24/04/20

25 aprile 2020 - Donne nella Resistenza


Una storia di partigiane e partigiani



























 di ADoC - PCI*


Quando si ricorda la Resistenza e il 25 aprile, il pensiero non va subito alle partigiane, ma ai partigiani che combatterono armati per sconfiggere il nazifascismo: magari, il ricordo si sofferma su quelle poche donne che divennero dirigenti politiche nel dopoguerra, come Nilde Iotti, Lina o Angelina Merlin, Tina Anselmi

“Staffette” è la parola più comunemente usata per definire le partigiane, ma esse non sono state solo informatrici ed infermiere, ma anche combattenti con le armi in mano.
Quando prese piede la Resistenza, dopo l’armistizio dell’8 settembre ‘43, nacquero a Milano, nel novembre del ‘43, i Gruppi di difesa della donna per iniziativa del Partito Comunista Italiano, con lo scopo di coinvolgere il maggior numero di donne in attività resistenziali, indipendentemente dall'appartenenza politica. A gettarne le basi fu l'incontro tra donne di diversa appartenenza politica, comuniste, socialiste, azioniste, repubblicane, cattoliche, a cui si aggiunsero ben presto donne prive di formazione politico-ideologica.

Dei Gruppi di difesa della donna, è impossibile misurarne l'entità, poiché intorno a ciascuna delle componenti gravitavano molte altre donne che talvolta ignoravano perfino l’esistenza del gruppo, ma si attivavano a fornire cibo, medicine, indumenti e a prestare servizi vari di comunicazione e sostegno. A Milano, ad esempio. la “sarta di piazza Ferravilla” nascondeva stampa clandestina e passava informazioni alle unità partigiane. La “pollivendola di via Aselli” (nessuno ne ha mai saputo il nome) faceva lo stesso. In un’altra via una portinaia raccoglieva il cibo necessario a due ebrei che stavano nascosti nei pressi e che riuscirono a salvarsi, ma raccoglieva anche per i partigiani in montagna calzettoni e golf di lana lavorati a maglia dalle donne del condominio.

Tali brigate, accomunate a quelle partigiane dallo stesso Comitato di Liberazione Nazionale, organo di direzione della Resistenza, segnarono una rottura epocale: la prima volta delle donne combattenti. Infatti, le partigiane seppero realizzare una sorta di fronte interno che toglieva terreno agli occupanti e che si muoveva alle loro spalle. Ben presto, da ruoli prevalentemente assistenziali, esse passarono a svolgere ruoli importanti nelle attività di informazione, propaganda, trasporto di ordini e munizioni ed attacco armato.
Infatti, le donne provvedevano a nutrire i partigiani, a vestirli, li avvertivano della presenza dei tedeschi, li curavano, se feriti, procuravano loro le armi, attraversavano posti di blocco, diventavano staffette, facevano turni di guardia, attaccavano con le armi i nazifascisti, salvavano ebrei, facevano fuggire gli uomini durante i rastrellamenti.

Le donne operaie hanno portato la loro coscienza di classe nella Resistenza; allo stesso tempo la nuova esperienza acquisita nella partecipazione alla Resistenza, ebbe il risultato che le donne dei Gruppi citati, già nel 1944, cominciarono a dare agli stessi un'impostazione più indirizzata alle attività per favorire l'emancipazione femminile, attività che proseguirono nel dopoguerra. Infatti, durante la guerra le donne avevano sostituito gli uomini in molti luoghi di lavoro, sviluppando coscienza di genere e iniziando le prime lotte per la parità salariale. Raccontava Antonio Pizzinato che nel marzo del 44, quando nelle fabbriche suonarono le sirene che annunciavano lo sciopero indetto dalle forze della Resistenza, nessuno osava uscire. Le prime che si fecero coraggio e uscirono furono le donne della Borletti: a quel punto gli uomini non poterono tirarsi indietro, e cominciarono ad uscire, finché tutte le fabbriche milanesi furono in sciopero. Ricordiamo che allora lo sciopero era reato, punito con il carcere e la deportazione.

Ferruccio Parri nel novembre del 1945 disse che senza le donne non ci sarebbe stata la Resistenza: affermazione importante, purtroppo trascurata per molti anni dalla storiografia ufficiale, lacuna che venne colmata solo dal 1990, oltre quattro decenni dopo la Liberazione.
Secondo i dati dell’ANPI, sono stati stimati i seguenti numeri: 70000 donne organizzate nei Gruppi di difesa della donna; 35000 donne partigiane, che operarono come combattenti; 20000 donne con funzioni di supporto; 4563 arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti; 2900 giustiziate o uccise in combattimento; 2750 deportate Germania nei lager  nazisti; 1700 donne ferite; 623 fucilate e cadute; 512 commissarie di guerra.

Le donne che ricevettero medaglie d’oro al valore per le loro azioni durante la resistenza sono state solo diciannove: Irma Bandiera, Ines Bedeschi, Gina Borellini, Livia Bianchi, Carla Capponi, Cecilia Deganutti, Paola Del Din, Anna Maria Enriquez, Gabriella Degli Esposti Reverberi, Norma Pratelli Parenti, Tina Lorenzoni, Ancilla Marighetto, Clorinda Menguzzato, Irma Marchiani, Rita Rosani, Modesta Rossi Polletti, Virginia Tonelli, Vera Vassalle, Iris Versari. Altre furono decorate con medaglie d'argento al valore militare: Norma Barbolini, Joyce Lussu, Valkiria Terradura, oltre alla veneta Zaira Meneghin, due volte imprigionata e atrocemente torturata dai nazifascisti, ed entrambe le volte tornata a combattere. Solo una donna ebbe la medaglia d'oro al valor civile: Rosa Guarnieri Calò Carducci.

Le partigiane fecero parte sia dei Gap (Gruppi d'azione partigiana), sia delle Sap (Squadre d'azione partigiana). Fra le donne che parteciparono alla Resistenza ci fu un buon numero di partigiane che ebbero responsabilità di comando, come la leggendaria Manuela in Valtellina.
Una menzione particolare meritano la brigata della comandante Norma Barbolini, in Emilia, composta esclusivamente da donne, e la “brigata Alice Noli”, composta da sole donne anche nei gradi di comando, che fu attiva sui monti liguri. Deve il suo nome, come omaggio, ad una giovane staffetta di Campomorone, paese dell’entroterra genovese, seviziata e uccisa dalle milizie nere, perché aveva dato sepoltura ad alcuni tra i 147 partigiani morti nell’eccidio della Benedicta, nell’aprile del 1944. Inoltre, l’8 marzo 1945 le partigiane della ‘Alice Noli’ distribuirono clandestinamente a Genova 20mila volantini e realizzarono oltre 500 scritte sul selciato, per testimoniare il proprio ruolo nella Resistenza. Infine, va ricordata Gisella Floreanini, ministra della Repubblica dell'Ossola, prima donna ad assurgere alla carica di ministro in Italia.
Bisogna ricordare, come fanno notare alcune psicologhe, che praticamente a tutte le madri toccò il difficile compito di spiegare e razionalizzare agli occhi di bambine e bambini, ragazze e ragazzi tutto quello che stava succedendo: incendi, devastazioni, assassinii, stragi, battaglie, o anche - più semplicemente - la fame.

