08/12/20

Lidia Menapace

 Ciao Lidia, sorella partigiana

La partenza di Lidia Menapace per il suo ultimo viaggio è stata annunciata in anticipo per via del COVID, con quel rumore delle conferme e delle smentite, che credo l’abbia un po’ infastidita. Ora se n’è andata davvero e possiamo salutarla. Ciao per sempre, Lidia, sorella partigiana. 

Staffetta partigiana lo era stata in Valsesia, in Val d’Ossola e sul Lago Maggiore, dove aveva svolto attività di informazioni, soccorso ed evasione a favore dei detenuti politici. Fu congedata nel ’45 col brevetto di “partigiana combattente, col grado di sottotenente” dal Ministero della Difesa, come ci teneva a sottolineare con la sua bella ironia sorridente, ma anche con quella punta d’orgoglio per aver «partecipato alla Resistenza contro l’occupazione nazifascista, all’unica guerra della storia italiana che è stata di popolo».

Poi, pacifista e femminista per la vita. Pacifista “né indifesa né in divisa”. Da femminista dichiarava di appartenere «a un femminismo che definirei della sorellanza, piuttosto che della madre. Perché parlare di simbolico della sorellanza rimanda a un ambito egualitario». Da docente e saggista si è occupata di diverse cose, comprese linguistica e letteratura, ma qui vorrei ricordare che nei primi anni ’90 raccolse in Economia politica della differenza l’elaborazione del gruppo “Scienza della vita quotidiana” dell’UDI, da lei stessa coordinato, precorritore di parole e temi divenuti in seguito di uso corrente nei luoghi femministi, sul «grande valore del lavoro di riproduzione svolto dalle donne, necessario alla specie ma di nessun riconoscimento, né economico né politico».

Da attivista politica fu tra i fondatori del gruppo de “il Manifesto” e poi senatrice della Repubblica, eletta nel 2006 nelle liste di Rifondazione Comunista.   Nell’ultima parte della sua vita, la “sua” Resistenza amava raccontarla soprattutto ai ragazzi e alle ragazze. A cui spiegava, fra le tante cose utili da sapere, che «una questione non risolta nella Resistenza e nella sua storiografia è quella del riconoscimento del ruolo delle donne».

A postilla della sua autobiografia Canta il merlo sul frumento, pubblicata con Manni nel 2015, scrisse: «Aver ripercorso senza rigore, ma addirittura a capriccio il tratto della mia vita fino a qui, a me ha fatto pensare quanto sia stata fortunata a nascere quando e dove nacqui, sì da poter partecipare nel corso di una sola vita alla Resistenza, al Sessantotto, alla crisi del capitalismo». 

Ada Donno

L'articolo è stato già pubblicato su  Il Paese delle donne :  http://www.womenews.net/2020/12/07/ciao-lidia-sorella-partigiana/

   



01/12/20

1°dicembre 1945-2020 - 75 anni della Federazione Democratica Internazionale delle Donne

 Quale impatto ebbe la sua fondazione sul movimento delle donne?


di Brigitte Triems*

Parigi. 1 dicembre 1945, una data storica. Vide la luce un'organizzazione che sarebbe diventata una delle più importanti alleanze del movimento globale delle donne: la Women's International Democratic Federation (WIDF).

Erano passati appena sei mesi dalla fine della seconda guerra mondiale, che aveva portato infinite sofferenze a milioni di persone. Le ferite fisiche e mentali che la guerra aveva lasciato erano tutt'altro che guarite. Milioni di donne avevano combattuto contro il fascismo e i suoi crimini e difeso la dignità umana. Avevano perso i loro parenti più stretti, i loro mariti e i loro figli; erano state sottoposte a torture disumane nei campi di concentramento nazisti; avevano vissuto e combattuto nell'illegalità. Le univa una comune richiesta: «Mai più una guerra!». Tra loro c'erano donne che sarebbero diventate le prime figure di spicco del WIDF. L’eminente scienziata francese e combattente della Resistenza Eugénie Cotton fu eletta prima presidente della WIDF; la prima segretaria generale fu Marie-Claude Vaillant-Couturier, che era sopravvissuta ai campi di concentramento di Auschwitz e Ravensbrück e che era comparsa come testimone nel processo di Norimberga.

Già nel marzo 1943, quando a Londra si celebrava la Giornata internazionale della donna con la partecipazione di antifasciste di ogni estrazione sociale, nacque l'idea di creare una federazione globale di donne. Negli anni che seguirono, questa idea prese forma. Donne di tutte le classi sociali e con diverse posizioni ideologiche, politiche e religiose, in particolare francesi e britanniche, formarono un Comitato preparatorio internazionale nel 1945 per il primo Congresso mondiale delle donne, che ebbe luogo a Parigi dal 26 novembre al 1 dicembre 1945, e che culminò nella fondazione della WIDF.

Le 850 partecipanti, provenienti da 41 paesi, espressero la volontà di unire le forze per proteggere la vita dei propri figli, per il rispetto dei loro diritti di madri, lavoratrici e cittadine, per il raggiungimento e la difesa dell'indipendenza nazionale e delle libertà democratiche, nonché per il definitivo abbattimento del fascismo e la difesa della pace.

All’atto della fondazione della WIDF, il 1° dicembre 1945, le partecipanti fecero un giuramento che è rimasto la linea guida delle loro azioni nei 75 anni seguenti:


«A nome di 81 milioni di donne, facciamo solenne giuramento di difendere i diritti economici, politici, civili e legali delle donne, di lottare per la creazione delle condizioni indispensabili per lo sviluppo armonioso e felice dei nostri figli e le generazioni future, di lottare instancabilmente affinché il fascismo venga spazzato via per sempre in ognuna delle sue forme e in modo che un’autentica democrazia sia stabilita in tutto il mondo, di lottare senza tregua per assicurare al mondo un pace duratura, unica garanzia di felicità nelle nostre case e di sviluppo dei nostri figli.»

