12/04/21

Verso il 25 Aprile / L’altra metà della Resistenza – Staffette partigiane

Lisetta Prosperina -Partigiana in Valle d'Aosta


«Staffette: senza di loro la Resistenza sarebbe stata impossibile»  

di Manzela Sanna*


*(Sta in: L’altra metà della resistenza, ed. Mazzotta, Milano 1978, pag. 104, Atti del convegno L’Altra Metà della Resistenza, un incontro fra generazioni sulla via della liberazione femminile, tenutosi a Milano nel novembre 1977, avvio di una lettura al frmminile corale della lotta di Liberazione per voce delle stesse protagoniste).


La staffetta è forse la figura più cara della Resistenza, la più amata e certamente una delle più indispensabili. Essa è stata la struttura portante, il cuore dell’intera rete organizzativa di combattimento, l’occhio della brigata.

Nelle sue mani erano riposti i collegamenti, gli ordini, le informazioni per le città, i villaggi, le fabbriche. Nelle sue sporte venivano nascoste le armi, l’esplosivo, il materiale di propaganda, la stampa. Alla sua persona erano affidati i messaggi e le disposizioni del CLN alle formazioni e della brigata alle altre brigate. In sella all’inseparabile bicicletta – simbolo di tutto un periodo – pedalava per chilometri e chilometri per portare a termine la missione affidatale, sfidando i rastrellamenti, le bombe, gli innumerevoli rischi della guerra.

Non è semplice descrivere compiutamente ciò che hanno fatto le staffette perché erano dappertutto e hanno fatto di tutto, e comunque non si riuscirebbe a dare la esatta dimensione della loro importanza perché non è tanto il peso quantitativo e numerico delle azioni a cui hanno partecipato che le ha rese indispensabili, quanto quello morale e politico che ha fatto dire che senza di esse la Resistenza sarebbe stata impossibile.

Molte rimasero colpite nella salute (sterilità, artrosi, pleurite, tbc) a causa delle dure condizioni in cui operavano; numerose vennero torturate e spesso violentate e poi fucilate.

L’attività della staffetta era di estrema importanza e fondamentale l’atteggiamento che doveva tenere nelle circostanze più disparate. A questo riguardo è interessante conoscere alcune regole di massima impartite alle compagne addette a tale incarico.

In una circolare di un comando partigiano dell’ottobre 1944 si legge: «Compagna corriera, nell’andare ai recapiti assicurati sempre che nessuno ti segua. Non rivelare mai a nessuno, neppure ai compagni e alle compagne che fanno il tuo stesso lavoro, gli indirizzi e i luoghi di recapito. Se ti accorgi che qualche persona sospetta segue i tuoi movimenti, non recarti al luogo dell’appuntamento.

«Nascondi il materiale nel modo migliore. Cammina sempre con disinvoltura e senza destare sospetti, abbi sempre una risposta pronta, una carta d’identità e altri documenti di riconoscimento.

«Il tuo lavoro è pericoloso. Puoi anche cadere nelle mani del nemico e cioè essere arrestata. Con le lusinghe, con le minacce e spesso con le torture fisiche e morali, tenteranno di farti parlare. Tu non parlare mai! Difenditi nel modo che puoi, a seconda delle circostanze e delle situazioni, ma non dire nulla, non svelare il nome dei compagni, dei recapiti, delle cose che conosci. Hai delle possibilità di salvarti solo negando e ancora negando. Comunque preferisci qualsiasi altra sorte piuttosto che diventare una spia».

Ebbene, fu molto raro che qualcuna tradisse o parlasse sotto tortura, quantunque umanamente possibile, e ciò è tanto più importante perché la maggior parte di esse non erano membri di partito o quadri politici, ma semplici donne che gli avvenimenti avevano strappato alla chiusa vita famigliare per trasformarle in combattenti.

Eppure dopo il 25 aprile per la stragrande maggioranza di coloro che furono l’anima della Resistenza non ci furono riconoscimenti, spesso neanche quelli di “patriota”: ed è così che molte torneranno a casa dopo aver trovato nella lotta una nuova dimensione femminile.

Esse non chiedevano soltanto la fine della guerra, della fame, delle distruzioni: esigevano di essere aiutate a sviluppare una coscienza politica e di classe, di superare l’arretratezza culturale, di trovare un’occupazione. Invece vennero ricacciate in massa nella famiglia, nel lavoro dequalificato, negli impieghi senza carriera. A che vale quindi concedere il voto come grande conquista storica se a questo voto non corrisponde un peso reale nella società? Grandi sono le responsabilità dei partiti di sinistra che questo enorme potenziale di risorse ormai sviluppato non hanno organizzato in maniera conseguente. 

Quasi tutte le donne che hanno reso testimonianza sulla lotta partigiana hanno affermato che «quello è stato il periodo più bello e pieno della loro vita». E la partigiana Elsa Oliva nel libro La Resistenza taciuta afferma: «Il mio rimpianto più grande del dopo è stato quello di non essere morta prima, durante la lotta». Romanticismo, si dirà, retorica femminile decadente. Invece questa frase, al di là dello schematismo con cui è formulata, assume il significato prezioso di un giudizio storico e politico.

Nelle lotte successive per l’affermazione della democrazia le donne non si sono mai più sentite così attive, così partecipi nel rischio, così unite da intenti comuni. Tant’è che, a più di trent’anni dalla liberazione, rimangono ancora sulla carta i punti più significativi del programma dei Gruppi di Difesa della Donna, la cui attuazione era considerata certa nell’Italia liberata.