Il 25 aprile e nei giorni che seguirono vi furono le sfilate nelle città liberate, prima gli alleati, poi i gruppi partigiani composti dagli uomini, solo in fondo alla parata alcune donne (e non sempre, perché gli uomini, già partigiani, anche quelli di sinistra, consideravano scostumato fare sfilare le partigiane che erano state sui monti con loro. Per questo comportamento ignobile, le storie uniche e irripetibili di questo meraviglioso esercito femminile finì nel dimenticatoio, dal quale vennero strappate solo molti anni dopo.
Pregevole, a questo riguardo, fu il lavoro di varie storiche che raccolsero le testimonianze e le memorie di molte donne che avevano fatto la Resistenza e ne fecero dei libri. Inoltre, ci furono ex partigiane che scrissero le proprie autobiografie come Libere sempre di Marisa Ombra, Con cuore di donna di Carla Capponi, Fronti e frontiere di Joyce Lussu, La ragazza di via Orazio di Marisa Musu, Autobiografia di Maria Teresa Regard. 
Si riporta, in ricordo delle tantissime partigiane italiane, una poesia scritta da Maria Montuoro che fece la Resistenza in Lombardia, venne arrestata e detenuta a San Vittore, deportata nel lager di Ravensbrück, trasferita a Siemensstadt in una fabbrica di armi dove, insieme ad altre donne, boicottò la produzione di ordigni mortali. Sopravvissuta a quell’inferno, con i suoi scritti, descrisse le condizioni di non vita nel campo femminile. 

DIMENTICARE

Se perdono vuol dire
non desiderare neppure per un attimo
che i vostri crimini ricadano sui figli innocenti
in questo senso noi perdoniamo.
Se perdono vuol dire
non ammettere neppure
che dobbiate soffrire
lungamente l’agonia
sinché la morte divenga liberazione
in questo senso noi perdoniamo.
Se perdono vuol dire
sperare che anche per voi
sorga il giorno
perché nella ritrovata matrice
in voi rinasca il fratello ucciso
in questo senso noi perdoniamo.
Ma se perdono vuol dire
disperdere la memoria
come al vento la cenere dei morti
chiudere occhi, orecchi
impedire al cervello di pensare
mentre voi sognate altri massacri
altri bagni di sangue, altri roghi
ebbene
cercate altrove
i vostri complici e i vostri servi.
Finché avremo un respiro
un atomo di forza
un lampo di pensiero
li useremo contro di voi
finché quel ventre non sarà isterilito.
Dopo, soltanto dopo
potremo dimenticare.



LIBANO / Emergenza Covid-19 ultima manifestazione della crisi sistemica del capitalismo



Quell’ombra scura che si profila all'orizzonte, umanamente, economicamente e socialmente, richiede una risposta vigorosa prima che sia troppo tardi





Nel 2002, il profilo di una grave crisi iniziò a prendere forma nei maggiori paesi capitalisti, in particolare negli Stati Uniti. 
Normale conseguenza delle politiche neoliberiste sviluppate negli anni ottanta del ventesimo secolo dal duo Ronald Reagan - Margaret Thatcher, approfittando del revisionismo di destra attuato da Gorbaciov nell'ex Unione Sovietica, quella nuova crisi capitalistica presto esplose, nel 2008, lasciando le sue impronte oscure sulla vita di decine di milioni di lavoratori che andarono a ingrossare le file dei disoccupati, oltre due miliardi di esseri umani classificati sotto la soglia della nera povertà ... tutto ciò fu accompagnato dal "furto del secolo" che i regimi capitalisti commisero rubando i soldi dei piccoli e medi risparmiatori per darli a banche e grandi società finanziarie, consentendo loro di rafforzare la loro presa sulle ricchezze che cela la terra e, soprattutto, sulla vita degli esseri umani.

Allo stesso tempo, bisogna dire che l'indebolimento delle forze del cambiamento a livello internazionale, a seguito della caduta del muro di Berlino e dell'implosione dell'Unione Sovietica (1990), ha reso il compito del capitalismo più semplice, consentendogli di realizzare i suoi nuovi piani aggressivi, a iniziare dal ritorno alla corsa agli armamenti e all'organizzazione delle cosiddette guerre preventive, in particolare in Medio Oriente. 

Inoltre si è assistito a colpi di stato, specialmente in America Latina e nei paesi ex socialisti dell'Europa orientale, e soprattutto alla creazione di nuove organizzazioni terroristiche, supportate in alcuni casi dallo sciovinismo religioso e confessionale e in altri dall’inasprimento di odi tribali ed etnici. Questo, sul piano della politica internazionale. 

Per quanto riguarda l'economia e il sociale, e come conseguenza dell'indebolimento del movimento operaio e dell’andata al potere dei partiti socialdemocratici, in particolare all'interno dell'Unione Europea, le forze del capitale, e più precisamente l'oligarchia finanziaria, sono state in grado di smantellare le forze produttive e con esse una parte significativa delle conquiste che queste forze avevano potuto conseguire durante la seconda metà del XX secolo, in particolare nel campo delle prestazioni sociali e dei servizi forniti dal settore pubblico (una parte dei quali è stata privatizzata in seguito).
Tra queste conquiste smantellate durante i primi due decenni del 21° secolo, i servizi sanitari, di urgenza e altri... I governi capitalisti hanno condotto vere guerre ad oltranza contro questi importanti servizi, specialmente per coloro che sono in fondo alla scala sociale. Ad esempio, negli Stati Uniti, il primo governo Obama ha dovuto affrontare un duro scontro per estendere i servizi di sicurezza sociale; infine, è stato costretto a cedere ai diktat e agli interessi delle compagnie assicurative. Quanto alle grandi potenze dell'Unione Europea, anch’esse hanno soppresso un gran numero di conquiste sociali e stanno gradualmente distruggendo il ruolo degli ospedali pubblici ...

Lo stesso vale nel nostro paese, dove il Fondo nazionale di sicurezza sociale e gli ospedali pubblici hanno subito l’assalto del settore privato, che aveva e ha ancora il sostegno del governo e che ha inghiottito quasi tutto il budget assegnato al Ministero della sanità libanese. Infatti, già un mese prima della diffusione del Covid 19, gli scioperi del personale medico e infermieristico un po’ dappertutto nel mondo avevano espresso la gravità della situazione in questo settore essenziale.