La storica Francisca de Haan descrive la WIDF come un'organizzazione-ombrello internazionale progressista, femminista di sinistra, con un focus su pace, diritti delle donne, anticolonialismo e antirazzismo. Nella sua analisi della WIDF, sottolinea le principali differenze tra la WIDF e le associazioni femminili internazionali stabilite in precedenza, come la Women's World Association (International Council of Women) e la World Association for Women's Suffrage (International Alliance of Women). Da un lato c'era la forte enfasi sulla difesa della pace, risultante dalle terribili esperienze e dalla lotta di resistenza delle fondatrici della WIDF durante la seconda guerra mondiale: esse erano profondamente convinte di dover fare di tutto perché una simile guerra non affliggesse mai più l'umanità. Dall’altro, vedevano anche la pace come il prerequisito necessario per l'attuazione dei diritti delle donne e dei bambini.

D'altra parte, la WIDF era più inclusiva perché univa donne di tutte le classi sociali e aveva forti associazioni affiliate in tutti i continenti. L'universalità della WIDF e l'appeal del suo programma si riflettevano nella sua costante crescita: nel 1945 la WIDF contava 41 organizzazioni associate; nell'Anno internazionale delle donne 1975 le organizzazioni affiliate erano 103, oggi ne conta 135, unendo donne di diversi paesi di tutti i continenti, indipendentemente dalla loro provenienza. Questo costituisce a tutt’oggi la sua forza.

Non è stato affatto facile trasformare una simile unione dopo la seconda guerra mondiale nella federazione che è oggi. Gli oppositori accusavano la WIDF di essere una "organizzazione di facciata sovietica," che persegue compiti completamente diversi rispetto alla realizzazione degli obiettivi fissati nel programma.[ii] Affermavano che la WIDF era stata fondata dal movimento comunista internazionale e non era interessata ai diritti delle donne.

In questa attività di calunnia si distinse particolarmente il Committee for Un-American Activities (HUAC), fondato nel 1938: in un rapporto del 1949 sulla WIDF l’accusò di essere uno "strumento sovietico” e non un'organizzazione internazionale progressista delle donne, tanto che l’organizzazione americana affiliata alla WIDF, l’American Women's Congress (CAW), fu costretta a sciogliersi nel 1950 a causa della massiccia pressione da parte dell'HUAC. Nel periodo successivo la WIDF ha dovuto far fronte ad altre situazioni difficili, ovviamente dovute anche alle pressioni dell'HUAC. Quando la WIDF protestò contro le azioni del potere coloniale francese con dichiarazioni ed espressioni di solidarietà con il popolo vietnamita, durante la guerra in Indocina, il governo francese ne ordinò l'espulsione dalla Francia nel 1951. Il governo della DDR offrì sostegno alla WIDF, in modo che dal 1951 la segreteria della Federazione trasferì la sede centrale a Berlino. La WIDF subì un'ulteriore battuta d'arresto quando nel 1951 inviò una commissione internazionale d'inchiesta con sue rappresentanti da 17 paesi nella Corea del Nord, per indagare sulla situazione di donne e bambini vittime di attacchi aerei e massacri di civili da parte delle truppe statunitensi. Il rapporto finale «We Accuse», pubblicato in diverse lingue, portò alla revoca del loro status consultivo presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite sotto la pressione degli Stati Uniti e della Gran Bretagna nel 1954. Fu solo nel 1967 che tale status è stato ripristinato; nel 1969 la WIDF fu collocata nella categoria più alta, lo status consultivo generale.


La WIDF ha sempre attribuito grande importanza alle Nazioni Unite. Già al congresso di fondazione sostenne la creazione nell’ambito delle Nazioni Unite di una Commissione sulla condizione delle donne (CWS). Nel 1972, alla riunione della Commissione, la WIDF propose che fosse indetto un Anno internazionale delle donne, cosa che ebbe luogo con decisione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1975. La WIDF fu anche una delle promotrici della Convenzione sull'eliminazione di tutti Forme di discriminazione contro le donne (CEDAW), adottato dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel dicembre 1979.

Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, in particolare, l’esistenza della WIDF ha permesso alle donne di avvicinarsi per conoscersi meglio e comprendere meglio le diverse condizioni in cui lavoravano nei loro paesi, tenendo conto delle realtà sociali dei loro paesi. Ciò ha portato a innumerevoli azioni congiunte per la difesa dei diritti delle donne e della parità tra donne e uomini nella società. In questo contesto, è necessario sottolineare che il primo statuto della WIDF ha individuato come una priorità la necessità di lottare per i diritti delle donne. Tuttavia, la Guerra Fredda e le paure di una nuova guerra mondiale hanno portato alla polarizzazione e ad un cambiamento di visione del mondo, focalizzando soprattutto la lotta per la difesa della pace mondiale, a scapito della lotta per i diritti delle donne. Nella sua lunga storia, il WIDF ha combattuto costantemente e attivamente per il mantenimento della pace, contro la minaccia di una guerra nucleare e per il disarmo mondiale. Particolarmente degna di nota è la forte e ferma solidarietà della WIDF con le donne dei paesi che lottano per la loro indipendenza nazionale e che si oppongono all'oppressione in tutte le sue forme.

I passaggi salienti della lunga attività della WIDF comprendono i congressi mondiali delle donne a Budapest, Copenaghen, Vienna, Mosca, Helsinki, Berlino e Praga, il congresso mondiale delle madri a Losanna e l'apertura del centro sanitario per la protezione delle madri e i loro figli ad Hanoi.

