupskaya, che fu tra i fondatori e principali ideologi del sistema di istruzione pubblica sovietico (anche se universalmente più nota come moglie di #Lenin).

Fin da quando aveva 21 anni, Nadezhda si dedicò a promuovere corsi serali di alfabetizzazione e di matematica per gli operai. Nel suo libro di memorie "Ricordi su Lenin" racconta che viveva in via Staro-Nevsky e che Lenin andava lì la domenica "per ascoltare i miei interminabili discorsi sul mio lavoro a scuola e nelle fabbriche vicine", cosa che a Lenin interessava "per conoscere le condizioni della classe operaia”.

Nadezhda ricorda che, quando non teneva comizi operai o non leggeva e scriveva compulsivamente, il leader rivoluzionario insegnava a lei e alla sua cerchia «a usare l'inchiostro invisibile e a lasciare messaggi in codice nei libri utilizzando un codice particolare». Dato che la polizia non gli toglieva gli occhi di dosso, in qualche occasione avevano dovuto viaggiare insieme sullo stesso vagone fingendo di non conoscersi.

Nel 1896 Lenin le chiese di sposarlo quando erano entrambi stati condannati per le loro attività sovversive, sicché partì per la #Siberia, a Shushenskoye, con sua madre e carica di libri che Lenin aveva richiesto. In Siberia, tagliati fuori dal mondo, Lenin e Krupskaya lavorarono fianco a fianco. Lì Nadezhda scrisse “La donna lavoratrice”, un opuscolo di propaganda scritto in un linguaggio diretto e rivolto ai lavoratori, in cui difendeva la funzione liberatrice del lavoro delle donne e sosteneva la realizzazione del socialismo come unico modo per porre fine alla discriminazione contro le donne. È considerato il primo testo marxista che affronta specificamente la condizione delle donne in #Russia.

Con l'inizio del XX secolo, Ginevra divenne la loro nuova residenza. Lì, nel 1903, Nadezhda divenne coordinatrice del comitato di redazione della rivista rivoluzionaria "Iskra", la scintilla con cui Lenin volle infiammare il proletariato europeo mentre si spostava attraverso la Finlandia, il Regno Unito e la Francia, oltre che per alcuni periodi in Russia nel 1905.

Senza saperlo, Krupskaya stava creando il tessuto di quello che sarebbe poi diventato il partito bolscevico, del quale sarebbe stata segretaria e tesoriera. Fu anche promotrice della Giornata internazionale della donna, che fu celebrata per la prima volta in Russia nel 1913. Seguì lo sciopero di massa dell'8 marzo 1917 delle lavoratrici tessili di San Pietroburgo.

«Quando arrivò la notizia che era scoppiata la rivoluzione – racconta nelle sue memorie – Ilyc non riusciva più a dormire: era in atto il più improbabile dei suoi piani».

La prima passione politica della Krupskaya, fin da adolescente, era stata la teoria dell'educazione democratica dello scrittore russo Leone Tolstoj, secondo cui la scienza doveva essere democraticizzata e messa al servizio del popolo, invece di usarla come arma di dominio e sfruttamento da parte dell'élite. Così s’impegnò nel miglioramento dell'istruzione a tutti i livelli della società russa e fu nominata alla direzione del Dipartimento dell'Istruzione quando il partito bolscevico salì al potere in Russia, dove propugnò l’idea della nascita di una nuova letteratura come “potente strumento di educazione socialista", che sostituisse quella “ideologicamente dannosa e obsoleta” che riempiva le biblioteche.

Quando Lenin si ammalò gravemente e rimase parzialmente paralizzato, Nadezhda si dedicò a fargli recuperare l’uso della parola e della scrittura.

Dopo il 70° compleanno, i medici diagnosticarono a Nadezhda un'appendicite acuta, che si trasformò in peritonite. Non si riprese più. Fu sepolta in una nicchia nelle mura del #Cremlino a #Mosca.

#BrujaDeLaNoche

20/01/23

Buon compleanno, Marisa Cinciari Rodano!

Marisa Cinciari Rodano - Foto Enciclopedia delle donne

Il 21 gennaio Marisa Cinciari Rodano compie 102 anni! Una vita vissuta con straordinario impegno e passione,
dalla Resistenza antifascista, la fondazione dell’Unione donne italiane (Udi) e della Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIF), alla lunga e intensa attività politica, culturale e sociale, sempre dalla parte delle classi lavoratrici e delle donne. 


Nata a Roma il 21 gennaio 1921, è stata attiva nella resistenza antifascista fin dagli anni del liceo e dell’Università. Viene arrestata nel maggio 1943 per attività sovversiva e detenuta per qualche tempo nel carcere femminile delle Mantellate. Entra nei Gruppi di difesa della donna che nel periodo della lotta di liberazione nazionale svolgono attività di controinformazione, assistenza ai combattenti partigiani e loro alle famiglie dei caduti, mobilitazione delle donne nei luoghi di lavoro; organizzazione di manifestazioni e scioperi contro la guerra e contro la fame.

I Gruppi di difesa della donna, riconosciuti ufficialmente nel 1944 dal CLN, pubblicano e diffondono i primi numeri del foglio clandestino Noi donne, che in seguito diventerà il periodico dell’Udi, con l’obiettivo di incoraggiare e organizzare le donne alla resistenza contro i nazifascisti. Si attivano anche nelle elezioni amministrative locali e partecipano con proprie rappresentanti alle giunte popolari formate nelle zone liberate e nelle repubbliche partigiane.


Marisa è attiva nella lotta clandestina della capitale nel periodo dall’8 settembre 1943 al 4 giugno 1944 in quella che, nella sua autobiografia Memorie di una che c’era, definisce la sua “resistenza senza armi”. Nel 1944 sposa l’intellettuale comunista Franco Rodano e dopo la liberazione si iscrive al Partito Comunista Italiano.

Nel dicembre 1945 è la più giovane tra le delegate italiane al congresso fondativo dellaFederazione Democratica internazionale delle Donne, a Parigi, insieme a CamillaRavera, Ada Prospero Gobetti e numerose altre donne che negli anni seguenti sarebbero divenute altrettante protagoniste della storia politica italiana.