11/04/21

VERSO IL 25 APRILE CON L’ALTRA METÀ DELLA RESISTENZA / JOYCE LUSSU

Joyce Lussu - foto sardegnareporter.it

Joyce Salvadori Lussu (Firenze 1912 - Roma 1998) partigiana, scrittrice, traduttrice, poeta. Entrò nella Resistenza militando nei gruppi di “Giustizia e Libertà”, accanto al marito Emilio Lussu, in Francia e in Italia. Decorata con medaglia d’argento al valor militare, è stata grande narratrice (Il suo romanzo Fronti e frontiere è tuttora uno dei testi più letti della narrativa resistenziale), autrice di diari, saggi, raccolte di poesie. Negli anni ’60 si dedicò a un’intensa campagna di sostegno ai movimenti di liberazione anticoloniale dell’Africa e del Medio Oriente, traducendo e divulgando l’opera di poeti come Nazim Hikmet e Agostinho Neto

Attenta osservatrice e fautrice delle lotte studentesche e femminili, è stata fino all’ultimo testimone ed energica divulgatrice dei valori resistenziali fra le generazioni più giovani. Nel 1977 partecipò al convegno nazionale L’altra metà della Resistenza, promosso a Milano dall’ANPI e altre associazioni partigiane, avvio di una lettura frmminile corale della guerra di Liberazione per voce delle stesse protagoniste..


«Per le donne la scelta della Resistenza era già una conquista e un’affermazione di libertà personale…»*

La partecipazione della società rurale alla Resistenza si può definire “di massa”, perché ogni punto d’appoggio coinvolgeva un intero aggregato famigliare e non bastava un membro solo a creare un collegamento resistenziale. L’intera famiglia contadina collaborava come nucleo e come base alla guerra di liberazione. E si dice “guerra” giustamente, essendo in quel modo tutti e ognuno in prima linea.

Poteva accadere che un partigiano nascosto o un prigioniero di guerra ospitato da una famiglia contadina venisse scoperto e arrestato: lui veniva forse riportato in prigione o in campo di concentramento, ma era la famiglia che pagava per prima e veniva fucilata sul posto: tutti, uomini, donne, bambini, vecchi. Spesso non si salvava nessuno.

Quando una qualsiasi famiglia veniva coinvolta nella Resistenza, per situazioni particolari o per scelta, immediatamente qualcosa esplodeva al suo interno: non reggevano più i vecchi rapporti tradizionali e la sua struttura patriarcale. Al contatto operativo con una lotta popolare che esigeva sodalizio, fiducia, contatti, segretezza, non era certo possibile imporre alle ragazze di ritirarsi alle sette di sera, o alla moglie di cucire e cucinare in silenzio, in un angolo della casa. Ognuno partecipava collettivamente alle nuove esigenze e quasi automaticamente si stabiliva un assetto democratico all’interno del nucleo famigliare allargato. Questo affrancava le donne in una sorta di prima liberazione, creando nuovi interessi e nuovi rapporti tra i membri della famiglia.

Quando poi le donne raggiungevano le formazioni partigiane, la loro scelta era già una conquista e un’affermazione di libertà personale.

È vero che talvolta anche nelle formazioni accadeva che le donne venissero adibite a delle funzioni subalterne, ricreando la gerarchia famigliare e sociale da cui erano appena uscite. Personalmente ricordo che, durante i miei collegamenti tra vari gruppi partigiani operanti in Italia, più di una volta le compagne si lamentarono con me dicendo: «Mi tocca lavare i panni del comandante…». E io chiedevo: «Ma tu gliel’hai detto al comandante? Ne avete parlato in assemblea, ci avete provato?». In generale, erano state zitte.

In realtà, quando si poneva questa questione nelle riunioni politiche, di fronte a dei compagni già maturati da una forte tensione morale e politica, com’era quella della lotta armata, ben raramente accadeva di trovarli insensibili al problema della parità. Io mi sento di dovere spezzare una lancia in favore dei compagni di allora, che aderirono prontamente alla discussione e alla risoluzione di queste controversie, sorte molto spesso per una mancata focalizzazione del problema.

Naturalmente quando nessuna sollevava questa questione, le cose proseguivano nel loro andazzo tradizionale, per inerzia, per consuetudine e soprattutto per mancanza di una visione critica dell’assetto sociale e famigliare da sempre esistito e mai contestato. Ma dovunque noi, come donne, abbiamo parlato impostando sia teoricamente che concretamente la questione, i risultati si sono toccati con mano.

Un movimento storico si qualifica sempre dalle sue punte più avanzate, non già da quelle di retroguardia: e senza dubbio c’era ormai un fortissimo filone storico che stimolava il dibattito all’interno della Resistenza, non solamente su problemi contingenti, ma sugli aspetti sociali più svariati e anche su quelli tabù.

Lo specifico femminile, i rapporti della donna col marito e con i figli, il suo ruolo all’interno della famiglia ed altri quesiti scottanti emersi in questi anni, vennero allora per la prima volta esaminati e in seguito ripetutamente discussi nelle riunioni politiche serali: c’era un ascolto attentissimo e una sensibilità diffusa su questi argomenti, mentre le idee e la coscienza crescevano e uomini e donne maturavano nella dignità della lotta comune.

E allora viene da chiedersi perché, dopo la grande insurrezione del 25 aprile, che ha visto la donna per la prima volta in una posizione di parità e di prestigio, le sia nuovamente calata addosso questa pesante cappa di conformismo e di repressione.

E perché tutte le antiche e logore forze tradizionali siano così prontamente tornate a galla, ricacciando al fondo gli strati più depressi della società, le donne per prime, richiamandole ai santi valori del sacrificio. Perché, dopo le esaltanti giornate della Liberazione, sia ritornata, quasi di soppiatto, la restaurazione.