Un periodo difficile ebbe inizio per la WIDF dopo la riunione del Consiglio generale del settembre 1989. Era necessario adattarsi alle nuove condizioni politiche globali, che hanno richiesto cambiamenti radicali nella struttura della WIDF, nelle forme e nei metodi di lavoro. Soprattutto, ciò includeva una maggiore attenzione al lavoro nelle regioni del mondo in cui operano le associazioni affiliate. Al 10° Congresso WIDF a Sheffield, nel marzo 1991, le partecipanti si sono impegnate pienamente per gli obiettivi fondanti della WIDF e hanno fatto appello alle donne di tutto il mondo a continuare a lottare per i diritti delle donne e l'uguaglianza tra donne e uomini e ad unirsi per la creazione di un futuro di progresso, giustizia e pace.

A causa della mancanza di interesse da parte del governo federale tedesco a mantenere la sede della WIDF a Berlino e per le crescenti difficoltà finanziarie, la sede della WIDF fu spostata in Francia nel 1992 e in Brasile nel 2002. Oggi la sede centrale della WIDF è nel Salvador, dal 2016. L’attuale presidente è Lorena Peña, ex presidente del parlamento di El Salvador.

La WIDF è rimasta fedele al giuramento fatto dalle fondatrici della WIDF nel 1945 e continua ad operare oggi per migliorare la situazione delle donne, per garantire la democrazia e la pace, per eliminare finalmente il fascismo e il razzismo e per aprire la strada a un futuro felice per le generazioni che verranno.

*Presidente dell'Associazione delle donne democratiche (Germania)

#FDIM75 #WIDF75 #FDIF75

[i]   Hoffnungen auf eine bessere Welt: Die frühen Jahre der Internationalen Demokratischen Frauenföderation (IDFF/WIDF) (1945 – 1950)” in Gabriele Kämper, Regine Othmer, Carola Sachse (Eds.), Gebrochene Utopien. Feministische Studien vol. 27, no. 2 (November 2009): 241-257.

[ii]   Committee on Un-American Activities, U.S. House of Representatives [hereafter, HUAC], Report on the Congress of Ameri-can Women (Washington: United States Government Printing Office, 1950, 23 October 1949, original release date) 

COLOMBIA / IV MISSIONE DELLA FDIM PER LA VERIFICA DEGLI ACCORDI DI PACE

 A BOGOTÁ SI È CONCLUSA LA QUARTA MISSIONE INTERNAZIONALE CHE VERIFICA L'APPLICAZIONE DELL'APPROCCIO DI GENERE NEGLI ACCORDI DI PACE 


La Federazione internazionale democratica delle donne (FDIM), facente parte della Componente Internazionale per la verifica dell'Approccio di genere nell'attuazione dell'Accordo finale per la pace in Colombia, si rivolge agli organismi e organizzazioni internazionali, a organizzazioni sociali ed enti governativi, alla Commissione per il monitoraggio, la promozione e la verifica dell'attuazione dell'Accordo Finale (CSIVI) e alla cittadinanza tutta per illustrare in modo preliminare e sintetico gli elementi contenuti nel Rapporto Finale della IV Missione di Verifica.

1.       In qualità di organizzazione internazionale che accompagna l'attuazione dell'approccio di genere nell'Accordo di Pace, chiediamo al governo nazionale, guidato dal presidente della Repubblica di Colombia, Iván Duque, di adottare, nel quadro del rispetto dei diritti umani, tutte le misure necessarie per garantire efficacemente la sicurezza e la vita dei/delle firmatari/e dell'Accordo di Pace, che sono stati/e oggetto di attacchi sistematici e ripetuti da parte di diversi attori armati, come forma di intimidazione alla verità, elemento indispensabile per superare decenni di conflitto armato e prevenire un nuovo genocidio di un partito politico, come a suo tempo accadde con l'Unione Patriottica. È allarmante che, nonostante gli annunci di piani, misure e i continui appelli a dare priorità alla protezione di questi soggetti, tale tragedia non abbia fine. Ad oggi, secondo quanto riportato dall'Unità Investigativa e di Accusa della Giurisdizione Speciale per la Pace, sono stati perpetrati 242 omicidi di ex combattenti, 55 tentati omicidi e 20 sparizioni forzate.

2.       Allo stesso modo, chiediamo protezione efficace e diligente per i/le leader sociali e gli esponenti dell’opposizione, che si compiano tutte le azioni necessarie per fermare l'ondata di minacce e massacri contro la popolazione civile, intensificatisi nell’anno in corso, e contro oltre 1000 leader sociali e difensori dei diritti umani, 36 dei quali sono donne.

Bogotà 25 novembre 2020 Foto FDIM

        Nella costruzione di Pace, non conta tanto la raffinatezza del suo disegno, quanto è assolutamente importante la sua attuazione. Per questo la IV Missione si rammarica della difficile situazione dell’ordine pubblico che il Paese sta attraversando, con l’aggravarsi delle violenze che i colombiani subiscono da anni, soprattutto nelle zone dove in passato agivano le ex FARC-EP, lasciati alla deriva davanti all'abbandono delle istituzioni, con episodi visibili di sfollamento forzato, confinamento di intere popolazioni e violenza contro le donne. Sollecitiamo il governo nazionale a prendere le decisioni adeguate perché cessino gli innumerevoli atti che causano vittime in aumento quest'anno.

4.       Richiamiamo l'attenzione sugli scarsi progressi nell'attuazione di alcuni aspetti dell'Accordo di Pace, sugli evidenti ritardi nello sviluppo di diversi punti dello stesso, come nel caso della riforma rurale globale e della sostituzione delle colture illegali. È urgente procedere su questi temi, poiché in ultima analisi sono due cause centrali della continuità delle violenze. Una delle principali richieste delle donne riguarda l'accesso alle terre produttive e ai crediti per produrre e garantire la sopravvivenza della famiglia, al fine di realizzare un cambiamento nell'attività economica e nelle loro forme di sussistenza. Ecco perché l'attuazione degli accordi in modo efficace, senza ostacoli burocratici, senza ritardi, è la grande sfida da vincere per fare progressi nella pace.