Dopo la nascita della repubblica, viene dapprima eletta consigliera comunale a Roma e poi entra in Parlamento come deputata (dal 1948 al 1968) e senatrice (fino al 1972). È la prima donna nella storia italiana a ricoprire la carica di vice presidente della Camera dei deputati (dal 1963 al 1968). 

Viene eletta parlamentare europea (dal 1979 al 1989) e svolge un lavoro politico intensissimo occupandosi prevalentemente della politica comunitaria verso le donne, dei diritti delle donne e cooperazione allo sviluppo. 

È stata rappresentante del Parlamento Europeo alla Conferenza del decennio della donna dell’ONU a Nairobi (1985), ha fatto parte della delegazione italiana alla quarta Conferenza mondiale della donna dell’ONU a Pechino (1995) e alla Commissione per lo Status della donna dell’ONU a New York (dal 1996 al 2000). Ha raccontato il suo lungo impegno di comunista e femminista nel libro autobiografico Memorie di una che c'era.

Marisa Rodano e Lorena Peña - Roma, giugno 2017
Portando il suo saluto alla FDIF, in occasione della riunione di segreteria internazionale tenutasi a Roma presso la Casa internazionale delle donne, nel giugno 2017, Marisa ha ricordato così le mitiche giornate del congresso fondativo di Parigi:
« Nel settembre 1945 iniziò la preparazione della delegazione delle donne italiane al 1° congresso internazionale delle donne, a Parigi, di cui fecero parte, oltre alle esponenti dell’Unione delle Donne Italiane, anche delegate del sindacato CGIL e dell’Associazione Nazionale dei Partigiani, del Movimento federalista europeo e di tutti i partiti rappresentati nel Comitato di Liberazione Nazionale. Le rappresentanti della Democrazia Cristiana vi partecipavano solo come osservatrici.

«Organizzare un viaggio fino alla capitale francese, in un’Europa ancora devastata dalla guerra, con pochissimi mezzi di trasporto funzionanti e senza avere molte risorse finanziarie, non era una impresa facile. Ci rivolgemmo alle autorità alleate e infine la delegazione partì il 24 novembre 1945 su un aereo militare, perché non erano disponibili aerei civili. Arrivammo a Parigi a congresso già iniziato. Nella Sala della Mutualité erano presenti più di quaranta delegazioni di paesi di ogni parte del mondo, Cina compresa. Eleanor Roosvelt e Bess Truman inviarono messaggi di saluto. C’erano le dirigenti dell’Union des femmes françaises: Marie Vaillant Couturier (giovane vedova di Gabriel Péry, eroe della resistenza francese) aveva il numero del campo di concentramento nazista, da cui era appena tornata, tatuato sul braccio; le delegate jugoslave e sovietiche erano in divisa partigiana, col petto carico di medaglie.

«Regnava un clima di grande entusiasmo, l’euforia della fine della guerra e le speranze di un mondo nuovo; la convinzione che ormai si sarebbe aperto un facile cammino per la conquista piena di tutti i diritti delle donne. Fu accolto da un’autentica ovazione l’appello di Dolores Ibàrruri, la mitica Pasionaria, che chiedeva a tutte di unirsi alla lotta degli antifascisti spagnoli in carcere e in esilio per abbattere il regime fascista del generalissimo Franco.

«Il congresso di Parigi si concluse con la fondazione della Federazione DemocraticaInternazionale delle Donne, il cui scopo dichiarato era quello di “unire le donne al fine di promuovere un’azione comune per i loro diritti di cittadine, madri e lavoratrici, per la difesa dell’infanzia, per garantire la pace, la democrazia e l’indipendenza”...».

Felice compleanno, cara #MarisaRodano!

11/01/23

IRAN/DOIW - Chiediamo il rilascio immediato dei detenuti politici sotto minaccia di esecuzione

Lettera dell’OrganizzazioneDemocratica delle Donne Iraniane (DOIW)* alle organizzazioni sorelle: bisogna agire per fermare altre esecuzioni di manifestanti in Iran!

Care amiche e compagne di lotta

sono passati quattro mesi da quando è nato in Iran il movimento “donna, vita, libertà”, contro il regime dittatoriale al potere. Questo movimento è iniziato con manifestazioni pacifiche di donne e altre forze sociali, tra cui studenti, allieve e insegnanti, lavoratrici, per protesta contro la morte di Mahsa Amini mentre era in arresto, lo scorso settembre. Per tutto questo periodo, il regime ha risposto con proiettili e la sanguinosa repressione dei manifestanti indifesi, soprattutto nelle regioni svantaggiate e oppresse del paese come le province del Baluchistan e del Kurdistan.

Negli ultimi quattro mesi, la Repubblica islamica ha ucciso, con la massima brutalità, più di 500 donne e uomini di ogni estrazione sociale. Tra gli uccisi vi sono più di 60 sotto i 18 anni, eppure il regime non è riuscito a spegnere le fiamme del movimento delle masse disperate che non ne possono più della povertà, del dispotismo e dell'inflazione galoppante. Questa rivolta rivoluzionaria è più profonda ed estesa delle precedenti la popolazione è determinata ad ottenere cambiamenti fondamentali. Per questo motivo, i governanti islamici dell'Iran stanno intensificando la repressione, terrorizzando la popolazione, torturando brutalmente i detenuti per estorcere confessioni, conducendo processi farsa e condannando a morte.


Le esecuzioni di cittadini iraniani avvengono in un momento in cui a molti di coloro che sono sotto processo è stato negato un processo regolare e giusto, vale a dire il diritto di nominare un proprio avvocato, e sono state inflitte condanne a morte in processi sommari della durata di pochi minuti. Nei suoi tribunali islamici, la Repubblica islamica dell'Iran identifica le proteste pacifiche delle donne, dei giovani e dei lavoratori iraniani come "atti di guerra contro l'Islam e contro Dio". Attualmente, più di 18.000 manifestanti arrestati sono detenuti nelle terribili prigioni della Repubblica islamica e subiscono le torture più brutali. Tra gli arrestati – migliaia di donne e uomini –  ci sono studenti, lavoratori, contadini, ma anche giornalisti, artisti, insegnanti, sportivi e perfino scolari. Questi detenuti sono sottoposti a brutali torture per costringerli a confessare colpe inventate, come avere legami con potenze straniere. Anche giovani di età inferiore ai 18 anni sono stati torturati per estorcere confessioni.