 

*Sta in: L’altra metà della resistenza, ed. Mazzotta, Milano 1978, pag. 111 (atti del convegno L’Altra Metà della Resistenza, un incontro fra generazioni sulla via della liberazione femminile, tenutosi a Milano nel novembre 1977)


Seminario Internazionale / 11 aprile: la vita al di sopra dei profitti /Jornada Internacional de Lucha


LA VITA AL DI SOPRA DEI PROFITTI: VACCINI E SANITA' PUBBLICA PER TUTTI
SEMINARIO INTERNAZIONALE 

Nell’ambito della Jornada Internacional de Lucha Antiimperialista “La vita al disopra del profitto. Vaccini per tutte e tutti!” si è tenuto il seminario internazionale on line per discutere dei diversi temi che costituiscono l’insieme della Settimana di lotte che stiamo costruendo intorno alla questione del Vaccino per la salute pubblica e gratuita: vaccini, sanità pubblica, lavoratori e lavoratrici della sanità, sovranità alimentare e organizzazione popolare, guerre imperialiste di fronte alla pandemia. Nel seminario si sono articolati i diversi fronti di azione e lotta che i popoli del mondo hanno prodotto in tempo di pandemia e per segnalare la necessità di dare continuità al processo di articolazione intorno a questi temi. Questo seminario è stato un primo passo.

Vi hanno preso parte:  Dr. Satyajit Rath, immunologo, Istituto Indiano di Educazione e Ricerca Scientífica (India); Carlos Ron, presidente dell’Istituto Simón Bolívar (Venezuela); Ana Vracar, del People’s Health Movement (Croazia); Pramesh Pokharel, de La Via Contadina (Nepal); Lorena Peña Mendoza, presidente Federación Democrática Internacional de Mujeres (FDIM); Lerato Mthunzi, presidente del Sindacato Young Nurses Indaba Trade Union (YNITU) del Sudafrica; Julie Steendam per il coordinamento Europeo della campagna No Profit on Pandemic, Belgio; Aziz Rhali, Asociazione per i Diritti Umani (Marocco).


08/04/21

VERSO IL 25 APRILE CON L’ALTRA META’ DELLA RESISTENZA / ISOTTA GAETA*

Isotta Gaeta - Foto Enciclopedia delle donne

 *Isotta Gaeta (Torino, 1929 - Nizza, 2009), giornalista e saggista. Nata da una famiglia comunista della prima ora, a sedici anni Isotta è staffetta partigiana nella 107ª Brigata Garibaldi. Negli anni ’50 e ’60, trasferitasi a Milano, collabora con diversi periodici e riviste, tra cui Vie Nuove, Noi Donne, Quarto mondo, Compagne. Negli anni ’80 svolge l’attività di reporter per il Corriere della Sera, con inchieste sulle condizioni di detenzione nelle carceri italiane e battendosi per i diritti civili dei detenuti. Nel ‘92 promuove la Rete delle giornaliste europee e nel ’95 partecipa alla Conferenza Mondiale per le Donne delle Nazioni Unite per le Donne, a Pechino. È tra le fondatrici del Festival Internazionale Cinematografico a regia femminile Sguardi altrove. Nel 1978 ha curato con Lydia Franceschi gli Atti del convegno nazionale L’altra metà della Resistenza tenutosi a Milano nel novembre 1977, avvio di una lettura al frmminile corale della guerra di Liberazione per voce delle stesse protagoniste.

«Scriveremo finalmente la nostra storia di donne nella Resistenza, ci riprenderemo il nostro passato tutto intero per affrontare il nostro futuro» **

Su questa pagina della nostra storia si è fatta molta retorica e molto trionfalismo. Le donne sono state esaltate, ricordate, premiate: alcune sono divenute dei simboli al di sopra della maggioranza delle sconosciute combattenti; altre sono divenute dei fiori all’occhiello da utilizzare in varie situazioni, ma la storia vera della presenza femminile nella Resistenza è ancora da scrivere, pur essendoci stato tutto il tempo per farlo in questi trent’anni che ci separano dalla Liberazione.

In realtà, ciò che ha impedito che questa storia venisse scritta è stata la non volontà di affrontare, con una seria analisi politica e di classe, le contraddizioni presenti all’interno dello stesso movimento partigiano. Quelle contraddizioni di classe e di sesso che hanno segnato in maniera latente tutto il periodo della Resistenza e che ritroviamo negli anni successivi, sono le stesse che, pur con diverse connotazioni, ritroviamo e viviamo ancora oggi.


Non è stato facile né scontato
costruire una organizzazione femminile di massa della Resistenza e ancora meno facile è stato riconoscerle un posto al fianco delle altre forze, che in quel momento combattevano, nonostante in grande contributo che quotidianamente le donne davano alla lotta. Su vari terreni e in vari modi si è cercato d’impedire questa partecipazione femminile organizzata autonomamente, ma di questo non troviamo traccia nei discorsi o nei libri sulla Resistenza. Troviamo invece, largamente documentato, il doppio lavoro che le donne hanno compiuto nel vecchio ruolo imposto e in quello nuovo che si erano scelte: madri, spese, sorelle e, insieme, combattenti di un esercito popolare. E nelle direttive, nei giornali, nei racconti troviamo anche una grande carica di paternalismo. I “dirigenti” si sentivano in dovere di sorvegliare, tutelare, guidare quelle che consideravano inesperte e deboli compagne di lotta, dimenticando che almeno cento militanti antifasciste erano state processate dal tribunale speciale fascista subendo dure condanne e tante altre avevano subito confino, percosse e sorveglianza politica speciale, durante tutto il ventennio.

In un documento della 1ª divisione Garibaldi “Piemonte” del 16 settembre 1944, riguardante le direttive per la costituzione di organismi popolari, si legge, per esempio una nota che riguarda le donne: «Nei limiti delle possibilità e sempre che vi siano i requisiti adatti, un elemento femminile può essere ammesso a far parte di detto organismo». Le donne, dunque, erano mature per rischiare la vita e combattere duramente, ma non lo erano ancora per dirigere, per assumere il potere: si poteva ammettere che qualcuna venisse scelta ma non prima di un severo e accurato esame che nessuno si sognava di proporre per un uomo.

L’analisi che tentiamo di fare qui è solo un abbozzo, l’inizio di un lavoro che vogliamo continuare a sviluppare con il contributo di tutte. Scriveremo finalmente la nostra storia, dopo averla vissuta, anche a partire da questo primo momento, che deve servire da stimolo e da provocazione perché si faccia piazza pulita di ogni mistificazione: vogliamo riprenderci il nostro passato tutto intero per affrontare il futuro senza ripercorrere gli stessi errori e guardando in faccia i nostri nemici, tutti i nostri nemici.