Questi attacchi al diritto d’accesso delle popolazioni ai servizi medici e sanitari hanno lasciato la loro impronta negativa diretta in quasi tutti gli stati del pianeta, ad eccezione di Cuba e, in una certa misura, della Cina. Perché il governo cubano, nonostante le difficoltà create dall’embargo degli Stati Uniti, ha continuato ad assumersi le sue responsabilità in questo settore, sottolineando l'importanza fondamentale della salute e della sopravvivenza della specie umana, a differenza dei regimi capitalisti per i quali la vita umana ha valore solo in funzione del denaro, quel denaro che apre tutte le strade, compresa quella di essere in grado di ottenere i farmaci necessari per la sopravvivenza.

La conclusione che possiamo trarre da questa analisi è che il capitalismo, mentre cercava di porre fine al principio della sicurezza sociale, ha messo fine al ruolo dello Stato nella preservazione delle popolazioni dalle epidemie. La salute, divenuta una merce, era soggetta alla legge della domanda e dell'offerta e il capitale trionfante poteva impunemente orientare la ricerca nella direzione dei suoi interessi e imporre profitti esorbitanti su nuove scoperte nel campo dei medicinali.

Ecco perché non siamo rimasti sorpresi dal panico e l’impreparazione dei governi nei confronti di Covid 19, né dai tentativi di incolpare della diffusione di questo virus la Repubblica popolare cinese, accusata di aver manipolato i geni per mettere le mani sull'economia mondiale ... né, soprattutto, dalla carenza di maschere e guanti protettivi, poiché le fabbriche che li producevano avevano da tempo chiuso e licenziato centinaia di migliaia di lavoratori, con il pretesto che la produzione di questi prodotti in Cina o in India aveva il vantaggio di aumentare i profitti e allontanare lo spettro delle lotte di classe.

L'osservazione che la crisi sistemica del capitalismo, scoppiata nel 2008, è diventata sempre più difficile da risolvere, data l'inflazione al galoppo per dodici anni e l'incapacità del sistema capitalista di risolverla, ci porta a prevedere che ciò che attende il pianeta dopo la fase del confinamento sociale sarà una depressione non meno virulenta di quella del 1929, tanto per lo spaventoso aumento del numero di disoccupati (si parla di un miliardo) quanto per il rallentamento dell'economia mondiale e le falle scoperte nella struttura di questa economia.

Questa ombra scura che si profila all'orizzonte, sia umanamente che economicamente e socialmente, richiede una risposta vigorosa prima che sia troppo tardi.
Le forze del cambiamento a livello internazionale sono chiamate a trascendere le loro divisioni per unirsi in un programma molto chiaro e ben definito. Un programma che impedirà, in primo luogo, al capitalismo di scaricare gli effetti della sua crisi sulla classe operaia internazionale e sui popoli della Terra. Un programma che garantirà a tutti gli esseri umani, senza eccezioni, la possibilità di proteggersi da tutti i tipi di malattie e pandemie e di avere accesso all'assistenza sanitaria, ai vaccini e ai medicinali di cui avranno bisogno.

E se centinaia di partiti politici (incluso il Forum della Sinistra Araba) si incontreranno in una dichiarazione congiunta volta a garantire la vita umana sulla Terra, questa dichiarazione dovrà essere trasformata in un programma comune, non solo economico e sociale, ma anche e soprattutto politico e ideologico al fine di creare un nuovo ordine internazionale basato sulle lotte del proletariato internazionale, al fine di porre fine allo sfruttamento e garantire la realizzazione dello slogan degli umanisti di ogni tempo:
«A ciascuno secondo i suoi bisogni; da ciascuno secondo le sue capacità».

Beirut, 14 aprile 2020



17/04/20

Pandemia COVID-19 / Appello della FDIM/WIDF






Noi che siamo in prima linea anche in questa lotta*


La Federazione Democratica Internazionale delle Donne saluta e ringrazia sentitamente tutte le donne e gli uomini che sono in prima linea nella lotta per uscire dalla pandemia di Covid-19 




Siamo solidali con tutte le popolazioni e i paesi del mondo che sono colpiti da questa grave emergenza sanitaria. In questi tempi immensamente difficili per le persone e le comunità, la FDIM/WIDF invita tutte le sue organizzazioni affiliate a prodigarsi al massimo per aiutare le proprie comunità nazionali e territoriali ad uscire dalla crisi sanitaria che le attanaglia.
Ringraziamo i paesi e i governi che stanno mettendo a disposizione degli altri paesi che ne hanno urgente bisogno risorse umane e strumenti di cura. Ringraziamo in particolare la Cina e Cuba per il generoso aiuto che stanno offrendo a molti paesi, mettendo a disposizione conoscenze scientifiche, risorse, personale medico ed infermieristico per far fronte all’emergenza sanitaria.

Gli effetti di questa pandemia non devono ricadere sui più vulnerabili


Gli effetti di questa pandemia non ricadono allo stesso modo su tutte e tutti. Ci sono paesi nei quali la pandemia aggiunge ulteriori danni ai quelli preesistenti: paesi già oppressi da fame e povertà; paesi strangolati dal debito, dagli aggiustamenti strutturali imposti dalle istituzioni finanziarie globali e dalle politiche di austerità; paesi sotto occupazione militare, come la Palestina, o coinvolti in guerre sanguinose, come la Siria e altri paesi del Medio Oriente; paesi soggetti a privazioni di ogni genere da criminali blocchi economici unilaterali imperialisti; paesi che mancano di strutture sanitarie adeguate a causa delle politiche di privatizzazione selvaggia e tagli alla spesa pubblica.
Questa pandemia ha portato allo scoperto i guasti provocati dalle dissennate politiche neoliberiste di tagli alla sanità pubblica, spostamento di risorse ingenti verso il privato, chiusura di ospedali pubblici, licenziamenti massicci di personale dell’assistenza, sottrazione di risorse e fondi agli istituti di ricerca e ai sistemi di prevenzione per indirizzarle verso una ricerca più redditizia per le multinazionali del settore farmaceutico e sanitario.

La retorica del “siamo tutti sulla stessa barca” non ha potuto attutire i contraccolpi delle politiche di austerità imposte dal FMI, la BM, la BCE e gli altri organismi finanziari. Ovunque nel mondo, inclusi gli Stati Uniti, questa emergenza sanitaria sta portando allo scoperto i vizi strutturali del sistema capitalistico, l’insostenibilità delle politiche neoliberiste, i guasti profondi determinati da scelte politiche ed economiche che negli ultimi decenni hanno portato le disuguaglianze, le discriminazioni e le ingiustizie sociali, i danni all’ambiente fino alle peggiori conseguenze, pur di garantire i privilegi di pochi a scapito dei diritti di molti.
Nessun paese può accaparrarsi l’uso esclusivo delle risorse necessarie per contrastare la pandemia

La FDIM/WIDF, di fronte alla crisi sanitaria mondiale, ribadisce con forza che non può esistere sicurezza che non sia quella che assicura uguali diritti per tutti, a partire dal diritto alla salute, attraverso piani d’azione ispirati ai principi di solidarietà e cooperazione internazionale, condivisione delle conoscenze e delle risorse materiali, scientifiche, tecnologiche.
Condividiamo l’appello del segretario generale delleNazioni Unite, Antonio Guterres, per l’immediata sospensione dei conflitti in atto in ogni parte del mondo. 