09/08/22

La Colombia volta pagina / Col nuovo governo progressista rinasce la speranza di pace

 


Il 7 agosto 2022, migliaia di colombiani si sono radunati in Plaza Bolívar a Bogotà per festeggiare Gustavo Petro e Francia Márquez, presidente e vicepresidente del primo governo progressista nella storia della Colombia.

«Questa è la rinascita della speranza» - ha detto nel discorso di apertura Roy Barreras, presidente entrante del Senato colombiano - «Oggi, il mandato popolare per la pace, una vita dignitosa, la giustizia sociale e ambientale ci ha portato in questa piazza e in tutte le piazze della Colombia».

La vicepresidente afro-colombiana Francia Márquez ha prestato giuramento di servire il suo paese «hasta que la dignidad sea costumbre», finché la dignità non diventi consuetudine, e un grido unanime si è levato dalla folla in Plaza Bolívar: «No mas guerra! Mai più guerra!», mentre Gustavo Petro indossava la fascia presidenziale e inaugurava il suo "Governo della Vita" che porrà fine a sei decenni ininterrotti di violenze e conflitti armati in Colombia.

L'Awmr Italia - Donne della Regione Mediterranea, insieme a tutte le organizzazioni affiliate alla Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM) in Europa e nelle altre regioni del mondo, esprime l'augurio più vivo e la piena solidarietà al nuovo governo che apre grandi speranze di cambiamento in Colombia e non solo in Colombia!

Siamo orgogliose di accompagnare Gustavo Petro e Francia Márquez lungo questa strada che si apre verso una pace vera in Colombia, in America Latina e nel mondo.

Siamo orgogliose di accompagnare la nostra sorella di lotte Gloria Inés Ramírez, vicepresidente della FDIM, nel suo incarico di Ministra del Lavoro nel nuovo governo. La sua nomina è il meritato riconoscimento al suo grande e tenace impegno nel movimento operaio e femminista del suo paese ed  è un’altra pietra miliare nella storia della lotta collettiva per i diritti delle donne, per l'uguaglianza e la pace in America Latina.

#FDIM #WIDF #SolidaridadFeminista


06/11/21

CUBA / Addio, Dorita Carcaño

 

Dora Carcaño a Roma nel novembre 2006, durante i lavori del consiglio direttivo della FDIM/WIDF, presso la  Casa internazionale delle Donne  

L’Awmr Italia esprime profonda tristezza per la scomparsa della cara compagna di lotta Dora Carcaño, per molti anni Segretaria Generale della Federazionedelle Donne Cubane e prima coordinatrice dell'Ufficio Regionale per America e Caraibi della Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM).  

Rivoluzionaria della prima ora, Dora nel 1959 aderì alla gioventù socialista cubana e nel 1960 fu tra le fondatrici della Federazione delle Donne Cubane, accanto a Vilma Espín de Castro, divenendone nel 1967 segretaria generale. Mantenne questo incarico fino al 1990, contribuendo fattivamente alla realizzazione delle politiche del governo rivoluzionario che hanno profondamente cambiato la vita delle donne cubane sul piano sociale, giuridico, culturale e simbolico. Nello stesso anno 1990 fu eletta coordinatrice dell'Ufficio regionale per l'America Latina e i Caraibi nella Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM), incarico che le permise di dispiegare anche nelle sedi internazionali le sue riconosciute e apprezzate competenze e capacità.

Addio Dorita. Insieme alle donne cubane trasformeremo il dolore in forza e coltiveremo la grande eredità che ci lasci. Continueranno ad ispirarci la tua tenacia, le tue preziose qualità di mediatrice e di guida che si sono rivelate tanto grandi – specialmente nei momenti difficili che la FDIM ha attraversato – quanto le tue apprezzate doti di sobrietà e semplicità, la tua speciale attitudine ad entrare in comunicazione con le nuove generazioni, consapevole della necessità di trasmettere loro i valori del socialismo rivoluzionario.  Continuerà ad ispirarci il tuo esempio di vita e di lotta radicato nella storia del movimento di liberazione delle donne, delle classi e dei popoli oppressi, per un mondo più solidale, più giusto e più umano.

La presidenza dell’AWMR Italia

6 Novembre 2021

05/11/21

Cuba / Hasta siempre Dora Carcaño

 

Dora Carcaño (nella foto con Ada Donno) a L'Avana
1° dic. 2015 -70° anniversario della FDIM



Un adiós a Dora Carcaño, difensora ad oltranza dei diritti delle donne, per molti anni segretaria generale della Federazione delle donne cubane e prima coordinatrice dell'Ufficio regionale della FDIM per America e Caraibi

 



Con mucho pesar informamos a las organizaciones afiliadas a la FDIM de América y el Caribe, del fallecimiento esta madrugada de la compañera Dora Carcaño.

Dorita, quien fuera por muchos años Secretaria General de la Federación de Mujeres Cubanas, fue fundadora junto a Vilma, y su primera coordinadora, de la Oficina Regional FDIM América yCaribe.

Mujer comprometida con los intereses de las mujeres del mundo, contribuyó con creces al fortalecimiento de la FDIM.

Aún se siente a  Dorita en el hacer de la Fdim América Caribe. Para nosotras las que continuamos su obra, el compromiso de seguir su legado revolucionario y feminista.

Hasta siempre compañera. Por siempre seguiremos su ejemplo.

La Habana, 4 de noviembre de 2021

ORFDIM - Oficina de Coordinación Regional Federación Democrática Internacional de Mujeres América y Caribe 

25/09/21

ADoC in piazza il 25 settembre / Non in nostro nome, né col nostro silenzio

ADoC in piazza a Roma con tutte le donne


L’Assemblea delle Donne Comuniste (ADoC – Pci) aderisce e partecipa alla manifestazione convocata a Roma per il 25 settembre 2021 dall’Assemblea della Magnolia, che ha dichiarato aperta la conflittualità femminista con il Piano governativo di “ripresa e resilienza” (PNRR), che va da tutt’altra parte rispetto a quanto dalle donne richiesto.