Abbiamo sempre parlato con orgoglio, e lo facciamo ancora oggi, dei Gruppi di Difesa della Donna (GDD), per ciò che hanno saputo essere nel movimento partigiano e siamo convinte che, senza quel tipo di organizzazione, la Resistenza non sarebbe stata vincente. Dobbiamo riconoscere che, proprio con quello strumento, si fece il primo tentativo di organizzazione autonoma delle donne per porre i problemi specifici della condizione femminile. E tuttavia è proprio nella impostazione del programma e dell’organizzazione dei GDD che si rivelò la prima, profonda contraddizione.

06/04/21

7 APRILE / MANIFESTO INTERNAZIONALE PER LA VITA

 


La FDIM/WIDF aderisce alla Settimana europea di lotta antimperialista (7-11 aprile 2021) per costruire un mondo più giusto e uguale, dove la vita e la salute contino più del profitto


La vita prima del profitto: vaccini e cure mediche pubbliche e gratuite per tutte e tutti!

La pandemia di Covid-19 ha universalmente messo a nudo le contraddizioni del capitalismo che antepone il profitto alla vita delle persone:

Le compagnie farmaceutiche pensano solo ai loro profitti; danno i loro vaccini a quelli che sono disposti a pagarli di più. Di tutti i vaccini distribuiti fino ad oggi, il 75% è arrivato ai 30 paesi più ricchi, mentre 130 paesi poveri nel sud del mondo non hanno ancora accesso.

La maggioranza dei governi ha preso misure per proteggere l'economia prima della vite delle persone. Solo in pochi hanno avuto il coraggio di imporre una completa chiusura delle attività non essenziali per fermare la diffusione del virus.

In tutto il mondo ci sono persone che non hanno accesso ai vaccini, all'occupazione o al reddito. Queste persone sono state abbandonate, senza un futuro. Questa situazione, se analizzata da un punto di vista etnico e di genere, si aggrava per le donne, i giovani, le persone nere e indigene. Siamo in guerra contro un virus invisibile che colpisce tutta l'umanità e che ha già causato quasi 3 milioni di morti.

L'imperialismo statunitense e i suoi alleati sono interessati solo alle questioni geopolitiche e ai profitti delle loro aziende. Questo nonostante abbiano ampie risorse economiche, tecniche e finanziarie che potrebbero salvare vite umane.

Il governo statunitense non perde occasione per mantenere ed estendere gli embarghi economici, commerciali e finanziari, soprattutto contro Cuba, il Venezuela e l'Iran.

Oltre a questo, continua a promuovere una “nuova guerra fredda” contro la Cina, con una retorica ostile al governo e al popolo cinese, imponendo sanzioni economiche, perseguitando aziende cinesi e diffondendo la menzogna che la diffusione della pandemia sia colpa del governo cinese.

Alla luce di questa situazione, dobbiamo unire gli sforzi di tutte le organizzazioni sociali, popolari, territoriali e politiche in tutto il mondo per sostenere e rivendicare l'applicazione delle misure necessarie per la protezione della vita degli esseri umani.

Dalle nostre organizzazioni, concordando e amplificando gli orientamenti dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), proponiamo le seguenti misure:

Vaccino gratis per tutti! Garantire modi di acquisire il vaccino per tutti i paesi nei modi più giusti ed equo, togliendo i brevetti che mantengono i vaccini di proprietà dell'industria farmaceutica privata. Il vaccino è un bene comune dell'umanità!

Completa chiusura di tutte le attività non essenziali nei paesi in cui il Covid-19 è fuori controllo.

Reddito di emergenza garantito che assicuri condizioni di vita degne alle famiglie più povere – che sono quelle più colpite dalla pandemia – in modo da poter gestire la propria vita.

Cancellazione del debito che grava sui paesi del sud del mondo a causa dei paesi del nord e delle loro istituzioni finanziarie.

Mai più guerre! Vogliamo pace e vaccini! Sospensione di ogni attività militare, in tutti i paesi del mondo, durante la pandemia; fine della repressione poliziesca come risposta alle mobilitazioni e alle famiglie che occupano case e terre.

Piani di attività produttive per il post-Covid-19 per sostenere la vita in tutto il mondo, basate sull'occupazione per tutti e la produzione di beni di prima necessità per una vita dignitosa. Supporto ai programmi di produzione di alimenti sani per le persone e i loro mercati locali in tutti i paesi.

Implementazione di politiche pubbliche e leggi responsabili della riproduzione sociale, in modo da promuovere la de-mercificazione della vita e la fornitura di servizi pubblici e protezione sociale per lavoratrici e lavoratori.

Cessazione delle sanzioni unilaterali coercitive imposte dagli Stati Uniti e dai loro alleati che violano il diritto internazionale. Queste “sanzioni” colpiscono l'accesso a cibo, medicine, dispositivi individuali di protezione (dip) e perfino al carburante, elementi fondamentali per combattere la pandemia.

L'Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) e le Nazioni Unite si assumano la responsabilità di accedere alle risorse finanziarie nascoste nei paradisi fiscali e di porre limiti ai governi che non rispettano le regole della democrazia e la vita dei loro popoli in questo momento di seria crisi di salute pubblica a livello internazionale.

In occasione del 7 aprile, Giornata Mondiale della Salute decretata dalle Nazioni Unite nel 1948, invitiamo tutte le organizzazioni popolari, sociali e politiche, i collettivi, le campagne e le entità locali, nazionali e internazionali di tutti i paesi, a contribuire alla costruzione della Settimana Internazionale di lotta anti-imperialista dal 7 all'11 aprile 2021, per manifestare la nostra indignazione e riaffermare il nostro impegno per costruire un mondo più giusto e uguale, dove la vita venga prima del profitto.