5.      


Allo stesso modo, persistono i divari tra l'attuazione generale dell'Accordo di Pace e l'Approccio di genere: le misure di correzione degli enti statali non sono sufficienti, generano maggiori iniquità e disuguaglianze di genere, specialmente nei territori colpiti dalla guerra. Insistiamo sulla necessità di una maggiore volontà politica di mettere in pratica quanto concordato, nonché di fornire risorse sufficienti per garantire l'esecuzione delle misure stabilite nel PMI.

6.       Il rafforzamento e la visibilità della leadership politica e sociale delle donne vengono azzerati dall'aumento della violenza nelle aree rurali, dall'aumento dei femminicidi, dall'assassinio di leader sociali, uomini e donne, dal reclutamento forzato di bambini, ragazze e adolescenti e dalle stragi che generano terrore, ostacolano la partecipazione sociale e politica delle donne, tutti fattori che distruggono la già precaria democrazia colombiana.

7.       Insistiamo sull'estensione dell'approccio di genere e delle azioni positive per le persone LGBTIQ, attraverso l'articolazione dei PDET con l'intero complesso di politiche pubbliche a livello nazionale, con i piani di sviluppo dipartimentali e municipali. Allo stesso modo, suggeriamo di promuovere la formazione dei funzionari pubblici sull'approccio di genere e sulle metodologie differenziali.

8.       Raccomandiamo di rafforzare l'Unità Speciale d’Indagine e Smantellamento delle organizzazioni criminali, perché blocchi l'assassinio selettivo e sistematico di ex combattenti e leader sociali, in particolare donne, posteriore alla firma dell'Accordo di Pace.

9.       Suggeriamo che il governo della Colombia riprenda completamente il Programma nazionale per la sostituzione delle colture di uso illecito (PNIS), eserciti maggiore vigilanza sugli operatori dei progetti delle famiglie beneficiarie, specialmente quelle in cui le donne sono capofamiglia. che rappresentano circa il 34% del totale dei beneficiari. Esortiamo il governo a non militarizzare i territori nella sua politica di guerra alla droga e a rispettare l'Accordo di pace.

10.   Chiediamo all'Agenzia Nazionale per la Reincorporazione di tener conto dell'approccio di genere, dato che del totale dei progetti produttivi di carattere collettivo approvati, le ex combattenti beneficiarie sono il 28,5% e del totale dei progetti individuali approvati, le beneficiarie sono il 25,84%. Urge che il CNR prenda provvedimenti per colmare questo divario.

11.   Sottolineiamo l'integrazione dell'approccio di genere in tutto il Sistema di Verità, Giustizia, Riparazione e Non Ripetizione, che viene portato avanti con successo, sia nella Commissione per il Chiarimento della Verità, che nella Giurisdizione Speciale per la Pace e nel Unità di ricerca di persone date per scomparse, lavoro che si è concretizzato nella creazione di gruppi, commissioni e metodologie specializzate che ne consentono l’estensione: la loro esperienza può essere un incentivo perché altri enti, programmi e piani derivanti dall'Accordo di pace acquisiscano l’approccio di genere nel loro lavoro. Ancora una volta chiediamo al governo nazionale di mettere a disposizione le risorse necessarie perché svolgano le loro funzioni.

12.  

Bogotà 25 novemre 2020 Foto FDIM

Segnaliamo il lavoro svolto dalla Giurisdizione Speciale per la Pace (JEP); tuttavia, richiamiamo l'attenzione sulla necessità di dare avvio al macrocaso[H1]  sulla violenza sessuale, che è un debito dello Stato colombiano nei confronti delle donne che l'hanno subita durante decenni di conflitto armato; senza peraltro trascurare l'acquisizione dell'Approccio Etnico, data la diversità che contraddistingue i territori colombiani e le loro popolazioni. 

D'altro canto, riteniamo della massima importanza che la Commissione per il Chiarimento della Verità includa nel suo rapporto una sezione specifica sul genere, debito storico delle istituzioni verso la società.

13.   Evidenziamo il lavoro della II Missione delle Nazioni Unite, delle organizzazioni di cooperazione internazionale e della componente internazionale nel monitoraggio dell'attuazione dell'approccio di genere che accompagni la costruzione della pace in Colombia, il suo finanziamento, sostegno e il suo monitoraggio.

14.   Al fine di avanzare nella ricerca di una pace completa, insistiamo affinché il governo nazionale riprenda il tavolo di dialogo esplorativo con l'Esercito di Liberazione Nazionale.

15.   Esprimiamo la nostra grande preoccupazione per la stagnazione del lavoro del CSIVI, dato che su 17 sessioni portate avanti finora quest'anno, tutti i delegati designati dal Governo Nazionale, secondo quanto concordato nell'Accordo di Pace, hanno partecipato solo a 4 sessioni. Pertanto, chiediamo di regolarizzare e normalizzare il suo funzionamento.

16.   Chiediamo un'azione efficace per smantellare i gruppi armati illegali e paramilitari, come concordato nell'accordo di pace.

17.   Apprezziamo la gestione dell'Alta Istanza delle Donne, che ha ottenuto l'acquisizione di 50 indicatori nel Piano Quadro di Attuazione dell'Accordo di pace, per misurare l'acquisizione dell’approccio di genere nelle diverse azioni. Tuttavia, dimostriamo che non dispone delle garanzie di bilancio e logistiche per il suo corretto funzionamento.

18.   Sottolineiamo l'urgente necessità di promuovere riforme alla normativa elettorale e politica che garantiscano candidature in termini di parità tra uomini e donne e altri cambiamenti per estendere la democratizzazione e la trasparenza nella partecipazione politica, un aspetto centrale in questa fase postbellica. Esortiamo lo Stato colombiano a realizzare speciali circoscrizioni di pace come garanzia di inclusione dei territori storicamente colpiti dal conflitto.