Denunciamo e condanniamo l’atteggiamento aggressivo dell’imperialismo Usa, che neppure di fronte a questa emergenza sanitaria globale desiste dai suoi programmi di riarmo, né dai piani di “guerra ibrida” (armata, commerciale, mediatica) contro i paesi che non rientrano nella sua “sfera di influenza” e non piegano la testa ai suoi diktat.
Infine, denunciamo i tentativi dei governi o delle forze di estrema destra di sfruttare le restrizioni temporanee prescritte dalla quarantena per introdurre limitazioni permanenti all’esercizio dei diritti individuali e collettivi, come sta avvenendo in Turchia, nel Salvador, in Bolivia; o peggio, per arrogarsi i pieni poteri, calpestando leggi e costituzioni, come in Ungheria. Denunciamo il tentativo di Israele di trasformare la pandemia in una occasione per occupare definitivamente i territori della Palestina.

Chi pagherà il prezzo


La prescrizione dell’isolamento sociale, con la temporanea chiusura di molte attività - fino ad oggi la sola prevenzione efficace del contagio - sta paralizzando o rallentando interi settori produttivi. Se il contagio colpisce persone e comunità senza distinzione, i suoi effetti economici e sociali non ricadranno allo stesso modo sulle diverse componenti sociali.
Le donne, le classi lavoratrici, le comunità etniche emarginate, le componenti più vulnerabili della società rischiano di pagare il prezzo il più alto di questa emergenza sanitaria!

Perciò chiediamo ai governi di adottare misure urgenti per garantire:
accesso uguale alle informazioni e alle risorse economiche, finanziarie, mediche e psicologiche, ai servizi e alle tecnologie sanitarie di contrasto alla diffusione del contagio per le persone e i gruppi sociali più esposti e vulnerabili, comprese le persone detenute, le persone anziane ricoverate in case di riposo, i migranti nei centri di accoglienza;
integrazione della prospettiva di genere nelle politiche nazionali per la biosicurezza;
mezzi di sussistenza basilari a donne e uomini, famiglie, comunità e gruppi sociali più vulnerabili; l’immediata regolarizzazione dei migranti irregolari in modo che possano accedere alle cure sanitarie senza condizioni;
misure di protezione sanitaria adeguata ai lavoratori e lavoratrici dell’agricoltura, industria e servizi essenziali;
tutela per lavoratrici e lavoratori esposti al rischio di licenziamenti ingiustificati e congedi forzati;
reddito di sussistenza, moratorie sui debiti, gli affitti e altre spese correnti per le persone disoccupate;
forme di indennità economica per le piccole aziende agricole, industriali e del settore terziario soggette al lockdown, per evitarne il tracollo totale, o che siano divorate dalle imprese maggiori;
politiche indirizzate a potenziare la sanità pubblica depotenziata dalle politiche di privatizzazione;
politiche rivolte ad orientare la spesa pubblica a favore della riconversione dell’industria bellica verso il settore civile.

Alle Nazioni Unite, alle istituzioni internazionali chiediamo di promuovere:
forme di sviluppo sostenibile ispirato a una profonda alleanza tra esseri umani e natura, basato su un’economia senza sfruttamento di classe e senza le strozzature del debito imposte dal FMI e dalla BM;
azioni contro gli embarghi e le arbitrarie sanzioni imperialiste unilaterali a danno dei paesi che difendono la sovranità delle proprie scelte;
piani d’azione per affrontare le emergenze future, assicurando che essi raggiungano persone, territori e gruppi più vulnerabili, compresi i campi profughi nelle situazioni di conflitto;
condivisione dei risultati della ricerca scientifica e tecnologica fra tutti i popoli del mondo, senza speculazioni economiche.

Le donne sono in prima linea nella lotta per fermare la pandemia


Le donne, come assistenti di prima linea, professioniste della salute, volontarie delle associazioni non governative, scienziate e altro, stanno dando un contributo insostituibile. Sono coloro che lavorano per fornire servizi essenziali, che consentono al resto della comunità di vivere nell’isolamento personale che la prevenzione del contagio impone.
Ciò significa che esse corrono maggiori rischi sia per la loro salute che per i risvolti negativi della pandemia sul piano economico e sociale, che si aggiungono a quelli causati dal sistema patriarcale.
Chiediamo ai governi di garantire alle donne uguale accesso ai livelli decisionali nello sviluppo delle scelte politiche da implementare in questa circostanza.
Chiediamo alle organizzazioni affiliate alla FDIM/WIDF, a tutte le organizzazioni di volontariato e alle associazioni di assicurare che non vengano meno le misure di protezione delle donne e delle ragazze contro la violenza sessuale e domestica.
Chiediamo ai governi, alle istituzioni internazionali, le organizzazioni sociali, gli istituti scientifici, i movimenti popolari di unirsi nello sforzo congiunto di costruire risposte efficaci, basate sui principi di solidarietà, condivisione del progresso scientifico e tecnologico, sulla giustizia e l’uguaglianza sociale, la difesa dell’ambiente, il rispetto per la natura e la costruzione della pace.

DONNE DI TUTTO IL MONDO UNITE NELLA LOTTA

Noi donne unite siamo determinanti per costruire una risposta sociale globale efficace, non solo per riparare il danno della crisi attuale, ma anche per prevenire quelli futuri.
Lottiamo unite per la sicurezza alimentare, per il diritto alla casa, per l’accesso all’acqua minacciata dalle privatizzazioni; per l’educazione, la salute e la tutela dell’ambiente; per i diritti dei migranti e le comunità etniche emarginate; contro le guerre di aggressione e per il disarmo globale.
Siamo capaci di contenere e respingere le malattie e indicare l’uscita in direzione di un mondo diverso, nel quale prevalgano relazioni umane e sociali basate sui valori dell’uguaglianza, solidarietà, giustizia sociale e pace.