Nel PNRR non s’intravede alcun “cambio di paradigma” e neppure un “cambio di passo”. È un piano di riorganizzazione del capitalismo patriarcale, istruito dalla UE, d’impianto neoliberista, che punta tutto su crescita della grande impresa, dell’infrastruttura pesante e del consumo e che produrrà più disuguaglianza, più disoccupazione e sfruttamento, squilibri sociali e marginalizzazioni.

Gli obiettivi di “sviluppo sostenibile, transizione ecologica e tecnologica, di riequilibrio di genere” annunciati dal governo e dalla UE prospettano una ripresa economica basata su una “crescita del PIL” ottenuta a un prezzo sociale altissimo che verrà scaricato soprattutto sulle donne lavoratrici, native e migranti, in Italia, in Europa e ad ogni latitudine. Sono dunque ingannevoli e incompatibili con quel “paradigma della cura” che i Luoghi delle donne si stanno sforzando di configurare come possibile risposta politica unitaria.

Non ci va bene che fondi destinati al “recupero” siano utilizzati per investimenti militari, aggiuntivi rispetto al bilancio ordinario già vincolato al raggiungimento del 2% del PIL, secondo i dettami della NATO.

Non ci vanno bene le scelte annunciate che ricalcano le strade della sicurezza militarizzata, della proliferazione di armamenti e del riarmo dell’Europa, con la riproposizione di logiche di guerra, fredda o calda che sia, contro “nemici” immaginari, invece che perseguire strade di cooperazione e condivisione globali.

Queste misure non passeranno in nostro nome, né col nostro silenzio.

#AssembleadelleDonneComuniste

Roma, settembre 2021

 





12/09/21

Donne in Afghanistan, una storia da raccontare in altro modo

 

Donne del PDPA negli anni '80. Foto SISTERS


di Liz Payne, National Assembly of Women (NAW)

Quattro decenni fa, il Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan (PDPA) era al potere. Il governo era secolare, non confessionale e il paese era una repubblica. I passi avanti che il popolo dell’Afghanistan fece con il governo del Pdpa, negli ultimi anni ’70 e negli ’80, e per le donne in particolare, furono enormi: prima che gli Stati Uniti e i loro alleati – Gran Bretagna e NATO, dittature teocratiche dell’Iran e dell’Arabia Saudita, servizi segreti del Pakistan - insieme alle forze più reazionarie dell’Afghanistan, vergognosamente lo rovesciassero nel 1992.

Passi per liberare le donne da secoli di giogo feudale e trattamenti disumani erano stati fatti sul serio negli anni ’20, profondamente influenzati dalla rivoluzione del 1917 che aveva sostituito l’impero russo degli zar con una repubblica socialista, con la quale l’Afghanistan sottoscrisse un trattato di amicizia nel 1921. Nel corso del tempo, l’offerta per garantire la parità di diritti alle donne fu guidata da un influente movimento femminile. Le donne furono ammesse per la prima volta all’Università di Kabul nei primi anni ’50. La costituzione del 1964 introdusse – almeno sulla carta – il suffragio universale, il diritto delle donne a concorrere agli incarichi pubblici, svolgere professioni e presentarsi in pubblico senza il velo. Tuttavia, la pratica restava molto indietro rispetto alla lettera della legge, specialmente (ma non soltanto) nelle aree rurali.

Ma il governo del Pdpa era determinato a cambiarla su basi permanenti. Grandi passi furono fatti nell’applicazione dei diritti delle donne e anche nell’edificazione dell’infrastruttura del paese in maniera democratica e pacifica, con lo sviluppo dei servizi pubblici, l’accesso libero all’istruzione e alla salute e sradicando la povertà. Questo slancio, di cui fu testimone nel 1988 la Federazione Democratica Internazionale delle Donne (WIDF) che inviò una delegazione in Afghanistan, alla quale partecipò l’allora presidente della National Assembly of Women, Barbara Switzer, fu annientato nel 1992, per nessun altro motivo se non quello di assicurare all’imperialismo Usa il controllo geopolitico dell’Afghanistan e accedere alle sue immense risorse, non importa a quale prezzo ciò avvenisse per il popolo afghano e il cammino fatto per uscire dal feudalesimo.

Fu un disastro per le donne afghane e aprì la strada al potere degli spietati Talebani, fondamentalisti islamici addestrati in Pakistan, che nel 1996 imposero la legge della Sharia. Ciò riportò indietro di decenni la lotta delle donne contro la violenza e per la parità di diritti. Ma il nascente regime Talebano era visto dall’Occidente come quello che avrebbe bloccato, anche brutalmente, lo sviluppo di qualsiasi tendenza progressiva in Afghanistan – senza che gli Stati Uniti e i loro alleati alzassero un dito nel paese - mentre lasciavano sempre all’imperialismo il pretesto per intervenire direttamente laddove i loro piani di dominio lo richiedessero. I diritti delle donne, la democrazia e il progresso per le masse popolari non erano nei pensieri dell’imperialismo.

Cinque anni più tardi, dopo l’attacco di Al Qaeda al World Trade Centre nel settembre 2001, ancora una volta gli Usa e i loro alleati optarono per l’intervento armato diretto in Afghanistan, la cosiddetta “Guerra al Terrore”, sebbene tutti sapessero ch’era l’Arabia Saudita a foraggiare ed addestrare la maggior parte dei capi e dei miliziani di Al Qaeda.

L’attacco alle basi di Al Qaeda nel complesso di grotte di Tora Bora nell'Afghanistan orientale, vicino al confine tra Afghanistan e Pakistan, ha rivelato il vero scopo del catastrofico intervento: cacciare i talebani – che erano serviti allo scopo - e installare un regime direttamente pro-Usa a Kabul sostenuto da un esercito di occupazione imperialista internazionale. Ciò ha portato a 20 anni di guerra durante i quali l’Afghanistan è stato devastato. L’opinione pubblica mondiale si è nutrita della favola che tutto questo servisse in qualche modo a battere Al Qaeda e di frequenti riferimenti ad aiuti umanitari alla popolazione e alla difesa dei diritti delle donne.

Nel mondo, tuttavia, coloro che si opponevano alla guerra in Afghanistan, sostenendo il diritto del popolo afghano a decidere il proprio futuro, rigettavano totalmente una simile “giustificazione”. Che avessero pienamente ragione, è ora lampante.