Unite/uniti possiamo portare avanti la nostra causa in difesa dell'umanità.


VERSO IL 25 APRILE CON L’ALTRA METÀ DELLA RESISTENZA / Lydia Franceschi


Lydia Franceschi - Fondazione Roberto Franceschi
Lydia Buticchi Franceschi è nata nel 1925 a Odessa, la città russa dove i genitori si erano rifugiati per sfuggire alle persecuzioni fasciste. Rimasto vedovo con la piccola Lydia, il padre torna a Milano, ma alcuni anni dopo viene ucciso dai fascisti. Nel ’43 Lydia entra nella Resistenza come staffetta partigiana, dopo la Liberazione diventa insegnante e poi madre di due figli, Roberto e Cristina.  Segue da vicino le lotte studentesche e del movimento femminista a cavallo fra gli anni ’60 e ’70, fino al momento in cui la sua vita è segnata da un’altra tragedia: il l 23 gennaio del ’73 il figlio Roberto, studente alla Bocconi, è ucciso dalla polizia chiamata dal rettore a respingere l’occupazione studentesca. Lydia si dedica con grande tenacia alla lunga battaglia giudiziaria volta a perseguire la verità sull’assassinio del figlio. Con il risarcimento ottenuto in sede processuale, nel ’96 crea la Fondazione Roberto Franceschi. Nel 1978, insieme a Isotta Gaeta, ha curato la pubblicazione degli Atti del convegno nazionale L’altra metà della Resistenza, promosso dall’ANPI e altre associazioni partigiane nel novembre 1977 a Milano, avvio di una lettura al frmminile corale della lotta di Liberazione per voce delle stesse protagoniste..

La Resistenza non è terminata nel lontano aprile del 1945…*

Il 25 aprile 1945 avrebbe dovuto sancire il diritto di partecipazione attiva alla vita politica ed economica nel paese del movimento democratico e popolare, sia per le lotte sostenute dai militanti antifascisti durante il ventennio della dittatura, sia per l’alto contributo di sangue da uomini e donne nella guerra partigiana.

Eppure è stato ancora necessario il sacrificio di altre vite umane per affermare questo diritto, contro il sopruso della classe dominante che continua a perpetuare i suoi privilegi e a mostrare la stessa ottusità morale e sociale del periodo fascista. Tra i militanti antifascisti uccisi in questi ultimi anni compaiono anche i nomi di decine di donne: ricordiamo alcune di esse che la storia ufficiale ha ignorato nei suoi libri e cercato di cancellare dalla nostra memoria.

Ricordiamo le donne braccianti uccise durante le manifestazioni per l’assegnazione di terre incolte o per il lavoro, come: Giuditta Levato a Catanzaro (28 novembre 1946); Isabella Cervelli a Pettiglia Policastro (13 aprile 1947); Anna Rimondi Corato (18 novembre 1947); Angelina Mauro a Melissa (30 ottobre 1949); Filippa Mollica Nardo a Bagheria (20 novembre 1949). E ancora i nomi delle donne cadute davanti alle fabbriche o perché chiedevano l’acqua potabile, come: Jolanda Bertaccini a Forlì (3 giugno 1949); Onofria Pellizzeri, con Giuseppina Valenza e Vincenza Messina a Mussumeli (17 febbraio 1954). Ed ancora, le donne assassinate nel corso di manifestazioni antifasciste, come quelle cadute il 1° maggio 1947 a Portella della Ginestra o come Maria Alice a Genova il 15 luglio 1948; Rosa La Barbera a Palermo nella manifestazione popolare in risposta alla strage di Reggio Emilia (8 luglio 1960); le compagne cadute in Piazza della Loggia a Brescia il 28 maggio 1974: Giulietta Bazoli Banzi, Livia Bottardi Milani, Clementina Trebeschi e, ultima in ordine di Tempo, Giorgiana Masi, il 12 maggio 1977 a Roma durante una manifestazione per i referendum abrogativi.

Come non capire che la Resistenza non è terminata nel lontano aprile del 1945, ma che essa continua perché non sono state, volutamente, rimosse le cause dell’oppressione, del terrore, dello sfruttamento e della emarginazione? Come non capire che la Resistenza in questi anni è stata mercificata come un oggetto di consumo, svuotata dei suoi significati veri, reinterpretata in maniera dogmatica e occultata nella sua verità storica?

Bisogna avere il coraggio di non ricorrere alle esaltazioni epico-retoriche e cercare di raccontare la storia con esattezza documentata, rifacendoci anche alla memoria popolare, perché solo in questa maniera potremo trasformare la narrazione della Resistenza armata in uno strumento di analisi utile per il futuro.

Ma per questo c’è necessità dell’incontro tra generazioni di donne: da una parte quelle in possesso di un patrimonio di memorie della lotta antifascista, che però non ha potuto determinare le trasformazioni radicali attese; dall’altra giovani donne sinceramente impegnate nella ricerca della trasformazione, ma che per la loro stessa età mancano di quella memoria storica che facilita la comprensione e l’analisi.   


*Sta in: L’altra metà della resistenza, ed. Mazzotta, Milano 1978, pag. 177 (atti del convegno L’Altra Metà della Resistenza, un incontro fra generazioni sulla via della liberazione femminile, Milano novembre 1977)


04/04/21

VERSO IL 25 APRILE CON L’ALTRA META’ DELLA RESISTENZA / GIULIANA GADOLA BELTRAMI*

 

Giuliana Gadola - Foto ANPI


*Giuliana Gadola (Milano, gennaio 1915/luglio 2005), partigiana, scrittrice e poeta. Entra nella Resistenza insieme al marito Filippo Beltrami subito dopo l’8 settembre ‘43. Rimane ferita in uno scontro a fuoco con le forze tedesche di occupazione presso il lago d’Orta. Quando, nel febbraio del 1944, la formazione partigiana in cui milita Beltrami è accerchiata ed egli viene ucciso, Giuliana si rifugia in Val d’Aosta con i figli. Il giorno della Liberazione, 25 aprile ’45, sfila a Milano con la Divisione alpina intitolata al marito caduto. Nel dopoguerra entra a far parte della Presidenza onoraria dell’ANPI, svolgendo un’intensa e continuativa azione divulgativa sulla partecipazione delle donne alla Resistenza con articoli e recensioni su Anpi oggi, Patria indipendente e Resistenza unita  Fra le sue pubblicazioni, Il Capitano, 1946 (Milano, Gentile). Nel novembre 1977 è una delle promotrici e organizzatrici del convegno nazionale L’altra metà della Resistenza a Milano, dove tiene la relazione introduttiva, nella quale indaga, fra le altre cose, come e perché le donne partigiane non ricevettero subito il dovuto riconoscimento.