La Colombia deve superare gli ostacoli che si presentano quotidianamente nell'attuazione della pace. Per questo è necessaria una maggiore volontà di tutti gli attori politici, sociali e istituzionali, per lavorare insieme in questo sforzo che ci riguarda tutti e tutte, e per superare decenni di violenza, intolleranza e atti aberranti, con garanzie di non ripetizione.

A distanza di quattro anni dalla firma dell'Accordo, la Federazione Internazionale Democratica delle Donne ribadisce il suo impegno e sostegno al processo di pace, alle donne e al popolo colombiano. Non ci arrenderemo finché in Colombia non vi sarà pace, rispetto dei diritti umani, giustizia sociale e una democrazia piena ed egualitaria!

Bogotá D.C, Colombia, 27 novembre 2020

Le componenti della IV Missione FDIM:

Argentina: Cristina Romano

Italia: Ada Donno

Perú: Rita Rojas

Ecuador: Rosa Salazar

Brasil: Liege Rocha

Venezuela: Maritza Roquetts

Guatemala: Alba Estella Maldonado  e Ana María Monzón

El Salvador: Jenniffer Velásquez

Líbano: Wafy Ibrahim

Colombia: Gloria Inés Ramírez, Magnolia Agudelo, Alba Cecilia Pineda, Gloria Lara, Elvinia, Lina Collazos, Beatriz Hernández, Matilde Mora y delegadas territoriales de Asonam, Asudemuj, Corporación casa de la mujer y la familia Stella Brand, UMD y CONAMU.


 [H1]

30/11/20

FDIF/FDIM/WIDF 1945-2020 Una storia da raccontare

 Il 1° dicembre di 75 anni fa nasceva la  Federazione Democratica Internazionale delle Donne




Ricordiamo quel giorno (e ciò che ne seguì) riportando l'introduzione al libro di GALINA GALKINA La Federazione Democratica Internazionale delle Donne. Capitoli nella storia (Edizioni Il Raggio Verde, 2017)

Il volume è reperibile in formato ebook: https://www.bookrepublic.it/book/9788899679286-la-federazione-democratica-internazionale-delle-donne/



Una storia da raccontare

di Ada Donno

«È un’emozione per me salutare tante donne d’ogni provenienza, differenti percorsi di vita ed età, che qui rappresentano più di 40 paesi del mondo» disse Eugénie Cotton, prestigiosa allieva di Marie Curie e presidente dell’Unione delle donne francesi, salutando le convenute a Parigi, nel Palais de la Mutualité, quel 26 novembre 1945. Era il primo incontro internazionale di donne dopo la guerra e l’occasione era di quelle che passano alla storia: 850 donne, o forse più, delegate da oltre 180 organizzazioni d’Europa, Nord  e Sud America, Africa e Australia,  a rappresentare virtualmente 81 milioni di donne,[i] avevano risposto all’invito del Comitato d’Iniziativa Internazionale che si era costituito a Parigi nel mese di giugno di quell’anno.[ii] Era stata la stessa Madame Cotton a lanciare l’idea di un congresso internazionale, dal quale far nascere una grande federazione femminile per la democrazia e la pace [iii].

Finalmente, dopo il lavoro febbrile di molti mesi, l’idea diventava realtà. Tra le delegate c’erano ex deportate nei campi di concentramento e di sterminio nazisti, donne che avevano perduto marito e figli nella guerra, che avevano conosciuto la dura vita della clandestinità e dell’esilio, che avevano combattuto sui campi di battaglia e nelle file della Resistenza europea. Ad esse si aggiunsero donne di altri continenti, alcune venivano da paesi nei quali le lotte contro il colonialismo e per l’indipendenza nazionale erano agli inizi.

Alcune delle presenti avevano nomi conosciuti oltre i confini dei loro paesi, perfino leggendari, come la pasionaria basca Dolores Ibarruri e la combattente dell’Armata Rossa Nina Popova.[iv] La francese Marie Claude Vaillant Couturier era sopravvissuta ad Auschwitz[v]. La britannica Elizabeth Acland Allen era una pacifista nota per aver contribuito ad organizzare il grande Congresso Mondiale della Pace di Bruxelles del ‘36, alla vigilia della guerra. Victoria Kent rappresentava la Spagna antifranchista costretta all’esilio.[vi] Altre erano semplici operaie, delegate sindacali, attiviste, i cui nomi suonavano sconosciuti ai più.

Della delegazione italiana (fra le più nutrite, insieme a quelle di Stati Uniti, Gran Bretagna, Messico e Francia), facevano parte donne che avrebbero avuto un ruolo di primo piano nella vita politica e culturale repubblicana e nel movimento femminile, come Camilla Ravera, Ada Gobetti, Maria Romita, Lina Merlin, Maria Calogero, Anna Lorenzetto, Elena Fischli Dreher, Gigliola Spinelli, Rosetta Longo, Marisa Rodano e altre. [vii]

Da quel congresso, il 1° dicembre 1945, nacque la Federazione democratica internazionale delle donne. La grande tragedia del fascismo e della seconda guerra mondiale – la più distruttiva che l’umanità avesse conosciuto – era alle spalle e i sentimenti prevalenti fra la gente, in Europa come negli altri continenti, erano la speranza che gli orrori a cui aveva assistito non si ripetessero mai più e la determinazione a lottare per questo.