John Bolton, ex ambasciatore Usa alle Nazioni Unite nel 2005/06 e funzionario della sicurezza nazionale di Donald Trump negli anni 2018-19, ha categoricamente dichiarato nelle scorse settimane che tutta l’operazione degli Stati Uniti in Afghanistan non aveva nulla a che fare con il sostegno al popolo, né con la democrazia, né con l’assistenza umanitaria. Serviva solo a fare gli interessi degli Usa.

Alla luce di tutto ciò, faremmo bene ad andar caute a valutare l’uscita degli americani e dei loro alleati come una “disfatta”. La restaurazione pianificata dei Talebani presenta significativi vantaggi economici, politici e strategici per gli Stati Uniti. Tre presidenti – Obama, Trump e Biden – hanno lavorato parecchi anni per districarsi e concentrare le forze altrove, come ad esempio nell’area del Pacifico asiatico, nel contesto della loro crescente conflittualità con la Cina. Il perdurare della guerra in Afghanistan non ha inoltre permesso di sfruttare i ricchi giacimenti di minerali con cui alimentare la transizione globale dal trasporto petrolifero a quello elettrico, una transizione multimiliardaria che i conglomerati e i governi dei paesi imperialisti sono determinati controllare. 

La presenza delle maggiori riserve di litio per batterie, significa che gli occhi del mondo sono puntati lì. Per quanto riguarda l'Occidente, i Talebani offrono anche il vantaggio di poter esportare la destabilizzazione islamica radicale verso i paesi i vicini e rivali – a nord verso le ex repubbliche sovietiche alleate con la Federazione Russa, e ad est nelle province occidentali della Cina. Essi assicurano inoltre che i cambiamenti progressivi siano minacciati e ostacolati in tutta la regione e che possa essere mantenuto un Medio Oriente continuamente instabile in cui gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e le potenze alleate possano attuare le loro strategie a piacimento. Per questo gli Stati Uniti hanno protratto i negoziati con i Talebani e pianificato il ritorno di questi al potere senza alcuna preoccupazione dell’impatto sul popolo afghano né dell’orrore per le donne, come hanno dimostrato gli avvenimenti di agosto.

Le donne afgane hanno ragione a temere la reimposizione della legge della sharia da parte dei talebani e a respingere i loro annunci secondo cui saranno al sicuro, a condizione che vivano in obbedienza ad essa. Molte hanno una lunga memoria delle atrocità dei precedenti talebani e già movimenti contro le donne, aggressioni fisiche, stupri e aggressioni sessuali, matrimoni forzati, anche di bambine, esclusione dallo studio, dal lavoro e dalla sfera sociale hanno, in pochi giorni, mostrato cosa c'è in gioco con un fondamentalismo sfrenato.

In una recente dichiarazione di solidarietà con le donne afghane, l’Organizzazione democratica delle donne iraniane (DOIW), affiliata alla WIDF ha detto: “Noi, popolazioni dell’Iran e dell’Afghanistan, portiamo le ferite inflitte dall’Islam politico, con l’arretratezza e la misoginia che lo caratterizza”.

La presidenza della WIDF ci ha chiamate a stare accanto alledonne afghane e a difendere i loro diritti. Come ha detto Shara Karimi, famosa regista afghana, dobbiamo essere la loro voce fuori dai confini dell’Afghanistan. Questo significa denunciare pubblicamente e senza sosta che Usa e Gran Bretagna non si sono mai curati e non si cureranno mai delle donne e delle ragazze afghane. Significa opporsi a qualsiasi ulteriore intervento di qualsiasi tipo da parte del nostro governo in Afghanistan e fare ogni pressione possibile su Westminster per recidere la tossica partnership britannica con gli Usa e ogni coinvolgimento nella NATO. Significa anche lavorare in solidarietà con le donne afghane e le loro organizzazioni e con tutte le componenti progressive per supportare la lotta popolare contro la povertà, la guerra e la discriminazione e per un futuro pacifico e democratico.


24/07/21

LIBRI / Dall'ADoC una proposta di alleanza politica delle donne

 


DONNE E POLITICA. IERI OGGI E DOMANI. UNIAMOCI PER ESSERE LIBERE TUTTE

Ed. La Città del Sole, giugno 2021

A cura di Nunzia Augeri e Maria Carla Baroni

Prefazione di Maura Cossutta


Il volume raccoglie gli Atti del convegno nazionale dell’ADoC (Assemblea delle donne comuniste - PCI), tenutosi a Milano il 3 ottobre 2020, con lo stesso titolo e con la finalità – dichiarata dalle stesse organizzatrici - di “mettere in relazione tra loro donne che agiscono le varie forme della politica, per cambiare la politica, liberare noi stesse e prenderci cura della vita sul pianeta”.



Per una sintesi, riportiamo l’intervento conclusivo di Ada Donno al convegno.

La nostra proposta di alleanza politica delle donne

A conclusione di questo nostro convegno su Donne e politica ieri, oggi e domani, vorrei esprimere un grazie sentito e non formale da parte di noi tutte, compagne dell’ADoC, a Maria Carla Baroni per l’ostinazione e l’ottimismo della volontà con cui lo ha fortemente voluto qui e oggi, nel rispetto delle regole anti-contagio, ma senza lasciarsi scoraggiare dai rinvii e gli ostacoli determinati dal momento complicato che stiamo vivendo a causa della pandemia. E grazie anche alle relatrici e a quante hanno partecipato e preso la parola, in presenza o attraverso comunicazioni scritte, rendendo questo incontro assai denso e ricco di contenuti, idee, suggestioni e spunti di riflessione sui quali potremo continuare a lavorare nei prossimi mesi e, perché no, nei prossimi anni.

Ci teniamo a sottolineare che questo è il secondo convegno nazionale che l’ADoC promuove sul tema: il primo si è tenuto un anno fa a Padova[1], curato dalla compagna Liliana Frascati. Ed è nostro intento proseguire in questo percorso, nel quale ci proponiamo non solo di confrontarci fra noi sul rapporto fra le donne e la politica – com’era ieri, com’è oggi, come può essere domani –  ma anche di chiamare a questo confronto compagne, donne con altre storie, esperienze e percorsi diversi, nella prospettiva di costruire una possibile convergenza di pensiero e d’azione che in questo passaggio storico avvertiamo fortemente come ineludibile.

