30/11/20

FDIF/FDIM/WIDF 1945-2020 Una storia da raccontare

 Il 1° dicembre di 75 anni fa nasceva la  Federazione Democratica Internazionale delle Donne




Ricordiamo quel giorno (e ciò che ne seguì) riportando l'introduzione al libro di GALINA GALKINA La Federazione Democratica Internazionale delle Donne. Capitoli nella storia (Edizioni Il Raggio Verde, 2017)

Il volume è reperibile in formato ebook: https://www.bookrepublic.it/book/9788899679286-la-federazione-democratica-internazionale-delle-donne/



Una storia da raccontare

di Ada Donno

«È un’emozione per me salutare tante donne d’ogni provenienza, differenti percorsi di vita ed età, che qui rappresentano più di 40 paesi del mondo» disse Eugénie Cotton, prestigiosa allieva di Marie Curie e presidente dell’Unione delle donne francesi, salutando le convenute a Parigi, nel Palais de la Mutualité, quel 26 novembre 1945. Era il primo incontro internazionale di donne dopo la guerra e l’occasione era di quelle che passano alla storia: 850 donne, o forse più, delegate da oltre 180 organizzazioni d’Europa, Nord  e Sud America, Africa e Australia,  a rappresentare virtualmente 81 milioni di donne,[i] avevano risposto all’invito del Comitato d’Iniziativa Internazionale che si era costituito a Parigi nel mese di giugno di quell’anno.[ii] Era stata la stessa Madame Cotton a lanciare l’idea di un congresso internazionale, dal quale far nascere una grande federazione femminile per la democrazia e la pace [iii].

Finalmente, dopo il lavoro febbrile di molti mesi, l’idea diventava realtà. Tra le delegate c’erano ex deportate nei campi di concentramento e di sterminio nazisti, donne che avevano perduto marito e figli nella guerra, che avevano conosciuto la dura vita della clandestinità e dell’esilio, che avevano combattuto sui campi di battaglia e nelle file della Resistenza europea. Ad esse si aggiunsero donne di altri continenti, alcune venivano da paesi nei quali le lotte contro il colonialismo e per l’indipendenza nazionale erano agli inizi.

Alcune delle presenti avevano nomi conosciuti oltre i confini dei loro paesi, perfino leggendari, come la pasionaria basca Dolores Ibarruri e la combattente dell’Armata Rossa Nina Popova.[iv] La francese Marie Claude Vaillant Couturier era sopravvissuta ad Auschwitz[v]. La britannica Elizabeth Acland Allen era una pacifista nota per aver contribuito ad organizzare il grande Congresso Mondiale della Pace di Bruxelles del ‘36, alla vigilia della guerra. Victoria Kent rappresentava la Spagna antifranchista costretta all’esilio.[vi] Altre erano semplici operaie, delegate sindacali, attiviste, i cui nomi suonavano sconosciuti ai più.

Della delegazione italiana (fra le più nutrite, insieme a quelle di Stati Uniti, Gran Bretagna, Messico e Francia), facevano parte donne che avrebbero avuto un ruolo di primo piano nella vita politica e culturale repubblicana e nel movimento femminile, come Camilla Ravera, Ada Gobetti, Maria Romita, Lina Merlin, Maria Calogero, Anna Lorenzetto, Elena Fischli Dreher, Gigliola Spinelli, Rosetta Longo, Marisa Rodano e altre. [vii]

Da quel congresso, il 1° dicembre 1945, nacque la Federazione democratica internazionale delle donne. La grande tragedia del fascismo e della seconda guerra mondiale – la più distruttiva che l’umanità avesse conosciuto – era alle spalle e i sentimenti prevalenti fra la gente, in Europa come negli altri continenti, erano la speranza che gli orrori a cui aveva assistito non si ripetessero mai più e la determinazione a lottare per questo.

«A nome di 81 milioni di donne, facciamo solenne giuramento di aderire allo sviluppo di questa grande organizzazione femminile, nata dopo la seconda guerra mondiale. Facciamo solenne giuramento di lottare …» dichiararono le donne riunite a congresso.[viii] Oggi forse il linguaggio suona antiquato e fra le donne non usa più fare solenni pubblici giuramenti, ma non v’è dubbio che una convinzione profonda e un autentico entusiasmo ispirassero le fondatrici della FDIF, come testimoniò la corrispondente di Noi Donne, che scrisse: «Due italiane, tutt’e due appartenenti all’Udi, Ada Gobetti e Camilla Ravera, fanno parte del Comitato esecutivo della Federazione. Tutte noi donne italiane dobbiamo essere liete e fiere che la lunga attività antifascista delle migliori fra noi, che il nostro apporto alla lotta di liberazione e all’opera di ricostruzione – apporto del quale la nostra grande Udi può a buon diritto rivendicare il merito – abbia permesso al nostro paese d’essere degnamente rappresentato in un organismo internazionale di tanta importanza per l’avvenire dell’umanità».[ix]

«La Federazione nasce perché le donne di tutti i continenti possano lottare unite per la realizzazione dei loro interessi e delle loro speranze», disse ancora Eugénie Cotton, che fu eletta presidente della Federazione e conservò l’incarico fino al 1967, anno della sua morte.[x] E aggiunse, commossa: «Per la nostra bella impresa, abbiamo le stesse ambizioni e lo stesso amore che una giovane madre ha per il figlio che sta per nascerle, e noi vogliamo vegliare sulla giustizia e sulla pace come sulla salute preziosa dei nostri figli».[xi]

Quel momento sarà ricordato a lungo, con tenerezza ancora incredula, dalle donne che vi parteciparono, molte delle quali negli anni successivi divennero dirigenti politiche di primo piano nei loro paesi di provenienza. «Oggi una non s’immagina neppure le difficoltà – raccontava molti anni più tardi Marie-Claude Vaillant-Couturier, che della federazione fu segretaria generale per i primi dieci anni -  costituite dai lunghi viaggi non soltanto per venire da paesi lontani come l’Argentina o l’India con i mezzi di trasporto dell’epoca, ma anche per attraversare l’Europa devastata dalla guerra. L’organizzazione materiale del congresso richiese grandi sforzi, non c’erano le apparecchiature per la traduzione simultanea, come oggi, e le traduzioni si facevano per gruppi ad alta voce in un frastuono spaventoso. Ma non era importante, dominava l’emozione di ritrovarsi assieme, di misurare assieme l’importanza della partecipazione delle donne…”». [xii]

La neonata Federazione scelse di darsi obiettivi che riflettevano i sentimenti e le necessità di quel momento storico: la «lotta contro il fascismo e il militarismo, la sola che può permettere di assicurare le condizioni di una pace durevole», un’azione risoluta per «l’uguaglianza completa di diritti per donne e uomini in tutti i campi  della vita sociale, giuridica, politica ed economica» e per «il rispetto di tutte le libertà fondamentali degli esseri umani, senza distinzione di genere, razza, lingua o credo religioso»[xiii].