«A nome di 81 milioni di donne, facciamo solenne giuramento di aderire allo sviluppo di questa grande organizzazione femminile, nata dopo la seconda guerra mondiale. Facciamo solenne giuramento di lottare …» dichiararono le donne riunite a congresso.[viii] Oggi forse il linguaggio suona antiquato e fra le donne non usa più fare solenni pubblici giuramenti, ma non v’è dubbio che una convinzione profonda e un autentico entusiasmo ispirassero le fondatrici della FDIF, come testimoniò la corrispondente di Noi Donne, che scrisse: «Due italiane, tutt’e due appartenenti all’Udi, Ada Gobetti e Camilla Ravera, fanno parte del Comitato esecutivo della Federazione. Tutte noi donne italiane dobbiamo essere liete e fiere che la lunga attività antifascista delle migliori fra noi, che il nostro apporto alla lotta di liberazione e all’opera di ricostruzione – apporto del quale la nostra grande Udi può a buon diritto rivendicare il merito – abbia permesso al nostro paese d’essere degnamente rappresentato in un organismo internazionale di tanta importanza per l’avvenire dell’umanità».[ix]

«La Federazione nasce perché le donne di tutti i continenti possano lottare unite per la realizzazione dei loro interessi e delle loro speranze», disse ancora Eugénie Cotton, che fu eletta presidente della Federazione e conservò l’incarico fino al 1967, anno della sua morte.[x] E aggiunse, commossa: «Per la nostra bella impresa, abbiamo le stesse ambizioni e lo stesso amore che una giovane madre ha per il figlio che sta per nascerle, e noi vogliamo vegliare sulla giustizia e sulla pace come sulla salute preziosa dei nostri figli».[xi]

Quel momento sarà ricordato a lungo, con tenerezza ancora incredula, dalle donne che vi parteciparono, molte delle quali negli anni successivi divennero dirigenti politiche di primo piano nei loro paesi di provenienza. «Oggi una non s’immagina neppure le difficoltà – raccontava molti anni più tardi Marie-Claude Vaillant-Couturier, che della federazione fu segretaria generale per i primi dieci anni -  costituite dai lunghi viaggi non soltanto per venire da paesi lontani come l’Argentina o l’India con i mezzi di trasporto dell’epoca, ma anche per attraversare l’Europa devastata dalla guerra. L’organizzazione materiale del congresso richiese grandi sforzi, non c’erano le apparecchiature per la traduzione simultanea, come oggi, e le traduzioni si facevano per gruppi ad alta voce in un frastuono spaventoso. Ma non era importante, dominava l’emozione di ritrovarsi assieme, di misurare assieme l’importanza della partecipazione delle donne…”». [xii]

La neonata Federazione scelse di darsi obiettivi che riflettevano i sentimenti e le necessità di quel momento storico: la «lotta contro il fascismo e il militarismo, la sola che può permettere di assicurare le condizioni di una pace durevole», un’azione risoluta per «l’uguaglianza completa di diritti per donne e uomini in tutti i campi  della vita sociale, giuridica, politica ed economica» e per «il rispetto di tutte le libertà fondamentali degli esseri umani, senza distinzione di genere, razza, lingua o credo religioso»[xiii].

Alla comunità internazionale il congresso di Parigi chiese «il rispetto dei principi di uguaglianza di diritti e di autodeterminazione per tutti i popoli» e «del diritto di ciascun popolo a scegliere liberamente, senza ingerenze esterne, la forma di governo che gli conviene».[xiv]  La difesa del diritto dei popoli all’indipendenza nazionale e alle libertà democratiche, la costruzione della pace e del disarmo universale apparivano un compito fondamentale delle donne. Già presaghe dei nuovi pericoli che si paravano all’orizzonte, le convenute a Parigi chiesero che l’energia atomica fosse messa «al servizio del progresso e della pace e posta sotto il controllo delle Nazioni Unite».[xv] Uscendo dalla più mortale delle guerre, scatenata dal fascismo, era comprensibile che le questioni della democrazia  e della pace fossero poste in primo piano.

A farsi interprete di questa preoccupazione fu soprattutto Dolores Ibarruri, con la veemenza del suo eloquio trascinante[xvi]: «I nostri cuori di donne e di madri battono d’una indignazione violenta pensando che, mentre ancora sanguinano le ferite della guerra, mentre le rovine delle città distrutte ancora ci si parano davanti, tragica testimonianza di un passato d’orrore, vi siano persone che non soltanto ricominciano a parlare di guerra, ma si preparano a nuove aggressioni”[xvii].

Tuttavia c’era anche piena consapevolezza che nessuna vera democrazia si sarebbe costruita, nessuno sviluppo economico e sociale equo sarebbe stato possibile finché le donne non avessero goduto della pienezza dei loro diritti. Di tutti i diritti, in campo politico, economico, giuridico e sociale.[xviii]

«Il nostro incontro di oggi – ammonì Eugénie Cotton – è un evento storico di cui dobbiamo sottolineare l’importanza e la novità. I milioni di lavoratrici di tutti i paesi che hanno inviato delegate a questo Congresso sono oggi anche elettrici. Non solo possono esprimere dei desideri su tutte le questioni che le interessano, ma possono mettere al servizio delle loro rivendicazioni l’autorità dei loro voti. Questa autorità è grande, e noi ne abbiamo coscienza»[xix].

Alle “donne del mondo” fu proposto un programma d’azione con il lungo elenco dei diritti da conquistare e difendere «in quanto madri, lavoratrici e cittadine, per la difesa del diritto alla vita e al futuro per i loro figli, ».[xx]

Su questo punto occorre soffermarsi e insistere.

25/11/20

25 novembre giornata mondiale per l'eliminazione della violenza contro le donne


QUALE VACCINO CONTRO LA PANDEMIA DELLA VIOLENZA DI GENERE?*



di Ada Donno

La ricorrenza del 25 novembre, Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne, arriva quest’anno sull’onda della denuncia dell’aumento esponenziale, in ogni paese colpito dall’emergenza sanitaria del Covid-19, delle violenze sulle donne, specialmente nei contesti intrafamiliari.

I centri antiviolenza riferiscono che, nei mesi di marzo e aprile, in Italia il numero di richieste di aiuto per violenze su donne e bambini è raddoppiato e che, nelle ultime settimane, la riproposizione delle misure restrittive per fermare la diffusione dei contagi torna a pesare soprattutto sulle donne, in diversi modi, incluso quello dell’aumento della violenza.  