Pertanto, “tirare le conclusioni”, come si usa dire in circostanze come questa, non significa affatto, da parte nostra, riservarci diritto di replica, né parola finale. Piuttosto raccogliere e ripercorrere idee, suggestioni, proposte venute – tante e sostanziali - da questo incontro di oggi, per vedere insieme su quali di esse continuare a riflettere e lavorare, nella prospettiva della costruzione di alleanze possibili fra noi donne che agiamo le varie forme della politica.

Per cominciare a descrivere lo scenario delle possibili convergenze, Maria Carla ci ha proposto un’ampia e puntuale “carrellata” storica, sia per «ricordare una volta di più quanto sia pretestuosa  la considerazione delle donne sprovviste di anima, di intelletto, di progettualità, di creatività, di capacità di governo e di grandi imprese», sia per introdurre un’ipotesi di possibile percorso di costruzione, il più inclusivo, di un «corpo collettivo in lotta per la liberazione delle donne dal capitalismo e dal patriarcato».

E non potevamo, nel tracciare questa ipotesi di percorso, non cominciare col “gettare uno sguardo dentro” il nostro stesso percorso di comuniste e femministe, che abbiamo scelto di far parte di un partito politico – il partito comunista italiano – che ha come obiettivo strategico il superamento del capitalismo e l’affermazione di un nuovo paradigma sociale e politico - dentro il quale sia possibile declinare i pensieri e le pratiche di libertà delle lavoratrici e dei lavoratori - che chiamiamo socialismo.  E passare poi a “gettare uno sguardo fuori”, cioè interpellare e ascoltare altre donne, che lo stesso bisogno di libertà lo ricercano, anch’esse, dentro un nuovo paradigma sociale, politico, culturale e simbolico, ma non necessariamente lo chiamano socialismo. Oppure, se lo chiamano socialismo, non è forse quello stesso che abbiamo in mente noi. In ambedue i casi, c’interessa capire in che cosa e perché si differenzi e se è possibile stabilire, comunque, un’alleanza fra noi.

Noi partiamo dall’assunto che, essendo donne in una società divisa in classi, scegliamo di stare dalla parte della classe lavoratrice, sfruttata e oppressa, in lotta contro la classe che sfrutta e opprime. E quando parliamo di soggettività politica delle donne, pensiamo alla soggettività delle donne lavoratrici; quando ci rivolgiamo alle donne che agiscono le varie forme della politica, ci riferiamo alle donne che si organizzano e si muovono nel panorama politico della lotta per eliminare la doppia oppressione, di genere e di classe. Perché, come si dice nella relazione introduttiva, «la contraddizione di genere non annulla la contraddizione di classe e neppure si contrappone ad essa, ma esse si intrecciano e si cumulano nella vita delle donne lavoratrici che subiscono sia lo sfruttamento di classe, sia l’oppressione di genere». E se, per altro verso, la contraddizione di classe non “contiene” quella di genere, il superamento della prima determina le condizioni storicamente più avanzate per eliminare la seconda.

Lo “sguardo dentro” ci porta a pensare e nominare le donne che riconosciamo come nostre madri politiche. Abbiamo ricordato per prime Rosa Luxemburg, Aleksandra Kollontaj, Camilla Ravera non per stabilire gerarchie di valore - per fortuna possiamo attingere a una ricca genealogia di donne comuniste e femministe cui fare riferimento – ma per rilevare il tratto che le accomuna: l’essere state, in contesti geografici e politici diversi, donne comuniste “fondatrici”.

Nunzia Augeri ci ha ricordato Rosa Luxemburg, considerata unanimemente “una delle menti più brillanti dell’ideologia marxista”, che visse, lottò, amò stando dentro organizzazioni politiche dove c’erano pochissime donne, senza rinunciare a nulla del suo sguardo di donna sul mondo. Fu ferma assertrice della necessità storica del socialismo e dedicò la sua ricerca teorica alla individuazione del nesso fra accumulazione capitalistica e guerre di conquista e alla dimostrazione che militarismo e guerra sono esiti inevitabili del capitalismo nella fase dell’imperialismo. Da qui il configurarsi sempre più netto dell’alternativa “socialismo o barbarie” per l’umanità[2].

Aleksandra Kollontaj – rievocata da Cristina Carpinelli - fu figura per tanti aspetti diversa dalla Luxemburg ma simmetrica, comunista nella Russia zarista e femminista nella rivoluzione bolscevica, prima donna nella storia a ricoprire la carica di ministro nel primo governo dei soviet, seconda donna ambasciatrice nella storia della diplomazia internazionale. Brillante e tenace autrice, scrisse numerosi saggi, articoli, libri a cui attingiamo ancora oggi, nei quali trattò i problemi delle donne sotto diversi aspetti, comprese sessualità e maternità.

Camilla Ravera, che Maria Grazia Meriggi ci ha descritto nel suo ruolo di fondatrice del partito comunista italiano, e per un breve periodo anche segretaria generale di esso, fu curatrice della prima “tribuna delle donne” su L’Ordine Nuovo di Gramsci[3]. Vide con chiarezza l’imprescindibile connessione fra l’emancipazione delle donne dall’oppressione di genere e dallo sfruttamento di classe, fermamente credette nella partecipazione femminile come fattore essenziale della rivoluzione proletaria e, al contempo, nella rivoluzione proletaria come fattore essenziale per la liberazione delle donne.

Guardando indietro, alla nostra storia, ci siamo poi soffermate a considerare un’impresa politica collettiva che ha rappresentato un punto di svolta e un nuovo inizio nella storia più recente di molte donne comuniste italiane: la Carta delle donne del PCI del 1986[4]. Fu una svolta perché affermò l’idea semplice – come dice Fulvia Bandoli –  che “la forza delle donne viene dalle donne”. «Proponiamo di costruire – scrissero le donne comuniste della Carta – nella società e nelle istituzioni della politica una “forza” delle donne che non può che derivare dalle donne stesse attraverso una strategia di relazioni e di comunicazione tra noi». Un’idea che alle generazioni di compagne più giovani può suonare scontata, ma nel contesto in cui fu avanzata ebbe un effetto innovativo dirompente. Purtroppo, come è stato ricordato, la Carta venne tristemente affossata dalla cosiddetta “svolta” del 1989.