Alla comunità internazionale il congresso di Parigi chiese «il rispetto dei principi di uguaglianza di diritti e di autodeterminazione per tutti i popoli» e «del diritto di ciascun popolo a scegliere liberamente, senza ingerenze esterne, la forma di governo che gli conviene».[xiv]  La difesa del diritto dei popoli all’indipendenza nazionale e alle libertà democratiche, la costruzione della pace e del disarmo universale apparivano un compito fondamentale delle donne. Già presaghe dei nuovi pericoli che si paravano all’orizzonte, le convenute a Parigi chiesero che l’energia atomica fosse messa «al servizio del progresso e della pace e posta sotto il controllo delle Nazioni Unite».[xv] Uscendo dalla più mortale delle guerre, scatenata dal fascismo, era comprensibile che le questioni della democrazia  e della pace fossero poste in primo piano.

A farsi interprete di questa preoccupazione fu soprattutto Dolores Ibarruri, con la veemenza del suo eloquio trascinante[xvi]: «I nostri cuori di donne e di madri battono d’una indignazione violenta pensando che, mentre ancora sanguinano le ferite della guerra, mentre le rovine delle città distrutte ancora ci si parano davanti, tragica testimonianza di un passato d’orrore, vi siano persone che non soltanto ricominciano a parlare di guerra, ma si preparano a nuove aggressioni”[xvii].

Tuttavia c’era anche piena consapevolezza che nessuna vera democrazia si sarebbe costruita, nessuno sviluppo economico e sociale equo sarebbe stato possibile finché le donne non avessero goduto della pienezza dei loro diritti. Di tutti i diritti, in campo politico, economico, giuridico e sociale.[xviii]

«Il nostro incontro di oggi – ammonì Eugénie Cotton – è un evento storico di cui dobbiamo sottolineare l’importanza e la novità. I milioni di lavoratrici di tutti i paesi che hanno inviato delegate a questo Congresso sono oggi anche elettrici. Non solo possono esprimere dei desideri su tutte le questioni che le interessano, ma possono mettere al servizio delle loro rivendicazioni l’autorità dei loro voti. Questa autorità è grande, e noi ne abbiamo coscienza»[xix].

Alle “donne del mondo” fu proposto un programma d’azione con il lungo elenco dei diritti da conquistare e difendere «in quanto madri, lavoratrici e cittadine, per la difesa del diritto alla vita e al futuro per i loro figli, ».[xx]

Su questo punto occorre soffermarsi e insistere.

25/11/20

25 novembre giornata mondiale per l'eliminazione della violenza contro le donne


QUALE VACCINO CONTRO LA PANDEMIA DELLA VIOLENZA DI GENERE?*



di Ada Donno

La ricorrenza del 25 novembre, Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne, arriva quest’anno sull’onda della denuncia dell’aumento esponenziale, in ogni paese colpito dall’emergenza sanitaria del Covid-19, delle violenze sulle donne, specialmente nei contesti intrafamiliari.

I centri antiviolenza riferiscono che, nei mesi di marzo e aprile, in Italia il numero di richieste di aiuto per violenze su donne e bambini è raddoppiato e che, nelle ultime settimane, la riproposizione delle misure restrittive per fermare la diffusione dei contagi torna a pesare soprattutto sulle donne, in diversi modi, incluso quello dell’aumento della violenza.  

Il rapporto annuale delle Nazioni Unite conferma che il fenomeno è globale: a qualunque latitudine, per molte donne, trovarsi forzatamente in casa con un partner violento, non poter aver accesso liberamente ai numeri antiviolenza, subire la perdita del lavoro con la conseguente rinuncia alla propria autonomia e alla propria indipendenza economica, è un triste effetto collaterale della pandemia.

Ma se le forme di violenza che le donne subiscono sono varie, la radice – lo diciamo da decenni e finalmente sembra stia diventando pensiero diffuso -  è una: l’oppressione patriarcale che si perpetua nella disparità e asimmetria persistnte nei rapporti fra uomini e donne nel pubblico e nel privato, a cui va ascritta ogni forma di violenza contro le donne, dal rigurgito integralista di gruppi sociali all’aggressione violenta e improvvisa in forma individuale. Ogni sopruso e prepotenza compiuti dalla parte maschile della società contro la parte femminile è il retaggio di un ordine patriarcale le cui regole - anche là dove sono formalmente rinnegate - sopravvivono in codici di comportamento accettati o tollerati, in ordinamenti sociali inqui  e nelle pieghe delle leggi di uno Stato democratico. Ogni violenza è riconducibile alla radice comune della percezione del corpo della donna come “cosa violabile”, che si può velare, nascondere (o esibire come merce, dipende da circostanze e latitudini), usare, sfregiare e, perché no, annientare.

L’Organizzazione mondiale della sanità stima che una donna su tre abbia subito violenza fisica e/o sessuale almeno una volta nella vita. Ma avverte anche che questa cifra è solo la punta dell’iceberg, a causa dello stigma e la vergogna che questa forma di violenza porta con sé, che colpisce le vittime e lascia impuniti i colpevoli.

Il riconoscimento ufficiale della “violenza di genere” nella sua specificità è stato peraltro l’approdo di un percorso non facile né breve. Grazie alle pressioni del movimento femminista internazionale, venne introdotta per la prima volta nella Dichiarazione di Vienna del 1993, a chiusura della Conferenza Mondiale sui Diritti Umani tenutasi nella capitale austriaca. “La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia – si diceva finalmente nella Dichiarazione - è una violazione dei diritti umani delle donne che va contrastata sia in pubblico che in privato e i governi devono assumersi la responsabilità di farlo”. 