Quante erano? Chi erano? Perché c’erano?**

Occorre partire da questi interrogativi se si vuole seriamente affrontare quell’analisi della partecipazione femminile alla Resistenza che in più di trent’anni non è mai stata neppure tentata e che ci proponiamo finalmente oggi di affrontare, se pure in maniera sommaria e approssimata.

Le giovani che in questi anni con tanto impeto si battono per la loro liberazione ne sentono il bisogno e hanno ragione; certamente qui troveranno radici affondate nel tempo. Noi peraltro, che quei momenti li abbiamo vissuti, sentiamo il dovere di offrir loro strumenti per approfondire l’argomento e avvertiamo l’urgenza di far presto, prima che i fatti siano dimenticati e le persone tutte scomparse.

Certo la risposta alle domande che abbiamo formulato non è facile. Nessuno lo sa meglio di me, che da un paio d’anni indago in questa direzione, leggendo libri vecchi, nuovi e articoli d’ogni genere, analizzando documenti, scrivendo lettere nei più sperduti paesi e soprattutto interrogando direttamente un gran numero di testimoni. Si tratta di un lavoro lungo e paziente, ma in compenso assai gratificante: l’incontro con tante donne, parecchie delle quali notevolissime, mi stimola e mi rivela di giorno in giorno una realtà storica del tutto sconosciuta, di dimensioni impensate e di straordinaria qualità.


La maggior difficoltà della ricerca
sta nel fatto che le protagoniste di allora, anche quando sono ancora in vita, sono in gran parte sparite, risucchiate nella sfera del privato, dimenticate e dimentiche esse stesse dei loro giorni di gloria.

Anche questo sarebbe da analizzare: come mai donne che avevano compiuto un passo così grande, superando d’un balzo il loro ruolo tradizionale e secolare, donne che oggi dichiarano unanimi che quello è stato il momento più alto e intenso della loro esistenza, hanno potuto – per quanto profondamente mutate – rientrare al loro posto di prima, a fare le cose di prima?

Naturalmente non è accaduto a tutte: molte hanno continuato a da attività in associazioni e partiti; ma si tratta, direi esclusivamente, di partiti della sinistra e si tratta in maggioranza di donne che già nella Resistenza avevano avuto mansioni politiche e organizzative. Per le altre, per la grande massa anonima, il costume ha prevalso: la famiglia – nella quale, date le particolari difficoltà dell’immediato dopoguerra, si sentivano più necessarie che mai – se le è mangiate come una gigantesca piovra. E nessuno ci ha fatto caso.

Queste, ritrovarle oggi è spesso impossibile.

La seconda grossa difficoltà della ricerca sta nel fatto che mancano quasi del tutto i testi. Nei numerosi libri di storia e di memorie che pure sono stati scritti, delle donne si parla soltanto per rapidi cenni, quando occorre strappare una lacrima o un sorriso, o quando è sentito il dovere di assolvere a un debito di riconoscenza. «Guarda, io devo la vita a una donna», dice ogni tanto un capo o un qualunque partigiano. «Non ricordo neppure come si chiamasse, ma sai cos’ha fatto?». E qui inizia un racconto straordinario.

Questo non può destare meraviglia se si considera il contesto socio-culturale del tempo, che non è neppur molto cambiato. Quando si esaminano i fatti in una certa ottica, la censura è inevitabile: è addirittura inconscia. La nostra società è maschile. La presenza della donna in una guerra o in una lotta politica è accettata, addirittura richiesta, magari anche glorificata, solo quando è indispensabile. Ma non appena sembra si possa farne a meno, la si emargina persino dal ricordo.

Gli storici e i memorialisti della guerra di liberazione sono quasi tutti uomini. I capi della Resistenza erano uomini e questo allora pareva naturale anche alle donne. Nessuno di loro si è accorto che l’esercito della liberazione era un esercito composto in maggioranza da donne.

S’intende che parlo della Resistenza nel suo insieme: forze combattenti e forze d’appoggio. Ma perché non farlo, dal momento che dovunque si era in prima linea? E che si rischiava la fucilazione anche solo, come sta scritto in un famoso editto repubblichino, a dare un bicchier d’acqua a un partigiano?

In appoggio alla mia tesi che nella Resistenza ci fossero più donne che uomini, citerò Arrigo Boldrini, esperto di questioni militari, oltre che famoso comandante della guerra di liberazione: «Se in un esercito normale il rapporto tra combattenti e addetti ai servizi è di uno a sette, nella guerra partigiana è di uno a quindici; intorno a ogni patriota ci sono quindici persone che in grande maggioranza sono donne».[1] Di fronte a tale affermazione, le cifre ufficiali (35mila partigiane combattenti, 20mila patriote, 70mila iscritte ai Gruppi di difesa della donna) diventano risibili. Se facciamo un conto induttivo, sulla base fornitaci da Boldrini arriveremmo almeno a due milioni di donne anziché a 125mila.