Il rapporto annuale delle Nazioni Unite conferma che il fenomeno è globale: a qualunque latitudine, per molte donne, trovarsi forzatamente in casa con un partner violento, non poter aver accesso liberamente ai numeri antiviolenza, subire la perdita del lavoro con la conseguente rinuncia alla propria autonomia e alla propria indipendenza economica, è un triste effetto collaterale della pandemia.

Ma se le forme di violenza che le donne subiscono sono varie, la radice – lo diciamo da decenni e finalmente sembra stia diventando pensiero diffuso -  è una: l’oppressione patriarcale che si perpetua nella disparità e asimmetria persistnte nei rapporti fra uomini e donne nel pubblico e nel privato, a cui va ascritta ogni forma di violenza contro le donne, dal rigurgito integralista di gruppi sociali all’aggressione violenta e improvvisa in forma individuale. Ogni sopruso e prepotenza compiuti dalla parte maschile della società contro la parte femminile è il retaggio di un ordine patriarcale le cui regole - anche là dove sono formalmente rinnegate - sopravvivono in codici di comportamento accettati o tollerati, in ordinamenti sociali inqui  e nelle pieghe delle leggi di uno Stato democratico. Ogni violenza è riconducibile alla radice comune della percezione del corpo della donna come “cosa violabile”, che si può velare, nascondere (o esibire come merce, dipende da circostanze e latitudini), usare, sfregiare e, perché no, annientare.

L’Organizzazione mondiale della sanità stima che una donna su tre abbia subito violenza fisica e/o sessuale almeno una volta nella vita. Ma avverte anche che questa cifra è solo la punta dell’iceberg, a causa dello stigma e la vergogna che questa forma di violenza porta con sé, che colpisce le vittime e lascia impuniti i colpevoli.

Il riconoscimento ufficiale della “violenza di genere” nella sua specificità è stato peraltro l’approdo di un percorso non facile né breve. Grazie alle pressioni del movimento femminista internazionale, venne introdotta per la prima volta nella Dichiarazione di Vienna del 1993, a chiusura della Conferenza Mondiale sui Diritti Umani tenutasi nella capitale austriaca. “La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia – si diceva finalmente nella Dichiarazione - è una violazione dei diritti umani delle donne che va contrastata sia in pubblico che in privato e i governi devono assumersi la responsabilità di farlo”. 

Nelle Conferenze del Cairo del ‘94 e di Pechino del ‘95 si cominciarono a dare le cifre globali e si definirono le diverse aree di violenza contro le donne: da quelle compiute all'interno della famiglia agli stupri di guerra, a quelle legate alla prostituzione e al traffico internazionale delle donne, o a pratiche tradizionali e intolleranza religiosa; fino ad ogni forma di violenza legata al ruolo riproduttivo delle donne che impedisce loro di decidere della propria sessualità e maternità. Da qualche decennio in qua si è aggiunta una nuova forma di violenza, virtuale ma non meno feroce, perpetrata attraverso le reti sociali. 

La giornata mondiale del 25 novembre, proclamata dalle Nazioni Unite nel dicembre del ’99, è stata importante per favorire l’emersione del fenomeno, tanto antico e occultato, quanto diffuso e trasversale. Talmente esteso da non poter essere riducibile a sacche di arretratezza culturale, ad appartenenze di tipo etnico, economico, o religioso, come confermano i rapporti annuali dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani. La ricorrenza fu scelta in ricordo delle tre sorelle Mirabal, attiviste antifasciste della repubblica dominicana trucidate, il 25 di novembre di sessant’anni fa, per ordine del dittatore Trujillo. 

L’Europa ha sancito il suo impegno per la prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica con la Convenzione di Istanbul del 2011, insistendo specialmente sugli interventi legislativi da adottare nei paesi membri. Ma ci sono sette paesi del Consiglio d’Europa che non l’hanno ancora ratificata: Bulgaria, Repubblica ceca, Ungheria, Lituania, Slovacchia, Lettonia, e perfino (seppur per altri motivi) il Regno Unito. 

L'opposizione di questi paesi, oltre a bloccare tuttora l'adesione complessiva del Consiglio alla Convenzione (e a creare imbarazzo negli altri componenti), indebolisce oggettivamente l’efficacia di iniziative come Spotlight initiative, il piano d’azione lanciato con grande enfasi dall’Unione europea, in partnership con le Nazioni Unite nel 2017, e anche la Strategia sui diritti delle vittime, annunciata più di recente dalla Commissione europea per potenziare i servizi di pubblica utilità contro la violenza sessuale e domestica. Come se non bastasse, i governi di Ungheria e Polonia minacciano, un giorno sì e l’altro pure, di ritirare addirittura la firma, mentre nella stessa Turchia, che fu il primo paese a ratificarla nel 2012, cresce il rumore integralista contro questa Convenzione che minerebbe la salute della famiglia tradizionale! 

E in Italia? L’osservatorio femminista sempre all’erta denuncia da qualche anno una recrudescenza degli attacchi, aperti o subdoli, ai diritti delle donne e ai luoghi organizzati delle donne: da parte delle destre integraliste in materia di sessualità e riproduzione; da parte di politiche obbedienti ai dettami neoliberisti che impongono tagli drastici allo stato sociale e promuovono nuove forme di sfruttamento del lavoro femminile; da parte di amministrazioni locali che puntano allo sgombero degli spazi in cui operano i collettivi femministi che gestiscono i centri antiviolenza. 

Ecco perché per questo 25 novembre, come ogni anno, si organizzano eventi in ogni città, anche se per forza di cose in modalità online: per dire alla società tutta che i percorsi di fuoriuscita dalla violenza di genere sono attivi anche al tempo della pandemia; per dire alle istituzioni di governo, da quello centrale a quelli locali, che serve a poco un approccio al problema di tipo emergenziale, che si limiti a prendere misure “speciali” sull’onda emotiva dell’ultimo femminicidio.