Nelle Conferenze del Cairo del ‘94 e di Pechino del ‘95 si cominciarono a dare le cifre globali e si definirono le diverse aree di violenza contro le donne: da quelle compiute all'interno della famiglia agli stupri di guerra, a quelle legate alla prostituzione e al traffico internazionale delle donne, o a pratiche tradizionali e intolleranza religiosa; fino ad ogni forma di violenza legata al ruolo riproduttivo delle donne che impedisce loro di decidere della propria sessualità e maternità. Da qualche decennio in qua si è aggiunta una nuova forma di violenza, virtuale ma non meno feroce, perpetrata attraverso le reti sociali. 

La giornata mondiale del 25 novembre, proclamata dalle Nazioni Unite nel dicembre del ’99, è stata importante per favorire l’emersione del fenomeno, tanto antico e occultato, quanto diffuso e trasversale. Talmente esteso da non poter essere riducibile a sacche di arretratezza culturale, ad appartenenze di tipo etnico, economico, o religioso, come confermano i rapporti annuali dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani. La ricorrenza fu scelta in ricordo delle tre sorelle Mirabal, attiviste antifasciste della repubblica dominicana trucidate, il 25 di novembre di sessant’anni fa, per ordine del dittatore Trujillo. 

L’Europa ha sancito il suo impegno per la prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica con la Convenzione di Istanbul del 2011, insistendo specialmente sugli interventi legislativi da adottare nei paesi membri. Ma ci sono sette paesi del Consiglio d’Europa che non l’hanno ancora ratificata: Bulgaria, Repubblica ceca, Ungheria, Lituania, Slovacchia, Lettonia, e perfino (seppur per altri motivi) il Regno Unito. 

L'opposizione di questi paesi, oltre a bloccare tuttora l'adesione complessiva del Consiglio alla Convenzione (e a creare imbarazzo negli altri componenti), indebolisce oggettivamente l’efficacia di iniziative come Spotlight initiative, il piano d’azione lanciato con grande enfasi dall’Unione europea, in partnership con le Nazioni Unite nel 2017, e anche la Strategia sui diritti delle vittime, annunciata più di recente dalla Commissione europea per potenziare i servizi di pubblica utilità contro la violenza sessuale e domestica. Come se non bastasse, i governi di Ungheria e Polonia minacciano, un giorno sì e l’altro pure, di ritirare addirittura la firma, mentre nella stessa Turchia, che fu il primo paese a ratificarla nel 2012, cresce il rumore integralista contro questa Convenzione che minerebbe la salute della famiglia tradizionale! 

E in Italia? L’osservatorio femminista sempre all’erta denuncia da qualche anno una recrudescenza degli attacchi, aperti o subdoli, ai diritti delle donne e ai luoghi organizzati delle donne: da parte delle destre integraliste in materia di sessualità e riproduzione; da parte di politiche obbedienti ai dettami neoliberisti che impongono tagli drastici allo stato sociale e promuovono nuove forme di sfruttamento del lavoro femminile; da parte di amministrazioni locali che puntano allo sgombero degli spazi in cui operano i collettivi femministi che gestiscono i centri antiviolenza. 

Ecco perché per questo 25 novembre, come ogni anno, si organizzano eventi in ogni città, anche se per forza di cose in modalità online: per dire alla società tutta che i percorsi di fuoriuscita dalla violenza di genere sono attivi anche al tempo della pandemia; per dire alle istituzioni di governo, da quello centrale a quelli locali, che serve a poco un approccio al problema di tipo emergenziale, che si limiti a prendere misure “speciali” sull’onda emotiva dell’ultimo femminicidio.

Serve potenziare i centri antiviolenza e accoglienza delle donne che subiscono abusi, potenziare il servizio telefonico di pubblica utilità contro la violenza domestica, ma servono soprattutto interventi strutturali, serve allargare gli spazi di agibilità democratica per le donne, per farle uscire dalla condizione di minorità in cui ancora in molte realtà sono confinate; servono politiche organicamente mirate a colpire le sacche di emarginazione e segregazione sociale che ancora coinvolgono le donne. Serve valorizzare la presenza femminile nella sfera pubblica contro ogni discriminazione possibile, supportando i percorsi di emancipazione e liberazione femminili di tutte le donne, native e migranti. A cominciare dall'accesso al lavoro: l’Italia è uno dei paesi europei in cui le donne sono meno attive nel mercato del lavoro, circa il 56%, percentuale lontana dalla media europea del 68%.

Serve infine, ultima ma non per ultima, costruire la cultura del rispetto a partire dalla scuola, dal linguaggio e dal senso delle parole, lavorare per rompere modelli relazionali ed educativi patriarcali. Serve snidare la cultura che produce la violenza e costruire una nuova convivenza basata sull'idea condivisa della libertà femminile, che ha inizio nell'inviolabilità del corpo delle donne. Da questa prospettiva, il percorso da realizzare è ancora lungo..

*già pubblicato su: https://www.ventidiponente.it/index.php

 

15/11/20

21 novembre mobilitazione in tutta Italia

 Fuori dall’economia del profitto, per la società della cura




Gruppi, singole donne e uomini, comitati, reti associative e di movimento, realtà studentesche, lavorative, sindacali e ricreative sono chiamate a dar vita in tutte le piazze del Paese (nel pieno rispetto delle norme anti-Covid) ad una grande giornata di mobilitazione per proporre un piano di radicale conversione sociale, economica, ecologica, e culturale capace di trovare una risposta equa e unitaria alle crisi sanitaria, economica, ambientale e climatica che stringono alla gola le nostre società 




Alcune cose da  fare subito:

  • Reddito per tutt* e aiuti adeguati fino alla fine dell’emergenza sanitaria
  • Vigilanza costante sul rispetto delle misure di prevenzione, salute e sicurezza in tutti i luoghi di lavoro
  • Investimenti e assunzioni per garantire sanità e istruzione pubbliche, infrastrutture sociali, accoglienza, casa, trasporti
  • Un piano di prevenzione primaria a tutela di salute, vita, beni comuni e territorio

Dove recuperare le risorse

  • Tassa straordinaria su tutti gli alti redditi, patrimoni e rendite
  • Riduzione drastica delle spese militari
  • Abrogazione dei sussidi ambientalmente dannosi, tasse sulle emissioni di gas climalteranti e sulla plastica monouso
  • Blocco delle opere – grandi e piccole – dannose per l’ambiente, il clima e la salute
  • Utilizzo fondi di Cassa Depositi e Prestiti per gli investimenti pubblici sui servizi

09/11/20

Palestina / Liberate Khitam Saafin!