*Appello emesso dal Comitato Direttivo della Federazione Democratica Internazionale delle Donne

14/04/20

COVID 19 / USA / Un "Memorandum” contro


Gli aiuti pelosi di Trump all’Italia e il dopo emergenza COVID-19



A proposito del Memorandum  sulla fornitura di assistenza alla repubblica italiana firmato dal presidente degli Stati Uniti e del suo duplice significato








C’è un modo di dire peculiare della lingua italiana, quando qualcuno compie un gesto di apparente solidarietà verso qualcun altro, dal quale però si aspetta, o addirittura pretende, un tornaconto. La chiamiamo “carità pelosa”. Si tratta, in altre parole, di quel gesto ipocrita di chi ti fa dono del superfluo per poterti sottrarre (o dopo averti già sottratto) il necessario.

L’espressione sembra attagliarsi perfettamente al Memorandum che il presidente degli Stati Uniti Trump ha enfaticamente annunciato ed esibito al mondo, il 10 aprile, sugli aiuti che gli Usa forniranno all’Italia per affrontare la crisi sanitaria del COVID-19.
Dopo più di due mesi dalla dichiarazione dello stato di emergenza in Italia - e di assenza degli Stati Uniti dagli sforzi internazionali di risposta alla pandemia di COVID-19 - Trump si è presentato davanti alle telecamere sventolando il suo “memorandum presidenziale”, nel quale impartisce al suo governo ordini e disposizioni riguardo all’assistenza da fornire al nostro Paese, definito «tra i più stretti e vecchi alleati degli Stati Uniti».

Questo memorandum tardivo arriva dopo che gli Usa hanno colpevolmente ignorato la gravità della crisi sanitaria che, dopo la Cina, ha colpito prima l’Italia e poi gli altri paesi europei, tanto da negare fino all’ultimo la necessità di cancellare le esercitazioni NATO “Defender Europe”, che avrebbero dovuto dispiegarsi in primavera su larga scala lungo il confine con la Russia. Non solo. Arriva dopo che sono arrivati tempestivamente in Italia gli aiuti cinesi insieme a quelli cubani, a quelli russi, vietnamiti, albanesi e di tanti altri paesi grandi e piccoli. In questo quadro inedito di gara solidale verso l’Italia, l’assenza degli Stati Uniti era diventata vistosa. Per non dire di certi micragnosi paesi dell’Unione Europea, con i quali non abbiamo finito di fare i conti.

Che cosa stabilisce questo “memorandum” firmato da Trump? Intanto, in apertura, vi si precisa che è stato il governo italiano a richiedere l’assistenza degli Stati Uniti. Poi si dettano ridondanti disposizioni ai segretari dei dipartimenti e delle agenzie degli Stati Uniti al riguardo. Ma il memorandum non entra nei dettagli di cosa verrà fornito all’Italia. Anzi non dice proprio nulla di concreto su questo. Si limita ad impartire disposizioni affinché gli uffici predisposti si attivino per «identificare» i soggetti, gli strumenti e le vie – facenti capo a USAID - attraverso i quali, se del caso, fornire «assistenza all’Italia, che rischia il collasso del sistema sanitario a causa del COVID-19 ed è minacciata da una profonda recessione economica».

Nello specifico, si ordina «che siano agevolati i contatti tra le autorità italiane e le società degli Stati Uniti e siano incoraggiati i fornitori degli Stati Uniti a vendere gli articoli richiesti dalle autorità italiane o dagli operatori sanitari»;  e che siano «incoraggiate le organizzazioni internazionali pubbliche e le organizzazioni non governative (ONG), comprese le organizzazioni di fede» operanti nel territorio italiano, le quali - in consultazione con l’ambasciata e le missioni degli Stati Uniti – possano, se del caso, donare attrezzature e forniture mediche all'Italia». Tutto questo, beninteso, a condizione che tali forniture non vengano sottratte alle esigenze nazionali degli Usa, che restano prioritarie.
A che serve, allora, un memorandum che non definisce alcun aiuto, né immediato né concreto, per far fronte alla crisi sanitaria più acuta? Il fatto è che bisogna leggerlo nelle righe e tra le righe, per afferrarne il duplice significato: uno esplicito, l’altro velato (ma non troppo).

Il significato esplicito è che la presidenza degli Stati Uniti intende con questo memorandum replicare alla “campagna di aiuti” che giungono all’Italia dalla Cina, la Russia, Cuba e altri paesi "non atlantici", o che comunque gli Usa considerano “nemici”, e riaffermare la leadership globale degli Stati Uniti nell’azione internazionale di contrasto al coronavirus, in contrapposizione a quella che viene definita «la campagna di disinformazione cinese e russa» che passerebbe attraverso il mantenimento di «pericolose catene di aiuti».
È soprattutto la gestione del “dopo emergenza sanitaria”, nei suoi termini non solo economici, ma anche e soprattutto geopolitici, che sembra preoccupare Trump. E sotto questo profilo, le disposizioni più inquietanti stanno nella Sezione 4 del memorandum, dove si dichiara di “fornire” al governo italiano l’utilizzo degli oltre 30.000 militari e personale addetto di stanza nelle basi USA in Italia, «a supporto del Centro operativo militare e civile italiano nelle attività di emergenza».
 
E qui sta il significato velato (ma non troppo) del memorandum, che suona piuttosto come una tirata d'orecchi al governo italiano, perché si guardi dalle «pericolose catene di aiuti internazionali», quelle che vengono da Cina, Cuba, o Russia, e stia attento ad accettare solo quelli che riconducono alla leadership americana. Più che una mano tesa all’Italia è il dito dello zio Sam puntato contro di noi.. Specialmente l'"offerta" di utilizzare le basi americane e il loro personale, a supporto delle attività di emergenza che si presenteranno, pare un richiamo all’ovile dell’Alleanza Atlantica che fa rabbrividire.
Riguardo agli “aiuti” promessi, poi, quale che sia la loro eventuale entità, vale la pena di ricordare che da tempo gli Usa premono sull’Italia e sugli altri alleati europei perché portino la loro spesa militare almeno al 2% del PIL. Alcuni paesi europei l’hanno già fatto. La spesa italiana corrisponde attualmente all’1,3% del PIL, ma il governo si è impegnato ad elevarla. E sarà tutta spesa sottratta ai bisogni sociali.

Rivolgendosi specificatamente all’Italia, peraltro, senza neanche un cenno agli alleati europei, il memorandum di Trump sembra un’esca furba gettata nello stagno dell’Unione Europea, per pescare nel torbido della palese mancanza di solidarietà e di strategie comuni nel contrasto alla pandemia e alle sue pesanti ricadute economiche.
Ma, oltre a tutte queste considerazioni, quella che suona veramente ignobile è la pretesa di Trump di usare gli aiuti, anche in una circostanza drammatica come questa, per marcare la propria area di dominio atlantico-occidentale, usando la promessa di aiuti come espediente di una strategia politica di ripristino dei paradigmi della guerra fredda del secondo '900, questa volta nel quadro di una visione isolazionista e chiusa nella logica primatista dell’«America first».