Lo slogan che accompagna la convocazione di questo nostro convegno - Uniamoci tra donne delle varie forme della politica per cambiare la politica, liberare noi stesse e prenderci cura della vita sul pianeta – vuole sintetizzare la sfida gigantesca che ci si pone davanti, che non può essere affrontata solo dalle donne comuniste, né solo dalle donne italiane o europee, poiché vaste e ineludibili sono le interconnessioni con le complesse vicende della lotta globale di classe e anti-patriarcale nel nostro paese e nel mondo.  Siamo consapevoli che sarà un lungo cammino e pensiamo di muoverci passo dopo passo, partendo dall’individuare alcuni temi, fra i tanti che attraversano il pensare e l’agire politico delle donne oggi, sui quali cominciare ragionare.

Uno di questi è la contrattazione di genere. Un nodo teorico e pratico col quale si sono misurate in profondità Giordana Masotto e Rosangela Pesenti, protagoniste di due esperienze diverse, ma significative nella stessa misura. Giordana è fra coloro che hanno iniziato a ripensare la contrattazione sindacale introducendo in essa la differenza di genere. In Immagina che il lavoro, prezioso foglio della Libreria delle donne di Milano del 2008[5], Giordana scriveva: «le donne contrattano tra sé e sé, con chi vive loro accanto, in casa, al lavoro, nella città; con chi gli si para davanti per ostacolarle o dirigerle».  E Rosangela, che è fra le autrici della proposta di Piattaforma per una contrattazione di genere elaborata dall’UDI nel 2017[6], avvalora: da sempre le donne contrattano il loro stare al mondo, «non solo nelle grandi scelte di vita ma nelle minuzie del vivere quotidiano». Per secoli, per millenni, lo hanno fatto da sole, il più delle volte al prezzo di lacrime e sangue, cercando ciascuna in sé stessa la forza di far valere le proprie ragioni nei confronti del patriarcato e delle sue istituzioni. Poiché «la contrattazione come istituto giuridico era ambito e prerogativa maschile», la maggior parte delle donne è stata costretta a muoversi «a lungo in forme di contrattazione sommersa, implicita, allusiva più che prescrittiva e quando donne e gruppi hanno voluto presentarsi sulla scena politica hanno conosciuto la repressione violenta».

La contrattazione collettiva delle donne è un passaggio storico più recente e si è avviata quando esse hanno cominciato a rivendicare i loro diritti politici e sociali e ad aprire “vertenze” col potere patriarcale, individuato come avversario comune. Lo hanno fatto da cittadine “di serie B” – ad esempio le suffragiste rivendicando il diritto di voto – e lo hanno fatto da lavoratrici attraverso le prime forme di contrattazione sindacale. Ma è stata a lungo una relazione contrattuale asimmetrica, perché non erano soggetto di contrattazione riconosciuto in quanto donne.

Giordana Masotto nella sua comunicazione rivendica una precisa data d’inizio della contrattazione “separata” delle donne: nel 1967, negli Stati Uniti, quando un gruppo di universitarie decise di abbandonare l’aula in cui i loro colleghi discutevano di “questione femminile” e di andare a proseguire la discussione fra sole donne. Individuare una data d’inizio di un processo storico, fissando in un evento, o un atto collettivo, il momento ante quod nihil, ha senza dubbio un valore simbolico, ma è più verosimile pensare che un processo storico rivoluzionario, come la presa di coscienza di sé quale soggetto politico da parte delle donne, si sia realizzato per gradi e con passaggi successivi, più o meno visibili, nel tempo e nello spazio. Non fu già una forma di contrattazione che metteva sul tavolo, ancorché misconosciuta e dileggiata, una visione differente del mondo, quella delle suffragiste che rivendicarono il diritto al voto? E in ognuna delle innumerevoli vertenze salariali di lavoratrici del primo Novecento, non c’era forse in nuce l’affermazione di sé come soggetto politico che “contratta” un cambiamento radicale di civiltà?

Ma se è vero che «si contratta a tutti i livelli delle relazioni umane» - come dice Rosangela Pesenti – perché «tutta la storia umana può essere riletta anche dal punto di vista della capacità contrattuale delle soggettività sociali e politiche», è indiscutibile che merito del femminismo è stato «avere reso visibile la contrattazione delle donne a partire dalle relazioni più intime, riassumendo la pratica disseminata nelle tante storie di vita nello slogan “il personale è politico”».

Per successivi passaggi, non indolori, anche le donne del sindacato hanno reso visibili le disuguaglianze e le discriminazioni - non riassorbibili immediatamente nella subalternità di classe - che le lavoratrici a tutti i livelli subiscono. Jessica Merli ha riassunto la sua esperienza di attivista sindacale nella metafora della “traghettatrice” che conduce, porta, guida una collettività al fine di favorire il passaggio da un assetto a uno diverso, che si spera migliore. «Credo che alle donne sia dato spesso, forse inconsapevolmente dagli uomini, il ruolo e l’impegno che solo una donna può sopportare, quello di cambiare gli assetti, magari non di cambiarli subito ma di favorire il passaggio a una fase che potrà cambiarli in futuro».  È una metafora nella quale le donne nel sindacato possono riconoscersi, ma resta ancora non definito “dove” traghettare il sindacato. Verso un’alleanza più strutturata con le donne delle altre forme della politica, può essere la risposta e la proposta?

L’apporto delle donne che operano nei sindacati – e specialmente nella CGIL – è irrinunciabile specialmente sulle tematiche del lavoro e della “cura”, divenute centrali nel dibattito sviluppatosi potentemente, non solo nel nostro paese ma ad ogni latitudine, in connessione con l’emergenza della pandemia, che ha messo a nudo la contraddizione – insanabile nel capitalismo – fra lavoro di produzione (per il mercato) e riproduzione sociale.