Esigiamo dallo Stato di Israele il rispetto dei diritti umani e il rilascio di Khitam e di tutti i detenuti politici palestinesi. Esigiamo il ritiro delle forze di occupazione israeliane dai Territori Palestinesi e il pieno riconoscimento internazionale dello Stato di Palestina, con  Gerusalemme
capitale.


Il 2 novembre 2020, le forze di occupazione israeliana hanno arrestato a Beitunia, città palestinese nelle vicinanze di Ramallah, Khitam Saafin, attivista palestinese, dirigente dell'Unione Generale delle donne palestinesi (GUPW) e leader dei Comitati femminili palestinesi, dopo un assalto la sua casa. Ancora un’altra leader della resistenza palestinese arrestata e trattenuta in detenzione “amministrativa” dalle autorità israeliane, vale a dire senza formulare a suo carico precisi atti di accusa, in evidente violazione del diritto internazionale. 

Khitam Saafin è l’ennesima vittima della sistematica campagna di arresti mirata a colpire le figure preminenti della lotta contro l’occupazione israeliana dei territori palestinesi e per il rilascio dei tanti prigionieri palestinesi detenuti in condizioni estremamente difficili, senza tener conto dei diritti umani e delle precauzioni sanitarie minime, soprattutto di fronte all'attuale situazione epidemiologica.

L’Awmr Italia – Donne della Regione Mediterranea accoglie l’invito rivolto dall’Unione Generale delle Donne Palestinesi alla comunità internazionale, particolarmente alle organizzazioni delle donne e per i diritti umani, a lanciare una campagna di solidarietà a sostegno del rilascio di Khitam e degli altri prigionieri politici palestinesi che sono vittime di arresti arbitrari e di detenzione amministrativa.

Accogliamo l'invito a fare del prossimo 28 novembre 2020 una giornata internazionale di azione contro le politiche di Apartheid e di annessione messe in atto da Israele nei Territori Palestinesi, per il pieno riconoscimento internazionale dello Stato di Palestina con Gerusalemme capitale.

Esigiamo dallo Stato di Israele il rispetto dei diritti umani e dell'autodeterminazione del popolo palestinese.

Esigiamo dalle autorità israeliane che cessino le politiche di detenzione amministrativa, isolamento e sequestro di donne e uomini attivisti della resistenza palestinese, che costituiscono una grave violazione dei diritti umani fondamentali, delle norme e dei patti internazionali come la Convenzione di Ginevra, oltre che la negazione dei valori umani e morali più elementari.

Awmr Italia – Donne della Regione Mediterranea

(Ufficio europeo della Federazione Democratica Internazionale delle Donne)

Roma, 6 novembre 2020

#StopAnnexation  #EndApartheid  #DayOfAction

08/11/20

Palestina / Solidarietà del MDM (Portogallo) a Khitam Al-Saafin

 Con le donne palestinesi e il loro popolo in lotta per la vita e l'indipendenza nazionale

Il 29 novembre, giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese, leviamo un grido a una sola voce: ora più che mai, la pace in Medio Oriente e nel mondo esige la giusta soluzione della Questione palestinese.



Il Consiglio Nazionale del Movimento Democrático de Mulheres(MDM) esprime preoccupazione per le continue detenzioni arbitrarie “amministrative” di Palestinesi - uomini, donne e ragazzi – da parte delle forze di occupazione israeliane. Ci preoccupano le condizioni a cui sono soggetti nelle carceri israeliane e le intimidazioni permanenti nelle diverse aree della Cisgiordania, che hanno l’obiettivo evidente di piegare e punire gli attivisti che lottano in difesa del popolo palestinese e della sua indipendenza e legittimità internazionale riconosciuta dalle Nazioni Unite.

Esprimiamo la solidarietà dell’MDM a Khitam Al-Saafin, della segreteria dell’Unione Generale delle Donne Palestinesi, incarcerata illegalmente lo scorso 2 novembre, e a tutte le attiviste palestinesi che lottano per i loro diritti e quelli del loro popolo minacciato e con le vite distrutte per mano del regime sionista israeliano.

Esigiamo il rilascio immediato di Khitam e dei ragazzi palestinesi arrestati, la liberazione di tutti i prigionieri politici. Dichiariamo la nostra solidarietà totale con la giusta lotta delle donne e del popolo palestinesi, moltiplichiamo i nostri sforzi per una Palestina libera e indipendente, per la Pace nella regione.

Il 29 novembre, giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese, leviamo come donne portoghesi e donne del mondo intero un grido a una sola voce: è tempo di realizzare la pace in Palestina, di esigere la creazione dello stato di Palestina con capitale Gerusalemme, il ritorno dei profughi, la liberazione dei prigionieri, la consacrazione del diritto alla terra. Ora più che mai, la pace in Medio Oriente e nel mondo esige la giusta soluzione della questione palestinese.

Lisbona, 7 novembre 2020

Movimento Democratico delle Donne (MDM)

Ingl.

The National Council of the Democratic Women's Movement (MDM - Portugal) expresses concern about the continued arbitrary “administrative” arrests of Palestinians, men, women and children by Israeli forces. It is concerned about the conditions to which they are subjected in Israeli prisons and the continuing intimidation in different areas of the West Bank with the clear aim of intimidating and punishing activists in defense of the Palestinian people and their independence and international legitimacy declared by the United Nations.

We express MDM's solidarity with Khitam Al-Saafin, member of the of the General Secretariat of the General Union of Palestinian Women, illegally jailed on the 2nd of November and to all Palestinian women activists fighting for the rights of women and people who are threatened and their lives destroyed by the hand of Israel's fascist and Zionist regime.

We demand the immediate release of Khitam, as well as of all the children, youth and all political prisoners in Palestine.

We reinforce our total solidarity with the just struggle of women and the Palestinian people for a free and independent Palestine and we will multiply our efforts for Peace in Palestine.

On the 29th of November, International Day of Solidarity with the Palestinian People, we call on Portuguese women and women of the world, a cry with one voice. It is time to fulfil and enforce Peace in Palestine. We demand the creation of the State of Palestine with its capital in Jerusalem, the return of refugees, the release of prisoners, the consecration of the right to land. More than ever, peace in the Middle East - and in the world - demands a solution to the Palestinian problem.