Questo memorandum lanciato contro le “pericolose catene di aiuti” fa il paio con una violenta campagna di denigrazione dell’OMS (e più in generale delle organizzazioni delle Nazioni Unite), colpevole di sottrarsi al controllo esclusivo di Washington e delle multinazionali farmaceutiche della filiera americana. E fa il paio con la “guerra ibrida” - armata, commerciale,mediatica e spionistica – dichiarata contro una cinquantina di paesi, a partire da Venezuela, Cuba, Nord Corea e Iran, fino alla Cina, che con motivazioni varie sono bersaglio di ritorsioni e sanzioni economiche unilaterali.

Paradossale (e catastrofico) sarebbe che l’Europa si ri-piegasse a una leadership da sceriffo del Far West che va imponendo ridicole taglie sulle teste dei leader di altri Stati bollati come “canaglie” e minacciando strangolamenti economici e militari per ripristinare sui mercati mondiali un’egemonia del dollaro che è ormai avviata alla sua fine. È una leadership talmente screditata, politicamente e perfino moralmente, che può sostenersi solo sul terrore delle 800 basi militari disseminate in ogni angolo del mondo. Ma proprio per questo da temere e contrastare.

Ci deve allarmare la lezione che il governo degli Stati Uniti sembra trarre dal disastro della pandemia, che va in direzione opposta alla responsabilità politica e perfino al semplice buonsenso. Se c’è una lezione per il futuro che questa pandemia ci consegna è proprio l’insostenibilità – per la vita umana e la sopravvivenza del pianeta - di un ordine mondiale che si regga sull'espansione ad oltranza di aree di dominio, sui “primatismi” concorrenti e  i blocchi militari contrapposti.  

Ci deve allarmare la nuova spinta alla militarizzazione dello spazio impressa dagli Stati Uniti (a trent'anni dalle Star Wars di reaganiana memoria), alla quale si vogliono aggregare i 29 paesi dell’Alleanza Atlantica (nel Summit di Londra del dicembre scorso, hanno imposto che fosse riconosciuto lo spazio quale «quinto campo operativo» dell’Alleanza Atlantica, in aggiunta a quelli terrestre, marittimo, aereo e cyberspaziale).

Ci deve allarmare ogni tipo di risposta militarista e autoritario alla pandemia di COVID-19, tanto sul piano interno quanto internazionale, ogni tentativo di trasformare lo stato di eccezione in uno stato ordinario di governo. E al contempo, ogni risposta di tipo speculativo, privatistico, proprietarista alla crisi pandemica, come la rincorsa ad acquisire per primi e inesclusiva cure e terapie per far fronte a questa e a quelle che presumibilmente si ripresenteranno in futuro.

È il tempo, invece, della condivisione internazionale delle risorse e dei saperi, è il tempo di restituire valore politico alle Nazioni Unite e alle sue Organizzazioni mondiali, a cominciare dall’OMS, fino alla stessa Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ridotta a un vecchio deposito di risoluzioni inapplicate; così come agli organismi comunitari creati nel quadro di un ordine giuridico internazionale di origine pattizia multilaterale, soppiantati dal sistema dei Vertici di Super-potenti a vantaggio del progetto neoliberista di espansione invasiva del mercato e di sfruttamento capitalistico ad ogni ambito dell'esistenza. .


La pandemia ci sta ponendo di fronte alla sfida planetaria di un cambiamento strutturale che porti all’accesso egualitario di tutti, popoli e paesi, comunità etniche e organizzazioni sociali, uomini e donne alla gestione non privatistica, ma pubblica, sociale e collettiva dei sistemi di cura e delle risorse economiche, scientifiche, culturali e tecnologiche che li rendano efficaci.

Per garantire a tutti l'accesso alle cure contro la pandemia bisogna escludere ogni forma di monopolio delle stesse dagli accordi che i governi firmeranno con le aziende farmaceutiche. Se la cura della crisi pandemica dovesse risolversi in una colossale abbuffata di profitti per le multinazionali farmaceutiche e per l’economia imperialista, sarebbe come – per dirla con l'economista ambientalista Vandana Shiva – «offrire la malattia come cura: più crescita economica capitalistica per risolvere i problemi di povertà, disuguaglianza e declino ecologico a cui essa stessa ha dato origine».


10/04/20

COVID-19 / Nazioni Unite / Guterres


«Questa è una lotta generazionale e la ragion d'essere delle stesse Nazioni Unite»


Il segretario generale delle Nazioni Unite richiama alla  solidarietà e all'unità il Consiglio di sicurezza che litiga sulla crisi del coronavirus


Ancora un accorato appello allo spirito di unità è venuto dal segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres al Consiglio di sicurezza convocato per discutere su quella che ha definito «lotta generazionale», la pandemia globale di coronavirus.
«Un segnale di unità e risolutezza da parte del Consiglio conterebbe molto in questo momento ansioso», ha detto Guterres ai 15 membri del Consiglio che tengono il loro primo incontro sulla crisi di COVID-19, a porte chiuse in videoconferenza. Guterres ha insistito, di fronte alle divisioni nel Consiglio, sull'impegno unitario «fondamentale per mitigare le implicazioni per la pace e la sicurezza della pandemia di COVID-19».
«Questa è una lotta generazionale: la ragion d'essere delle stesse Nazioni Unite», ha detto Guterres ai membri del CS, riuniti finalmente su richiesta di nove dei 10 membri non permanenti del consiglio, irritati dall'immobilismo del massimo organismo internazionale di fronte a questa crisi globale senza precedenti. Il disaccordo è fra paesi che descrivono la pandemia come una «questione che riguarda pace e sicurezza internazionale» e altri paesi sostengono che le questioni sanitarie non fanno parte del mandato del Consiglio di sicurezza.  
Mentre il presidente degli Stati Uniti, continua provocatoriamente a riferirsi alla pandemia come “virus cinese” e minaccia di tagliare la sua quota di finanziamenti all’OMS perché non l’avrebbe "avvertito in tempo sulla pericolosità del COVID-19", nel CS dell’ONU ci sono in competizione due proposte di risoluzione: una, presentata il 30 marzo dai 10 membri non permanenti, chiede «un'azione internazionale urgente, coordinata e unitaria per contenere l'impatto di COVID-19» e invita il Consiglio di sicurezza a «monitorare l'impatto della pandemia di COVID-19 sulla pace e la sicurezza internazionali», richiamandosi alla proposta del Segretario generale di un «cessate il fuoco globale immediato per consentire un'adeguata risposta umanitaria alla pandemia».
L’altra, presentata dalla Francia in attesa che si appianino le divergenze fra i cinque membri permanenti del CS, si limita a richiamare l’appello di Guterres a cessare tutte le ostilità in tutto il mondo come parte di una "pausa umanitaria" per combattere la pandemia. Ma i tentativi di convocare una riunione dei cinque sono stati vanificati dal ricovero in ospedale del primo ministro britannico Boris Johnson, contagiato dal COVID-19.
Insomma, mentre Guterres si è espresso apertamente sulla crisi e i 193 membri dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite hanno adottato all'unanimità una risoluzione che chiede "cooperazione", non c’è segnale di accordo nel CS. Per approvare una risoluzione nel Consiglio di sicurezza sono necessari almeno nove voti su 15, senza veto da parte di uno dei cinque membri permanenti.