L’enorme divario fra le due cifre è facilmente spiegabile se si pensa che solo una piccola minoranza di esse andò, alla Liberazione, a farsi dare il riconoscimento ufficiale, mentre gli uomini ci andarono tutti; ci andò anche, come qualche volta si è detto, qualcuno in più. Del resto si capisce, a loro poteva anche giovare, non fosse che per ragioni di servizio militare; ma le donne, per tornare a casa, di quel pezzo di carta che se ne facevano? Senza contare che nella maggior parte di loro aveva il sopravvento una invincibile modestia che le portava a ritenere di non aver fatto “niente di speciale”.

Comunque non stiamo a disquisire sulle cifre. Si tratta in ogni caso di un numero grandissimo di donne, certamente molte volte superiore a quello degli uomini.

Come si spiega questo fenomeno?

26/03/21

NAWAL AL-SAADAWI, IL COMUNE SGUARDO CHE UNISCE

 

Ci ha lasciate Nawal Al-Saadawi, scrittrice, saggista, psichiatra e attivista egiziana che in 89 anni di vita e scrittura  ha raccontanto al mondo le "verità selvagge e pericolose" sulla condizione delle donne che il patriarcato e l'integralismo islamico volevano occultare 



di Ada Donno



Se n’è andata il 21 marzo a primavera, Nawal Al-Saadawi, scrittrice, psichiatra e femminista egiziana. Nel dare la notizia della sua morte, che l’ha raggiunta a 89 anni mentre era ricoverata per malattia in un ospedale del Cairo, agenzie e testate giornalistiche internazionali hanno scritto che è stata un “faro” per le donne progressiste in tutto il mondo arabo e hanno messo l’accento sulla sua figura di donna “ribelle” che ha sfidato con coraggio i tabù, ha divorziato tre volte perché non ha voluto sottomettersi all’autorità maritale prescritta dalle leggi del suo paese; ha sostenuto campagne contro il velo, lottato contro la disuguaglianza di diritti, la poligamia e la circoncisione femminile e tutte le mostruosità misogine perpetrate dal patriarcalismo islamico; ha affrontato anche il carcere a più riprese e subito la proscrizione da parte delle più alte autorità religiose.

Nawal era nata in un villaggio nei pressi del Cairo nel 1931, in una famiglia osservante delle tradizioni che aveva deciso di farla sposare appena compiuti i dieci anni. Ma lei si era ribellata e aveva rifiutato quel matrimonio combinato dai genitori per darle “sicurezza e stabilità”. Più tardi avrebbe raccontato nella sua autobiografia Una figlia di Iside” (pubblicata in Italia nel 2002) di quanto le fosse costato quel rifiuto, della riprovazione e il ripudio che a lungo l’aveva circondata tra familiari e parenti, ma anche della solidarietà che leggeva nello sguardo di sua madre, che la confortò e la sostenne nella sua volontà di studiare e poi di laurearsi in medicina.

Dopo la salita al potere di Nasser nel ‘52, le cose sembrarono a cambiare in Egitto, nuove opportunità si aprirono anche per le donne. Nawal si specializzò in psichiatria e ottenne incarichi di rilievo, come direttrice generale del Dipartimento di educazione sanitaria presso il Ministero della Salute e segretaria generale dell’Associazione Medica del Cairo. Ma nel 1972 fu estromessa dai suoi incarichi per avere pubblicato “Donne e sesso”, un’aperta denuncia dell’oppressione sessuale delle donne egiziane, che le attirò la condanna e l’ostracismo da parte delle massime autorità religiose e politiche.

Nel 1975 pubblicò il romanzo Firdaus (Una donna al punto zero), racconto terribilmente asciutto e realistico della vita di una donna nell’Egitto del suo tempo. Il libro sollevò di nuovo grande scalpore, il potere patriarcale arcaico e misogino vi si riconobbe e perciò lo mise al bando. Ma fu tradotto in decine di altre lingue e fece conoscere Nawal ad ogni latitudine.

Alle autorità religiose egiziane che l’accusarono di essere ′′selvaggia e pericolosa" perché si ribellava alle leggi e ai costumi che sottomettono e schiavizzano le donne, Nawal rispose: «Dico la verità, la verità è selvaggia e pericolosa». E di quelle pericolose verità che la società patriarcale islamica voleva occultare lei si è fatta portavoce, raccontandole nei suoi libri: oltre cinquanta, fra narrativa e saggistica (senza contare la sua attività di giornalista che ha svolto fino all’ultimo), per molti dei quali ha tratto ispirazione dalla sua attività professionale di medica psichiatra.

Raccontando ha denunciato le rigide clausure imposte alle donne, l’esposizione a castighi pubblici, le condanne a morte per adulterio, i matrimoni precoci forzati. Ha parlato apertamente di sessualità femminile, di prostituzione, aborto, violenza fisica e psicologica. si è battuta strenuamente contro il crimine della circoncisione femminile, ricordando di averla subita lei stessa a sei anni e incitando le donne arabe a ribellarsi perché, con il loro corpo, anche l'anima e il pensiero vengono circoncisi.

Nel 1985 fondò la Arab Women’s Solidarity Association, la prima organizzazione femminista indipendente riconosciuta in Egitto, a cui in breve aderirono centinaia di donne di diversi paesi arabi (la figlia Mona Helmy, anche lei scrittrice e attivista femminista, ne è stata a lungo segretaria generale).

Nel maggio 1987 venne in Italia per partecipare al seminario Non ci basta dire basta, a Torino, dove la Casa delle donne mise in movimento la diplomazia femminista di «Visitare luoghi difficili» e lanciò la proposta di un campo internazionale di donne nel Libano scorticato e fatto a brandelli dalla guerra. In quella occasione Nawal si presentò come «donna egiziana, araba, africana» e spiazzò più di qualcuna con la sua energica requisitoria nei confronti delle «femministe che separano i problemi delle donne da quelli politici».

Andando dritta a quello che per lei era il cuore del problema, sosteneva che le lotte delle donne non possono essere separate dalla lotta politica, che il femminismo è politica e deve confrontarsi col potere politico. «In ogni occasione internazionale di incontri di donne – disse - c'è sempre qualcuna che ci chiede: perché dovete parlare per forza di imperialismo e di sionismo, che c'entrano con le donne? Ma noi rispondiamo che il sionismo è parte del nostro problema di donne e c’è un nesso tra oppressione sessuale, psicologica, sociale ed economica delle donne».