Lisbon, 7th of November 2020


12/10/20

Roma / Donne e Next Generation Europe

 Le donne all’assemblea

«Non ci stiamo ad essere confinate in un capitoletto della programmazione europea post COVID, vogliamo essere soggetto che decide. Perciò dichiariamo aperto il conflitto con Next Generation Europe»


Due giornate intense di riflessione e proposte d’azione, quelle dell’Assemblea della magnolia svoltasi, in presenza e on line, nella Casa internazionale delle donne a Roma il 10-11 ottobre 2020. In un documento conclusivo le parole essenziali delle donne per articolare un discorso sul futuro. 

La registrazione integrale dell’assemblea è disponibile sulla pagina facebook della Casa internazionale delle donne di Roma https://www.facebook.com/casaintdelledonneroma/

È stata la seconda convocazione - dopo quella dello scorso 8 luglio con l’invito rivolto alle donne a “stare dalla stessa parte” - allargata ai luoghi delle donne diffusi sul territorio nazionale e mirata espressamente all’esame e ad un giudizio unitario sul Next Generation Europe, il documento che detta le linee guida delle politiche europee per il futuro prossimo e quello più in là. Con uno sguardo più attento, questa volta, all’obiettivo di avviare la necessaria costruzione di una rete nazionale (ma anche europea, come è stato auspicato) delle case delle donne e dei luoghi dove si elaborano il pensiero e le pratiche politiche femministe: che sono tanti, diffusi, ciascuno con la propria storia e le proprie esperienze.

Percorso non scontato e sentito come necessario per superare una frammentarietà da molte percepita come debolezza del movimento delle donne e, tuttavia, difficile a farsi (un primo tentativo avviato dalla stessa Casa internazionale di Roma nel 2009 - non a caso, a rifletterci, in coincidenza con la grande crisi economica – gettò un seme ma fu messo da parte in attesa di tempi migliori). Ora l’urgenza di far sentire una forte parola di donna sulle politiche europee e nazionali post COVID torna a sollecitare il confronto e la ricerca di risposte unitarie.

Va detto subito che alla prima domanda che l’assemblea si è posta - dove va a parare nella sua visione d’insieme il Next Generation Europe? – la risposta è stata, pur se variamente modulata nel dibattito partecipato e appassionato come non se ne vedevano da un po’, fortemente critica. Perché nel documento europeo, al di là delle enunciazioni verbali, manca una sostanziale visione di cambiamento radicale –  politico, economico, sociale e culturale -  che questa emergenza, che stringe alla gola l’Europa e il mondo, rende ineludibile. Manca quello “sguardo di genere” che da almeno 25 anni - dalla Conferenza mondiale di Pechino – viene annunciato ma puntualmente eluso dai documenti ufficiali delle istituzioni governative (o meglio, come ha osservato qualcuna, lo sguardo di genere c’è ed è ancora quello del “patriarcato benevolo” che insopportabilmente relega le donne in un capitoletto dei documenti, fra le “categorie sociali svantaggiate”). Insomma, non ci sono risposte vere alle domande fondamentali delle donne.

Next Generation Europe annuncia enfaticamente le “transizioni” che l’Unione europea intende attuare - ecologica, digitale, di coesione sociale - ma tutto l’insieme della proposta va nella direzione di un mero ritorno alla “normalità” precedente all’emergenza, con qualche correzione, ritocco e aggiustamento per renderla più efficiente.

Senonché questo è precisamente ciò che le donne non s’aspettano e non vogliono, poiché - come dice lo slogan rimbalzato nel movimento femminista da un continente all’altro in questi mesi segnati dall’emergenza sanitaria - “la normalità preesistente era il problema”. Di crisi recessiva profonda si parlava da molto prima del Covid-19, le disuguaglianze sociali inaccettabili e le distorsioni insopportabili del sistema politico europeo preesistevano e avevano cause strutturali che la crisi sanitaria ha accentuato.

La pandemia – hanno sottolineato molti degli interventi - ha solo reso palesi le distorsioni e le ingiustizie profonde generate dall’economia di mercato e dal modo stesso di accumulazione capitalistica, scoprendone, con maggiore evidenza in questa fase di politiche neoliberiste imperanti, l’incompatibilità con la vita e con il vivente.

Next Generation Europe è tutto dentro la logica neoliberista invalsa da quarant’anni in qua.  Che si parli di capitalismo industriale, o finanziario, o “di sorveglianza”, le contraddizioni che genera con la qualità della vita e il futuro degli esseri viventi su questo pianeta sono strutturali. E di pianeta non ne abbiamo un altro dove vivere, è stato ricordato.

L’assemblea delle donne non ci sta: occorre imparare la lezione e imprimere un cambiamento radicale di paradigma – questa parola è rimbalzata ripetutamente nei numerosi e competenti interventi susseguitisi nelle due giornate dei lavori – dentro il quale sia possibile declinare i diritti sociali e i bisogni delle donne e dell’umanità. Nella visione femminista, cambiare paradigma significa capovolgere la gerarchia di valori del sistema capitalistico-patriarcale - parossisticamente esasperata dal neoliberismo – per andare a toccare il cuore della contraddizione tra produzione e riproduzione sociale, mettendo quest’ultima al centro.

“Scegliere la cura come paradigma politico” è la parola d’ordine lanciata dall’assemblea: significa capovolgere l’ordine economico che relega ai margini la riproduzione sociale segregandovi le donne, e fare invece della cura la leva per un cambiamento strutturale globale.

Quella delle donne è una visione d’insieme - sociale, economica, culturale e simbolica - irriducibile a quella che sostiene invece il piano europeo. Scegliere la cura come paradigma politico significa avere parola non solo sulle priorità nella destinazione delle risorse – la distribuzione - ma anche capacità di decidere che cosa, come e per chi produrre, sottraendo la decisione alla violenza del mercato.

Centralità della riproduzione sociale ed economia della cura significano rispondere a una domanda di uguaglianza e giustizia sociale che c’è nel mondo e non può essere elusa. E le risposte vanno cercate  in un welfare universalistico pubblico, un piano di investimenti pubblici in ogni settore, a cominciare da sanità e istruzione, liberando i servizi sociali dalla privatizzazione selvaggia degli ultimi decenni; la sicurezza di un reddito decente per tutte le donne, native e migranti; l’uguale retribuzione per uguale lavoro; la riduzione dell’orario lavorativo e una migliore qualità del lavoro; innovazione tecnologica che non si traduca in forme di telelavoro che somigliano tanto al vecchio super-sfruttato lavoro a domicilio; la sicurezza di una vita dignitosa che non costringa  le donne a scegliere tra violenza domestica e la violenza sui luoghi di lavoro. Queste e molte altre sono le proposte alternative venute dall’assemblea, il cui esito annunciato sarà la stesura di un documento che condensi i temi e gli obiettivi, su cui costruire  la mobilitazione dei luoghi delle donne, attorno ad alcuni punti essenziali:

1.      Le donne contano nella società, ma non decidono. Perché? Sentiamo l’urgenza di unire in rete le donne, a livello nazionale ed europeo, per costruire un grande movimento unitario che sostenga il nostro desiderio di cambiamento.