07/04/20

COVID-19/ PARLAMENTO EUROPEO


FERMARE L'AUMENTO DI VIOLENZA DOMESTICA IN EUROPA DURANTE L’EMERGENZA DEL COVID-19


«Non lasceremo sole le donne europee durante l’emergenza»



I casi di violenza domestica sono aumentati di un terzo in alcuni paesi dell'UE a seguito del lockdown
La presidente della Commissione per i diritti delle donne del Parlamento europeo, Evelyn Regner (Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici) esorta l'UE e gli Stati membri a rafforzare il sostegno alle vittime di violenza domestica durante la crisi COVID-19.
Sia a livello globale che in alcuni paesi dell'UE, è stato riferito che i casi di violenza domestica sono aumentati di un terzo nella settimana dopo l'istituzione del lockdown. Le donne in relazioni violente sono bloccate in casa ed esposte al loro abusatore per periodi di tempo più lunghi. Ciò rende molto difficile per loro chiamare le linee telefoniche, poiché la persona violenta è sempre presente.
In risposta a questa situazione, Evelyn Regner ha dichiarato: «Questi giorni e le prossime settimane sono particolarmente pericolosi per le donne. Tutti stiamo affrontando sfide psicologiche cruciali per via dell'isolamento o della quarantena, ma le donne e anche i bambini che vivono in case non sicure stanno affrontando una prova particolarmente estenuante. Pertanto, ora dobbiamo prestare particolare attenzione a questo problema ed estendere le nostre azioni per fermare la violenza contro le donne».
«Esorto tutti gli Stati membri dell'UE ad affrontare questo problema con determinazione e ad attivarsi per informare dove e come le persone colpite possono ottenere aiuto. Ciò deve includere anche semplici modi per contattare e avvisare la polizia, come messaggi o chat online, e l'uso di parole in codice con medici o farmacisti. Inoltre, devono essere resi disponibili più posti nelle strutture di protezione dalla violenza e nelle case rifugio per donne. Ove possibile, l'UE deve sostenere finanziariamente le misure degli Stati membri e spronarle a informare su tali misure».
«La pandemia di COVID-19 evidenzia nettamente la disuguaglianza di genere di ogni tipo e forma. Come mostrano le cifre dell'OCSE, il 70% della forza lavoro sanitaria è costituito da donne, gran parte del lavoro di assistenza non retribuito è svolto da donne e l'imminente crisi economica colpirà le donne molto più duramente. Il nostro compito è rafforzare in modo sostenibile la salute fisica e mentale delle donne e la loro indipendenza economica, oltre la crisi di COVID-19. Certamente non lasceremo sole le donne europee».

04/04/20

Emergenza #COVID19 / Messaggio dal Portogallo






PER UN MONDO CHE AVANZA E NON RETROCEDE DIFENDERE I DIRITTI UMANI E I DIRITTI DELLE DONNE

#HEALTH4ALL




MDM saluta e ringrazia le donne di tutto il mondo che lavorano instancabilmente per proteggere le popolazioni più vulnerabili e salvare vite umane, anche con mezzi scarsi o inesistenti, mettendo a rischio la propria sicurezza.
MDM esprime la sua piena solidarietà con le organizzazioni femminili di tutto il mondo e con la FDIM (Federazione Democratica Internazionale delle Donne) e le sue organizzazioni affiliate, che sono esposte a questa tragedia della pandemia di COVID-19 e hanno un ruolo decisivo nella difesa dei diritti delle donne.
Questa pandemia si sta diffondendo in un mondo con profonde asimmetrie di sviluppo, dove si stanno estendendo le disuguaglianze sociali, la povertà e la fame, le forme di violenza, in particolare sulle donne.
Questa pandemia si verifica in un mondo in cui i sistemi sanitari non rispondono ai bisogni di base o in paesi che hanno adottato politiche di austerità e privatizzazione dei servizi sanitari, dove si negano ai lavoratori e alla popolazione in generale il diritto alla salute pubblica; si verifica in un mondo in cui si provocano guerre e minacce di nuove invasioni militari.
L’MDM è particolarmente solidale con tutte le donne che vivono in paesi vittime di aggressioni militari e in paesi soggetti a sanzioni economiche e finanziarie da parte del governo degli Stati Uniti. in contrasto con il diritto internazionale e gli statuti delle Nazioni Unite. Sanzioni che impediscono loro di acquistare medicinali e altri beni, inclusi i dispositivi essenziali per combattere il Coronavirus e difendere la vita delle loro comunità.
Nonostante le preoccupazioni della maggior parte dei governi nazionali e delle organizzazioni internazionali, che raccomandano l'isolamento sociale e stabiliscono misure di contenimento rigorose, la verità è che le politiche e le misure per contenere la pandemia di COVID-19, in diversi paesi, non solo non vengono applicate in corrispondenza delle necessità di prevenzione e cura della malattia, ma non vengono garantite anche lavoro e protezione sociale e la sopravvivenza economica di individui e famiglie è in pericolo.
È in questo contesto che le conseguenze del nuovo coronavirus sulla salute e sull'economia influiscono anche sulla condizione di svantaggio per i più vulnerabili, come donne, anziani e bambini.

Nell'Unione Europea, l’inasprimento delle direttive al servizio dei più ricchi e potenti ha causato serie battute d'arresto nelle condizioni di vita e nei diritti delle donne e, nell'attuale periodo, si conferma la mancanza di solidarietà per il superamento degli squilibri finanziari derivanti da questa pandemia imprevista.
Il sistema capitalistico e le sue centrali di potere mostrano ancora una volta il loro carattere disumano, predatore e sfruttatore. Approfittando di questa drammatica crisi globale, si promuove la chiusura di grandi e piccole aziende, si getta milioni di lavoratori nella disoccupazione, si attaccano salari e diritti dei lavoratori, si ricattano e dominano vari paesi, si indeboliscono i diritti, le libertà e le garanzie personali.
In questo mondo attaccato da una pandemia globale, per le ragioni peggiori si conferma quanto sia cruciale che ogni Stato possa garantire il controllo pubblico dei settori strategici e che ogni persona possa avere solidi sistemi pubblici di protezione sociale e sanitaria, garanzia di pari condizioni di accesso all'assistenza sanitaria e all'assistenza sociale per tutti i cittadini, uomini e donne.
UN Women raccomanda una serie di misure specifiche nelle azioni contro il coronavirus, che convergono con opinioni precedentemente pubblicate dal nostro Movimento in Portogallo e che rafforzano la nostra posizione, estendendola alle donne nel mondo. Tra queste, si raccomanda il sostegno prioritario alle donne che lavorano per contenere la malattia, contratti di lavoro adeguati alle necessità delle donne con bambini e altre persone a carico, l'implementazione di servizi sanitari essenziali per la salute di donne e ragazze. Salute sessuale e riproduttiva e violenza di cui le donne sono principali vittime. Ma sostiene ancora il rafforzamento delle tutele contro il lavoro precario, il basso reddito delle donne e degli operatori sanitari, programmi di sostegno per i gruppi emarginati, con particolare attenzione alle donne con disabilità, con comportamenti di dipendenza, vittime di ogni tipo di problemi fisico, psicologico e sessuale e sostiene l'attuazione di misure specifiche nel settore della salute e della protezione sociale per prevenire l'aumento esponenziale della mortalità e della morbilità degli anziani.