Negli anni ’90 dovette allontanarsi dall’Egitto perché subiva quotidiane minacce di morte da gruppi fondamentalisti. Accettò un incarico nell’Università del North Carolina, ma questo non le impedì di accusare Bush di «usare i diritti delle donne e la democrazia come scusa per invadere l’Iraq, rubare il petrolio e dominare l’intero Medio Oriente». E di «appoggiare i dittatori più reazionari del mondo arabo, il re in Arabia saudita, Sadat in Egitto, Hussein prima della guerra, e tutto il resto».

Nel 2005 gettò lo scompiglio in Egitto annunciando di volersi candidare alle elezioni presidenziali. Sorse una disputa pubblica sulla legittimità della sua candidatura e scesero in campo le più alte autorità religiose. Nawal stessa, più tardi, spiegò pubblicamente le ragioni della sua sfida: «Quando ho annunciato la mia candidatura non pensavo certo di contendere il posto di presidente a Mubarak. Non sono pazza. Non ho mai pensato di poter essere eletta. Io volevo solo aprire un dibattito e sotto questo aspetto credo di esserci riuscita, perché tutti hanno parlato della mia candidatura. Non era mai accaduto prima che si parlasse di una donna alla presidenza dell’Egitto».

Con sua grande soddisfazione, il Grande Imam di Al Azhar dovette ammettere che sì, le donne potevano partecipare alla competizione politica, che niente nell’Islam impedisce ad una donna di farlo. Invece il gran Muftì della Repubblica, che aveva lo stesso livello di autorità, disse che no, l’Islam lo vietava. E alla domanda «perché?», rispose che una donna è impura perché ha il mestruo. «Ridicolo!» commentò Nawal sarcastica. «Anche Condoleeza Rice ha il mestruo, eppure le massime autorità politiche dei paesi islamici non esitano a stringerle la mano».

Ma l’ironia non la salvò dalla vendetta del fanatismo. La sua candidatura fu considerata comunque inammissibile perché su di lei pendeva l’accusa – lanciata dall’Università islamica del Cairo Al Azhar - di apostasia e disprezzo dei principi dell’Islam per una commedia scritta molti anni prima e ripubblicata, in cui affermava che, essendo dio puro spirito, non è né uomo né donna. Dovette rinunciare ad affrontare il processo in patria, come in un primo momento aveva pensato di fare, perché il suo nome era stato inserito dai fondamentalisti in una “lista della morte”. 

Continuò a lavorare per lo più all’estero, senza trascurare occasione di far sentire la sua presenza attiva nel suo paese, dove le sue opere continuavano ad essere censurate, mentre lei continuava a scrivere e ad essere insignita di premi e riconoscimenti internazionali.

In “Dissidenza e scrittura” (2008), ha raccontato il suo complesso «itinerario intellettuale». Era convinta, da «socialista e femminista», che le donne arabe non dovessero solo lottare contro gli stereotipi sessisti e la propria immagine distorta nelle società islamiche, ma anche combattere l’immagine distorta e gli stereotipi occidentali sull’Islam; che le donne dovessero fare politica e opporsi alle arroganti ideologie identitarie presenti in ogni cultura ad ogni latitudine, perché «sono i sistemi politici e i nostri governi a distorcere l’immagine dell’Islam e ad alimentare il fondamentalismo. Sono le due facce della stessa medaglia. In Egitto era Sadat a incoraggiare i fondamentalisti, con il benestare del governo Usa. C’è ovunque una connessione evidente fra potere politico e i gruppi fanatici, di ogni religione, non solo nei paesi arabi: Vale per i fanatici cristiani negli Usa, come per il fanatismo ebraico che sostiene la destra in Israele».

Quando gli studenti dell’Università di California, al tempo della sua candidatura, le chiesero cosa pensava che avrebbero fatto gli Stati Uniti se fosse stata eletta presidente dell’Egitto, rispose: «Forse cercherebbero di uccidermi. Come hanno fatto con Castro, o con Nasser quando nazionalizzò il canale di Suez. Ogni volta che sorge un leader un po’ democratico nei paesi arabi, in Africa, in Asia e in America Latina, lo bloccano o lo fanno fuori».

Nel 2011 partecipò alle proteste in Piazza Tahrir, pronta a combattere ancora una volta in prima linea per un Egitto libero e democratico. Ma nel 2013 si attirò le critiche degli ambienti progressisti per aver sostenuto senza riserve il regime di Al-Sisi che, dopo il rovesciamento militare di Morsi, si dimostrò non meno dispotico e conservatore.

E tuttavia non sono critiche che possano intaccare il suo lascito intellettuale e morale, che è grande e sarà raccolto dalle generazioni future di donne, non solo egiziane, non solo del mondo arabo. L’8 marzo del 2012, Nawal aveva detto: «Viviamo in un mondo dominato dallo stesso sistema oppressivo: il sistema capitalista, imperialista, religioso, razzista, militare e patriarcale. Prima o poi ci libereremo. Non perderemo mai la speranza perché la speranza è potere».

Sì, Nawal Al-Saadawi è stata certamente un “faro” per le donne in tutto il mondo arabo, come è stato scritto. Ma dobbiamo onestamente dire di più: lo è stata anche per noi donne occidentali, quando ci ha aiutate a mettere da parte l'abitudine a certe letture eurocentriche e semplificate del mondo. Ad abbracciarne la complessità, che implica la rinuncia alla tentazione di ogni forma di «esportazione della democrazia e dei diritti» e di «protettorato» di stampo neocoloniale nei confronti delle “povere sorelle” dei paesi arabi e africani. A praticare la ricerca dell’«incontro faticoso» e a cogliere nella pluralità delle visioni il «comune sguardo che unisce».