2.      L’emergenza sanitaria e socio-economica di oggi, nella sua drammaticità, ci offre una occasione irripetibile per tale cambiamento. Ogni crisi, se si sa coglierne l’insegnamento, è potenzialmente fautrice di trasformazioni positive che sciolgano le contraddizioni insostenibili dello stato di cose presente.

3.      La pandemia ha messo in evidenza le contraddizioni preesistenti e svelato le incompatibilità tra il modello di società capitalistico-patriarcale vigente e le prospettive di vita futura sul pianeta.

4.      La crisi economica profonda, preesistente all’emergenza sanitaria ma aggravata da essa, denuncia il fallimento delle politiche liberiste. La drammaticità della situazione richiede un cambiamento radicale di paradigma economico, sociale, culturale e simbolico. Le donne indicano la centralità della cura come paradigma politico  dentro il quale declinare il passaggio dalla civiltà del sopruso a quella dell’uguaglianza e della giustizia, indispensabile per quella salute del pianeta che le nuove generazioni invocano per il futuro.

Ada Donno

12/09/20

Widf/Fdim Europa / Per i nostri diritti e per il nostro futuro

Dichiarazione dell’Ufficio regionale europeo della Federazione Democratica Internazionaledelle donne (Widf/Fdim)


“Oggi è evidente che la nostra lotta di lunga data per servizi sociali e di cura pubblici e gratuiti è davvero una lotta per la vita. Ma è anche evidente che godere di ciò che è essenziale per la nostra salute è incompatibile con le regole del mercato e la ricerca del massimo profitto.  Perciò dichiariamo che la medicina più efficace contro la pandemia è la lotta per i nostri diritti.”

L'Ufficio europeo della Widf/Fdim esprime la sua solidarietà alle donne d'Europa e a tutte le organizzazioni affiliate nella regione e nel mondo, i cui popoli stanno affrontando gli effetti della pandemia COVID-19. A tutti coloro che sono stati malati, inviamo i nostri pensieri e calorosi auguri per una pronta guarigione.

1.      Crisi sanitaria e responsabilità dei governi

Ogni giorno, in tutto il mondo, migliaia di persone perdono la vita e altre migliaia sono esposte al rischio di innumerevoli effetti sulla loro salute, perché le politiche dei governi, comprese anche quelle degli stati più potenti, minano costantemente il diritto alla tutela della nostra salute a vantaggio dei mercati e dei profitti delle grandi imprese.

Gli effetti della pandemia illustrano tragicamente le profonde inadeguatezze dei sistemi sanitari in tutti i paesi capitalisti. Questi erano ben noti prima della comparsa del COVID-19: non sono emersi dal nulla. Sono il risultato di politiche antipopolari attuate da tutti i governi, sia liberali che socialdemocratici. Ciò che le persone stanno vivendo è il risultato della mercificazione della salute e della privatizzazione dei servizi sanitari e di cura, a favore di sempre maggiori profitti per le grandi imprese.

Tali politiche minano la capacità del grande potenziale scientifico e tecnologico oggi disponibile, di soddisfare pienamente ogni esigenza delle persone - sia di prevenzione delle malattie che di cura di chi si ammala.

Sosteniamo la lotta di medici, infermieri e tutti gli operatori ospedalieri – donne e uomini - che stanno lavorando duramente nonostante la carenza di strumenti e dispositivi, correndo un grande rischio per la loro salute e la loro vita, insieme a tanti altri che hanno mantenuto in funzione i servizi essenziali durante questi tempi difficili.

L'ufficio regionale europeo della Widf/Fdim rivolge un saluto speciale alle donne di tutto il mondo che lavorano instancabilmente per proteggere le persone più vulnerabili e salvare vite, anche con risorse scarse o inesistenti, mettendo così a rischio la loro sicurezza personale.

Durante i periodi di quarantena, le organizzazioni europee della Widf/Fdim hanno continuato la loro lotta e non hanno smesso di sollecitare:

• Finanziamenti statali per rafforzare i sistemi sanitari pubblici,

• Assunzione di personale medico e infermieristico a tempo pieno, con pieni diritti lavorativi.

• Fornitura di tutto il necessario per il funzionamento delle Unità di Terapia Intensiva

• Sviluppo dell'infrastruttura necessaria per il funzionamento globale dei servizi sanitari e di ricerca pubblici.

Oggi è evidente che la nostra lotta di lunga data per l'assistenza sanitaria pubblica gratuita è davvero una lotta per la vita. Fornire ciò che è essenziale per la salute delle persone è incompatibile con le regole del mercato e la ricerca di massimo profitto.

Questi problemi non sono nuovi. Ne evidenziammo molti già nel convegno che le nostre organizzazioni europee tennero a Bruxelles nel 2015. È una lotta che abbiamo combattuto in molti luoghi per un lungo periodo.

2.      Crisi sanitaria e tensioni internazionali

Abbiamo accolto con favore l'esempio di paesi come CUBA, che hanno mostrato in ogni modo possibile la loro solidarietà ai paesi colpiti, mentre abbiamo denunciato l'UE, la cui politica condanna i nostri popoli a vivere carenti dell'assistenza sanitaria pubblica gratuita su cui confidano.

Denunciamo la NATO che, nel profondo di questa crisi, esige da tutti gli Stati membri che raggiungano l'obiettivo del 2% del PIL sugli armamenti e sulla spesa per la "difesa". Ci opponiamo, chiediamo che i governi europei riducano i loro bilanci di guerra per provvedere ai bisogni civili e ai servizi sociali.

L'epidemia di COVID-19 è stata la scintilla che ha dato fuoco alla crisi economica globale, ormai avanzata, intensificando gli antagonismi imperialisti, mentre i popoli gemono sotto il peso che sono costretti a sopportare. Mentre essi piangono i loro morti, i loro governi sono impegnati a pianificare nuove guerre di conquista.