MDM ritiene indispensabile e urgente attuare misure per la ripresa economica, rafforzando le politiche di difesa dell'occupazione e dei salari e dei diritti sul lavoro che combattano efficacemente le disparità di genere, la povertà, l'esclusione sociale e le disuguaglianze nel mondo.
Nel 25 ° anniversario della Conferenza mondiale sulle donne, Pechino (1995), è più che urgente che le organizzazioni femminili richiedano il rispetto del CEDAW -Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne - e il rispetto di gli obiettivi strategici contenuti nella piattaforma d'azione di Pechino per la salute delle donne, come condizione inseparabile di uguaglianza, sviluppo e pace.
Tra questi obiettivi strategici, che non sono ancora stati raggiunti, evidenziamo nuovamente l'opportunità di questo documento, nella richiesta di servizi sanitari pubblici adeguati e di qualità, programmi per promuovere la ricerca che tenga conto della salute delle donne, nonché allocare risorse sufficienti

Gli obiettivi della pace sono inseparabili e ugualmente strategici, motivo per cui chiediamo il rispetto della Piattaforma in termini di riduzione della spesa militare e limitazione degli armamenti (spese che devono essere utilizzate a scopi umanitari), protezione, assistenza e formazione sanitaria per le donne. rifugiati e sfollati e, nel campo dell'economia, garanzia di diritti economici, accesso all'occupazione ed eliminazione delle disuguaglianze e segregazione professionale tra donne e uomini. In sintesi, è importante attuare politiche per la difesa dei diritti delle donne in tutti i programmi e progetti sanitari, come osservato nella Conferenza di Pechino e in altre conferenze delle NazioniUnite.
MDM esprime la sua fiducia nella forza della lotta organizzata delle donne nel mondo e confida che questa forza sociale sarà ancora più attiva contro la destabilizzazione dei loro paesi, la lotta alla disuguaglianza, la discriminazione e la violenza, contro ogni forma di sfruttamento, per l'uguaglianza, nella legge e nella vita, in tutti i settori.
MDM esprime anche la fiducia che vinceremo questa battaglia per la salute, con la partecipazione di tutti coloro che aiutano congiuntamente e altruisticamente a combattere gli effetti di COVID19. Siamo a favore dell'applicazione dei diritti delle donne e di tutti gli strumenti per i diritti umani che consentono, d'ora in poi e al termine di questa pandemia, di ristabilire gioiosamente la lotta emancipatoria delle donne per l'uguaglianza, lo sviluppo e la pace.

Regina Marques

02/04/20

Emergenza #COVID19 / Solidarietà delle donne greche


La lotta per la sanità pubblica è una lotta per la vita

#HEALTH4ALL


La Federazione delle Donne Greche (OGE) esprime la sua solidarietà alle donne di tutto il mondo, a tutte le organizzazioni affiliate alla WIDF/FDIM, alle popolazioni che stanno affrontando le conseguenze dell'epidemia di coronavirus. I nostri pensieri e i nostri più calorosi auguri di guarigione vanno a coloro che sono contagiati.

Migliaia di persone stanno perdendo la vita ogni giorno, migliaia sono a rischio di conseguenze devastanti per la loro salute, perché i governi - anche degli stati più potenti - hanno sacrificato con le loro politiche il bene sociale della salute sull'altare del mercato e del profitto.
Il pericolo della pandemia di COVID-19 illustra tragicamente le profonde carenze dei sistemi sanitari in tutti i paesi capitalisti, che erano noti prima della comparsa del coronavirus. Queste carenze non sono sorte per caso, sono il risultato delle politiche anti-popolari applicate da tutti i governi - liberali o socialdemocratici - al servizio del grande capitale. Ciò che stanno vivendo le nostre popolazioni è il risultato della mercificazione e della privatizzazione della sanità, per consentire ai monopoli, i grandi gruppi di imprese, di realizzare più profitti.
Questa politica mina il grande potenziale scientifico e tecnologico esistente oggi per soddisfare tutte le esigenze di prevenzione e cura delle persone.
Allo stesso tempo, milioni di lavoratori e lavoratrici perdono il lavoro o si vedono tagliare i salari o gli orari di lavoro diventare "flessibili". Non a causa del coronavirus, ma perché i capitalisti vogliono che i popoli paghino ancora una volta per la loro crisi.
Sosteniamo la lotta dei lavoratori in Italia che hanno scioperato chiedendo la fine dei crimini padronali che hanno portato alla loro morte.
La Federazione delle donne greche sostiene la lotta di medici, infermieri, dipendenti di tutti gli ospedali, che lavorano in condizioni critiche mettendo a rischio la loro salute e la loro vita.
Apprezziamo l'esempio di paesi come Cuba, che a tutti gli effetti mostrano la loro solidarietà verso i paesi coinvolti.
Denunciamo l'Unione Europea, che con la sua politica condanna i nostri popoli a vivere senza il diritto alla salute pubblica gratuita per tutti.
Denunciamo la NATO, che nel mezzo della crisi, richiede a tutti i suoi stati membri di raggiungere l'obiettivo del 2% del PIL nella spesa per armi.
Rivendichiamo:
·     Sistema sanitario pubblico con sufficiente personale medico e infermieristico, con lavoro permanente e stabile, con strutture e attrezzature adeguate.
·          Requisizione di cliniche e posti letto privati per la terapia intensiva.
·         Rafforzare le unità di assistenza sanitaria di base per decongestionare gli ospedali e supportare i pazienti con altre malattie.
·         Tutti i disinfettanti e i dispositivi di protezione sanitaria devono essere forniti gratuitamente dallo Stato a ciascuno.
·         Nessuna quarantena per i diritti dei lavoratori
Leviamoci in lotta per la sanità pubblica, perché è una lotta per la vita.

Atene, 2 aprile 2020