Il tema non è di oggi nell’elaborazione del movimento delle donne, ci rimanda alle prime riflessioni sul “produrre e riprodurre”[7] che ci fece molto discutere negli anni ’80 e ci collega alle ultime riflessioni sulla centralità del lavoro di cura, sollecitate dalla emergenza sanitaria che ha reso visibile l’incompatibilità dell’accumulazione capitalistica con la vita. “Fare della cura un paradigma politico di trasformazione” – come propone l’assemblea dei Luoghi delle donne[8] - significa sovvertire la gerarchia economica, sociale, politica e valoriale del sistema capitalistico-patriarcale che relega la riproduzione sociale ai margini, segregandovi le donne, e fare della cura la leva per un cambiamento strutturale globale.

La pandemia ha solo reso più evidente l’immenso costo imposto alle donne dalla crisi capitalistica. Ha scoperto la «complessiva sottomissione al profitto del corpo e della salute di tutto il genere umano» - come dice Antonella Nappi – e mette a nudo l’intreccio tra i complessi rapporti di dominio di genere, di razza, di classe e di specie. Ci fa riconnettere ogni forma di sfruttamento e discriminazione contro le donne all’incessante ricerca di estrazione di valore e accumulazione di capitali in ogni parte del pianeta.

 Le crisi economiche, compresa quella attuale, connessa all’emergenza sanitaria ma ad essa preesistente, sempre colpiscono in maggior misura le donne -  come dice Paola Melchiori - e tendono a ricacciarle nei loro ruoli tradizionali, chiamandole a sostenere il tessuto privato che si disgrega e le aree sociali tagliate dalle politiche economiche neoliberali. Non casualmente, si accompagna a tutto ciò, non solo in Italia, una recrudescenza degli attacchi ai luoghi politico-culturali delle donne da parte delle destre e degli integralismi religiosi in materia di sessualità e riproduzione.

Paradossalmente, la drammatica emergenza sanitaria sembra offrire oggi alle donne l’opportunità inedita di darsi parola autorevole e di esercitare pienamente il magistero femminista nella politica.

E torniamo al cuore della nostra proposta, enunciata in apertura di questo convegno, di una alleanza da costruire fra donne nelle varie forme della politica: donne nelle istituzioni, nei sindacati, nei partiti, nelle associazioni ad estensione territoriale, nazionale ed internazionale, nei movimenti non strutturati che nascono su obiettivi e lotte specifiche, che spesso si aggregano in reti territorialmente più ampie e sono a tempo determinato. Donne nelle organizzazioni con una lunga storia alle spalle, come l’UDI, e nelle organizzazioni internazionali con una lunga storia prestigiosa e un’estensione globale, come la Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM)[9], o come la Lega internazionale di donne per la Pace e la Libertà (WILPF)[10] che concentra l’azione in campagne specifiche per la pace e il disarmo, operando efficacemente sia in movimenti globali come i Social Forum Mondiali, sia nell’ambito del sistema delle Nazioni Unite.  E donne nel movimento transnazionale Non Una Di Meno[11] che è cresciuto significativamente in questi ultimi anni e ha avuto il grande merito – come ci ha ricordato Rosa Calderazzi - di rompere gli argini delle «acque stagnanti del femminismo liberale», a lungo egemone in Europa e nel Nord del mondo, spezzandone l’autoreferenzialità e riaffermando le intersezioni sociali, di classe, razziali, territoriali del femminismo, mettendo in chiaro che le differenze e le divisioni emerse nel movimento delle donne non sono di carattere generazionale, bensì di visione prospettica.

Ci sono altri nodi da sciogliere, che sono di metodo e di merito: come quello della relazione spesso conflittuale fra i movimenti, a partire da quelli femministi, e le istituzioni. Il tema della rappresentanza resta tuttora una domanda aperta alla quale dare una risposta condivisa. Come quella che pone Paola Melchiori nella sua comunicazione riguardo alla “qualità della presenza delle donne nella politica”: la presenza del soggetto femminile è riuscita/riesce a cambiare le regole di funzionamento della politica?  Perché le figure femminili nei sindacati, nei partiti e dentro le istituzioni, anche con notevole visibilità personale, appaiono nel loro agire politico per lo più sovrapponibili a quelle maschili nei ruoli dirigenziali, amministrativi e governativi? Quali «ulteriori trappole si annidano all'interno di quote e uguaglianze anche formalmente riconosciute»? Ci si interroga, in sostanza, sul perché le donne elette rinuncino ad esercitare il magistero femminista e a promuovere una politica “altra”, relazionandosi con i movimenti di base.

Una risposta può venire dall’esperienza spagnola di Barcellona e di Cadice, riportata sempre da Paola Melchiori, dove le donne dei movimenti femministi si sono accordate per eleggere proprie rappresentanti nelle istituzioni locali, affidando loro dei mandati precisi e facendo così anche del voto uno strumento di lotta delle donne? «È possibile ragionare in termini di alleanza, di azione comune, di collaborazione, di continuità nel tempo, facendo salve l’autonomia e le caratteristiche proprie di ciascuna forma della politica?»

Trovare risposte condivise in questo percorso di riflessione e d’azione a tappe, che abbiamo avviato e ci proponiamo di proseguire, è al tempo stesso punto d’arrivo e dal quale ripartire.  



[1] Per l’Assemblea delle Donne Comuniste, documento programmatico, https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/a-do-c-assemblea-delle-donne-comuniste/

[2] Rosa Luxemburg, Socialismo o barbarie, la crisi della socialdemocrazia, RedStarPress

[3] AAVV L'Ordine Nuovo (1919-1920; 1924-1925), Edizioni del calendario, 1969 (Teti, ristampa)

[4] Dalle donne la forza delle donne, documento a cura della Sezione Femminile della Direzione del PCI, aprile 1987

[5] Immagina che il lavoro – Sottosopra, Libreria delle Donne di Milano, Marzo 2009

[6] Piattaforma per una contrattazione di genere, UDI http://www.udinazionale.org/piattaforma.html 

[7] Produrre e riprodurre: cambiamenti nel rapporto tra donne e lavoro: 1° Convegno internazionale delle donne dei paesi industrializzati promosso dal movimento delle donne di Torino, Torino-Palazzo del Lavoro, 23-24 e 25 aprile 1983 - Cooperativa editrice il manifesto anni, 1984

[8] Assemblea della Magnolia, Casa internazionale delle donne di Roma: “Donne e  Next Generation Italia”, ottobre 2020 https://www.casainternazionaledelledonne.org/index.php/eventi/donne-e-next-generation-italia-1881