La strategia di controllo delle risorse e dei mercati, invece, non solo si è sottratta alla quarantena negli ultimi mesi, ma è addirittura in fase di rimodulazione per potersi avvantaggiare delle contraddizioni create dalla pandemia. Le maggiori potenze, in primis USA, NATO e UE, stanno adottando misure sempre più aggressive per promuovere gli interessi dei loro monopoli.

Sviluppi pericolosi e preoccupanti si stanno verificando nell'Egeo e nel Mediterraneo orientale. Questi sono causati da forze sociali, economiche e politiche che cercano di trascinare i popoli della regione in avventure sanguinose non per loro scelta. La lotta per il controllo delle risorse energetiche, delle rotte del petrolio e del gas e delle merci nella regione è nell'interesse delle classi dominanti della regione e non delle popolazioni. Il circolo vizioso della concorrenza minaccia la pace e la stabilità, mentre le classi popolari di Grecia, Cipro e Turchia non hanno nulla da guadagnare.

L’Ufficioregionale Europeo della Widf/Fdim pertanto:

• Si oppone in ogni caso al coinvolgimento in conflitti e guerre.

• Si oppone a tutte le violazioni dei confini e a qualsiasi violazione dei termini dei trattati internazionali.

• Afferma che le risorse della terra e del mare devono essere utilizzate per soddisfare i bisogni delle popolazioni.

• Chiede di porre fine alla corsa agli armamenti e al dispiegamento di armi nucleari.

 

3.      Ricaduta della crisi socio-sanitaria sulle donne

La durata delle misure di confinamento in Europa e nel mondo ha aumentato l'incidenza della violenza domestica contro le donne, sulla quale governi, organizzazioni transnazionali e grandi imprese multinazionali hanno continuato a versare lacrime di coccodrillo. Ma gli ipocriti non dicono nulla delle loro guerre e dei loro interventi armati in ogni angolo del globo, dei massacri indiscriminati che creano migliaia di rifugiati, in maggioranza donne e bambini.

Per contrastare la violenza sulle donne, sono necessarie politiche mirate e inasprimento delle sanzioni nei casi di violazione dei diritti fondamentali delle donne. Alle donne devono essere riservati finanziamenti statali adeguati perché possano usufruire di servizi sociali e infrastrutture operanti a tempo pieno, con personale specializzato e permanente - senza doversi rivolgere al settore privato – per l’assistenza a coloro che subiscono abusi, come centri di accoglienza, case rifugio, linee telefoniche dedicate e assistenza legale.

E soprattutto va intensificata la lotta per eliminare le radici sociali ed economiche della multiforme violenza contro le donne, in una società basata sullo sfruttamento e l'oppressione.

La risposta alla domanda: chi pagherà la crisi economica in Europa e nel mondo? È ancora una volta nei milioni di lavoratrici e lavoratori che perdono il posto di lavoro, subiscono riduzioni salariali e sono costretti a lavorare a tempo parziale e contratti temporanei a chiamata. Ciò non è a causa del COVID-19, ma perché il sistema capitalistico costringe le persone a coprire il costo delle sue crisi. E nel frattempo, i governi e la UE decidono di distribuire miliardi di euro di alle imprese private e ai monopoli, escogitando ulteriori oneri per i cittadini. I motivi reali delle accese discussioni tra i paesi dell'UE cui abbiamo assistito riguardano quali monopoli, quali settori e quali paesi faranno la parte del leone, e su chi scaricare il peso maggiore della crisi. Come pagheranno le popolazioni, attraverso aumenti delle tasse o ulteriori misure di austerità che riducano la spesa sociale, per l'istruzione, la salute e il welfare? O entrambe le cose?

È evidente che, in tutta Europa, le donne sono colpite in modo sproporzionato dagli effetti della pandemia, in quanto le più vulnerabili nella forza lavoro: perché sono colpiti maggiormente i settori dei servizi e dell'assistenza in cui la maggior parte dei dipendenti sono donne; perché sulle donne si scarica il maggior peso cura dei bambini e degli anziani; perché l'assenza di servizi pubblici pesa soprattutto su di esse, quando anche le scuole vengono chiuse e molte sono costrette a restare a casa; perché molte vengono indirizzate al part-time o perdono del tutto il lavoro, licenziate dai datori di lavoro che non ne hanno più bisogno, come le addette ai servizi domestici, spesso neanche protette dal sistema di sicurezza sociale.

In aggiunta, i governi incoraggiano i datori di lavoro ad aumentare lo sfruttamento delle donne, come accade con il telelavoro non regolamentato, orari di lavoro flessibili e diritti lavorativi ridotti. E – a completamento – adottano misure “di sicurezza” per reprimere e criminalizzare le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori che protestano.

Di fronte a tutto questo, le organizzazioni europee della Widf/Fdim dicono: non glielo permetteremo!

L'esperienza del COVID-19 ha accresciuto le difficoltà sociali ed economiche preesistenti di molte donne e ha reso evidente ai loro occhi che disuguaglianze, discriminazioni e violenza che esse subiscono sono inseparabili dalle disuguaglianze, l'oppressione e lo sfruttamento insiti nel modo di produzione e riproduzione capitalistico.

Non desisteremo finché ciascuna di noi non avrà un lavoro stabile con una retribuzione dignitosa e orari ragionevoli e l'accesso a servizi sanitari pubblici, l’istruzione e welfare gratuiti di buona qualità. Finché non raggiungeremo quel futuro giusto per noi e i nostri figli, che non può essere realizzato in una società che mette al centro il profitto delle imprese.

4.      Il domani deve trovarci forti e combattive

Chiediamo a tutte le donne e alle organizzazioni di donne di prendere il loro posto nella lotta collettiva in ciascuno dei nostri paesi e con la Widf/Fdim, partecipando attivamente all’azione per garantire i nostri diritti e il nostro futuro.

Il nostro messaggio è chiarissimo: i virus più letali sono lo sfruttamento e l'oppressione. La medicina più efficace è la lotta per i nostri diritti.

 

L’Ufficio Europeo della Federazione democraticaInternazionale delle Donne

9 settembre 2020


Testo ingl.

DECLARATION of WIDF EUROPEAN REGION                       

The WIDF Office expresses its solidarity with the women of Europe and all WIDF organizations in the region and the world, whose peoples are facing the effects of the COVID-19 pandemic. To all who have been ill, we send our thoughts and warm wishes for your recovery.