Serve potenziare i centri antiviolenza e accoglienza delle donne che subiscono abusi, potenziare il servizio telefonico di pubblica utilità contro la violenza domestica, ma servono soprattutto interventi strutturali, serve allargare gli spazi di agibilità democratica per le donne, per farle uscire dalla condizione di minorità in cui ancora in molte realtà sono confinate; servono politiche organicamente mirate a colpire le sacche di emarginazione e segregazione sociale che ancora coinvolgono le donne. Serve valorizzare la presenza femminile nella sfera pubblica contro ogni discriminazione possibile, supportando i percorsi di emancipazione e liberazione femminili di tutte le donne, native e migranti. A cominciare dall'accesso al lavoro: l’Italia è uno dei paesi europei in cui le donne sono meno attive nel mercato del lavoro, circa il 56%, percentuale lontana dalla media europea del 68%.

Serve infine, ultima ma non per ultima, costruire la cultura del rispetto a partire dalla scuola, dal linguaggio e dal senso delle parole, lavorare per rompere modelli relazionali ed educativi patriarcali. Serve snidare la cultura che produce la violenza e costruire una nuova convivenza basata sull'idea condivisa della libertà femminile, che ha inizio nell'inviolabilità del corpo delle donne. Da questa prospettiva, il percorso da realizzare è ancora lungo..

*già pubblicato su: https://www.ventidiponente.it/index.php

 

15/11/20

21 novembre mobilitazione in tutta Italia

 Fuori dall’economia del profitto, per la società della cura




Gruppi, singole donne e uomini, comitati, reti associative e di movimento, realtà studentesche, lavorative, sindacali e ricreative sono chiamate a dar vita in tutte le piazze del Paese (nel pieno rispetto delle norme anti-Covid) ad una grande giornata di mobilitazione per proporre un piano di radicale conversione sociale, economica, ecologica, e culturale capace di trovare una risposta equa e unitaria alle crisi sanitaria, economica, ambientale e climatica che stringono alla gola le nostre società 




Alcune cose da  fare subito:

  • Reddito per tutt* e aiuti adeguati fino alla fine dell’emergenza sanitaria
  • Vigilanza costante sul rispetto delle misure di prevenzione, salute e sicurezza in tutti i luoghi di lavoro
  • Investimenti e assunzioni per garantire sanità e istruzione pubbliche, infrastrutture sociali, accoglienza, casa, trasporti
  • Un piano di prevenzione primaria a tutela di salute, vita, beni comuni e territorio

Dove recuperare le risorse

  • Tassa straordinaria su tutti gli alti redditi, patrimoni e rendite
  • Riduzione drastica delle spese militari
  • Abrogazione dei sussidi ambientalmente dannosi, tasse sulle emissioni di gas climalteranti e sulla plastica monouso
  • Blocco delle opere – grandi e piccole – dannose per l’ambiente, il clima e la salute
  • Utilizzo fondi di Cassa Depositi e Prestiti per gli investimenti pubblici sui servizi

09/11/20

Palestina / Liberate Khitam Saafin!


Esigiamo dallo Stato di Israele il rispetto dei diritti umani e il rilascio di Khitam e di tutti i detenuti politici palestinesi. Esigiamo il ritiro delle forze di occupazione israeliane dai Territori Palestinesi e il pieno riconoscimento internazionale dello Stato di Palestina, con  Gerusalemme
capitale.


Il 2 novembre 2020, le forze di occupazione israeliana hanno arrestato a Beitunia, città palestinese nelle vicinanze di Ramallah, Khitam Saafin, attivista palestinese, dirigente dell'Unione Generale delle donne palestinesi (GUPW) e leader dei Comitati femminili palestinesi, dopo un assalto la sua casa. Ancora un’altra leader della resistenza palestinese arrestata e trattenuta in detenzione “amministrativa” dalle autorità israeliane, vale a dire senza formulare a suo carico precisi atti di accusa, in evidente violazione del diritto internazionale. 

Khitam Saafin è l’ennesima vittima della sistematica campagna di arresti mirata a colpire le figure preminenti della lotta contro l’occupazione israeliana dei territori palestinesi e per il rilascio dei tanti prigionieri palestinesi detenuti in condizioni estremamente difficili, senza tener conto dei diritti umani e delle precauzioni sanitarie minime, soprattutto di fronte all'attuale situazione epidemiologica.

L’Awmr Italia – Donne della Regione Mediterranea accoglie l’invito rivolto dall’Unione Generale delle Donne Palestinesi alla comunità internazionale, particolarmente alle organizzazioni delle donne e per i diritti umani, a lanciare una campagna di solidarietà a sostegno del rilascio di Khitam e degli altri prigionieri politici palestinesi che sono vittime di arresti arbitrari e di detenzione amministrativa.

Accogliamo l'invito a fare del prossimo 28 novembre 2020 una giornata internazionale di azione contro le politiche di Apartheid e di annessione messe in atto da Israele nei Territori Palestinesi, per il pieno riconoscimento internazionale dello Stato di Palestina con Gerusalemme capitale.

Esigiamo dallo Stato di Israele il rispetto dei diritti umani e dell'autodeterminazione del popolo palestinese.

Esigiamo dalle autorità israeliane che cessino le politiche di detenzione amministrativa, isolamento e sequestro di donne e uomini attivisti della resistenza palestinese, che costituiscono una grave violazione dei diritti umani fondamentali, delle norme e dei patti internazionali come la Convenzione di Ginevra, oltre che la negazione dei valori umani e morali più elementari.

Awmr Italia – Donne della Regione Mediterranea

(Ufficio europeo della Federazione Democratica Internazionale delle Donne)

Roma, 6 novembre 2020

#StopAnnexation  #EndApartheid  #DayOfAction