Each day, across the world, thousands of people are losing their lives, and thousands more are put at risk of innumerable effects on their health, because the policies of the governments, including those of even the most powerful states, constantly undercut our health protection needs to maintain markets and big business profits.

The perils of the pandemic tragically illustrate the profound inadequacies of health systems in all capitalist countries. These were well known before the appearance of COVID-19; they have not emerged out of nowhere. They are the result of anti-popular policies implemented by all the governments, either liberal or social-democratic. What people are experiencing is the result of the commercialization and privatization of health and care provision in the interests of ever greater profits for the huge corporations.  

This policy undermines the great scientific and technological potential that exists today, which is well able to meet in full people’s every need – both for prevention of illness and the curing of those who become sick.

We support the struggle of doctors, nurses and all hospital workers who are working hard despite lack of “tools” and at great risk to their health and their lives, together with many others who have kept essential services running during these difficult times.

The WIDF European Regional Office offers a special salutation to women everywhere who work tirelessly to protect the most vulnerable people and save lives, with scarce or no resources, thus putting their personal safety at risk.

Throughout the quarantine period, the WIDF European organizations continued their struggle, voicing their demands for:

·         State funding to strengthen public health systems,

·         Recruitment of full-time medical and nursing staff, with full labor rights.

·         Provision of everything necessary for the running of Intensive Care Units (ICUs) and

·         Development of the infrastructure necessary for the comprehensive functioning of public healthcare and research services.

Today, it is evident that our long-running struggle for free public healthcare is indeed a struggle for life. Provision of what is essential for the health of our families is incompatible with the rules of the market, and quest for ever greater profits.

These issues are not new. We highlighted many of them at the joint meeting of our organizations in Europe in Brussels back in 2015. It is a struggle we have fought in many places over a long period. We welcome the example of countries such as CUBA, which show their solidarity with affected countries in every possible way and denounce the EU, whose policy condemns our peoples to live without the free public healthcare on which they rely.

We denounce NATO, which, in the depths of this crisis, is requiring all member states to meet its 2% of GDP target on armaments and ‘defense’ spending. In contrast, we demand that European governments redeploy their war budgets to provide for civilian needs and social services.

The COVID-19 epidemic was the spark that ignited the global economic crisis, now well underway, intensifying imperialist antagonisms, while the people groan under the weight of the burden they are forced to bear. As they mourn their dead, their governments are busy planning new imperialist wars.

The strategy to control resources and markets has, by contrast, not only escaped quarantine in recent months, but is rather undergoing reshaping to benefit from the contradictions created by the pandemic.  Each imperialist power, first of all US, NATO and the EU, is taking steps to promote more aggressively the interests of its monopolies.

Dangerous and worrying developments are taking place in the Aegean and Eastern Mediterranean. These are caused by social, economic, and political forces which seek to draw the peoples of the region into bloody adventures not of their choosing. The fight to control the energy resources, oil and gas routes, and commodities of the region are in the interest of the region’s bourgeoisie and not its people. The vicious circle of competition threatens peace and stability, while the popular strata of Greece, Cyprus and Turkey gain nothing whatsoever.

The WIDF European Region therefore:

·         Opposes in any case of a hot incident and war involvement.

·         Opposes all border violations and any contravention of the terms of international treaties.

·         Asserts that the resources of the earth and sea must be used to meet the needs of the people.

·         Calls for a halt to the arms race and deployment of nuclear weapons.

 

The duration of lockdown measures in Europe and throughout the world has increased the incidence of domestic violence against women, about which governments, imperialist organizations, and large multinational corporations have constantly shed crocodile tears. But the hypocrites say nothing about their wars and interventions in every corner of the globe, as they wantonly massacre people and create thousands of refugees, the majority women and children.

To tackle violence against women, targeted policies are needed and increased penalties for cases of violation of women’s fundamental rights.   Women must be accorded adequate state funding for the provision of social services and infrastructure - operating full-time with specialist, permanent staff and without the involvement of the private sector - to support those who are abused. This should include, but not be limited to, crisis centers, refuges, dedicated telephone lines, and legal assistance.

But above all, the struggle to eliminate the social and economic roots of multi-faceted violence against women, in a society based on exploitation and oppression, must be intensified.

The economic crisis in Europe and across the world is, once again, witnessing the demand that the people must pay. That is why millions of workers are losing their jobs, suffering wage reductions, and being forced into part-time working and temporary, on-call contracts. This is not because of COVID-19 but because capitalists are forcing people to cover the cost of their crisis. And all the while, governments are distributing trillions of dollars to business corporations.  

The EU is giving billions of euros to its monopolies, while announcing new burdens for the people. In recent times, we have witnessed intense arguments between the EU countries over which monopolies, which sectors and, especially, which countries will get the lion’s share and onto which opponents to shift the greatest load. The people will pay either through tax increases or further austerity measures reducing social expenditure, education, health, and welfare – or both.

It is evident that throughout Europe, women are disproportionately affected as the most vulnerable in the workforce. Firstly, the pandemic has most affected the sectors of service and care in which the majority of employees are women. Secondly, women are disproportionately responsible for the care of children and older people. The absence of public services to support them, especially during the pandemic when even schools were closed, forced many women to stay at home. As a result, many lost their jobs or were channeled into part-time work. At the same time, women from the popular strata lost their jobs when employers no longer needed their workers, such as those employed in domestic work. Many such women are not protected by the social security system and fall through the net.

At the same time, governments are empowering employers to increase women’s exploitation, for example through unregulated teleworking, flexible working hours and reduced working rights.

They then take measures to suppress and criminalize workers’ struggles in a bid to silence us.

WIDF European organizations say: We will not let them do it. 

The COVID-19 experience has increased the social and economic difficulties of many women and made clear that inequality, discrimination, and violence against women are inseparable from the inequality, oppression, and exploitation inherent in the capitalist system.

We will never agree that our needs can be sidelined when it is possible for every one of us to have a stable job with decent pay and reasonable hours, and access to free high-quality public health services, education and welfare. A just future for women and children cannot be realized in a society that puts the profits of business corporations at its center.

Tomorrow must find us strong and militant.

We call on all women and women’s organizations to take their place in the collective struggle in each of our countries and in the WIDF, participating fully in the counterattack to secure our rights and our future.

Our message is crystal clear: The deadliest viruses are exploitation and oppression. The most effective medicine is the struggle for our rights.

September 9, 2020