20/03/25

La barbarie genocida contro il popolo palestinese non si ferma

 Israele ha ripreso la sua guerra genocida contro Gaza, bombardando e uccidendo dalla sera alla mattina almeno 400 persone, tra cui neonati, donne e anziani.


 

Il cessate il fuoco temporaneo non è stato altro per Israele che una pausa tattica. Il nuovo codardo assalto contro i territori palestinesi segna di fatto la ripresa della guerra genocida, che coincide con l’annunciato ritorno ai loro incarichi nel governo israeliano di alcuni esponenti dell’ala della destra sionista più feroce ed oltranzista.

Quanti bambini devono ancora morire a Gaza, prima che la macchina dello sterminio venga fermata? 

Di fronte alla rottura unilaterale della tregua, intensifichiamo le azioni di solidarietà con l’eroica resistenza palestinese contro la barbarie sionista e le vergognose complicità dell’Occidente colonialista.

20 marzo 2025

AWMR Italia – Donne della Regione Mediterranea

Dopo Gaza, il Libano?

 È una domanda legittima, dopo la brutale aggressione sionista del 18 marzo a Gaza.Un'aggressione che ha portato al martirio e al ferimento di centinaia di persone e che è stata preceduta da una chiara minaccia formulata dal nuovo inviato degli Stati Uniti in Medio Oriente, Steve Witkoff...

di Marie Nassif Debs

Non contento di aver sollecitato il massacro dei figli e delle figlie di Gaza, Witkoff ha fatto seguire la sua minaccia da un'altra contro il Libano e il suo popolo, invitando il presidente della repubblica e il primo ministro a "indirizzarsi verso negoziati politici diretti e faccia a faccia", aggiungendo che i sionisti rimarranno nelle cinque colline occupate e che gli stati arabi del Golfo si asterranno dal contribuire alla ricostruzione del sud "prima che il nuovo processo politico si cristallizzi".

Questi diktat, accompagnati dal divieto alla popolazione del sud di tornare nei propri villaggi situati al confine con la Palestina occupata, riportano alla mente la dichiarazione di Trump durante la sua campagna elettorale in un ristorante di Detroit. Quel giorno, molti, tra cui alcuni funzionari libanesi, hanno applaudito il "candidato" di Trump e hanno invitato i libanesi-americani a dargli il loro voto, poiché aveva promesso che era giunto il momento per i libanesi di vivere in pace “con i loro vicini”…

Ed ecco che sta mantenendo la promessa fatta, che noi siamo stati gli unici a interpretare come un invito chiaro ed esplicito a “normalizzare” i rapporti con il nemico: ed è ciò che Steve Witkoff ci dice oggi a nome di Donald Trump.

Ci dice questo: o vi unite al coro dei regimi normalizzatori e accettate i piani dell'amministrazione statunitense, a partire dal ripristino del fatidico accordo del 17 maggio e poi accettando di concedere i 13 punti che i sionisti aspirano a incassare, o le conseguenze saranno disastrose per voi...

Purtroppo, la dichiarazione dell'inviato statunitense è passata "inosservata" e non ha ricevuto alcuna reazione ufficiale... Anche i media, con poche eccezioni, hanno per lo più omesso di evidenziare o richiamare l'attenzione su questo evento.

Pertanto, invitiamo le istituzioni interessate alla nostra sorte ad assumere una posizione chiara ed esplicita... Soprattutto perché il nuovo inviato degli Stati Uniti ha collegato le sue indicazioni relative ai rapporti con l'entità occupata con il riferimento alla demarcazione dei confini libanesi con la Siria e Cipro e ci ha chiesto di "leggere bene le variabili prima di passare a un altro argomento".

Diciamo NO al ritorno agli accordi del 17 maggio! Nessuna normalizzazione col sionismo!

Beirut, 19 marzo 2025

10/03/25

WIDF 80° anniversario / Viva la solidarietà e la sorellanza internazionalista!

 Il 2025 è per il movimento delle donne un anno denso di significativi anniversari. Per milioni di donne nel mondo, che lottano per difendere i diritti duramente conquistati, ora purtroppo sotto attacchi concentrici, queste celebrazioni e commemorazioni offrono l’opportunità di esplorare la nostra storia collettiva, rifletterci e trovare da essa ispirazione. Ma più di questo, aiutano a illuminare nuove generazioni di donne e giovani lavoratrici sui compiti che ci attendono nella costruzione di un futuro di pace nel quale prevalgano giustizia e uguaglianza, libere da oppressione, sfruttamento e violenza. In questo articolo la National Assembly of Women getta uno sguardo sulla storia della WIDF nel suo 80° anniversario e su alcune delle iniziative da essa promosse che raggiungeranno il traguardo della cifra tonda nei prossimi mesi.

Foto SISTERS spring 2025

di Liz Payne, presidente della National Assembly of Women, UK *

La WIDF, a cui la National Assembly of Women (NAW) è affiliata, fu fondata in un congresso a Parigi alla fine del 1945. L’impulso alla sua fondazione venne da vari movimenti internazionalisti di donne antifasciste, egualitarie e pacifiste cresciuti tra gli anni 30 e la seconda guerra mondiale. Questi comprendevano l’Unione delle Donne Francesi (UFF), in seguito di venuta Femmes Solidaires, che ospitò il congresso di Parigi. In tutto vi parteciparono 850 delegate da 181 organizzazioni di donne provenienti da 41 paesi. Rappresentavano milioni di donne da tutto il mondo. La rinomata pacifista e femminista francese Gabrielle Duchene vi partecipò in rappresentanza della Women’s International League for Peace and Freedom (WILPF). C’erano anche dalla Gran Bretagna alcune delegate della sezione nazionale dell’International Women’s Day Committee (IWDC), costituita nel 1942 ed essa stessa parte di un coordinamento internazionale.

Fra i principi fondanti della WIDF c’era la lotta contro il fascismo e per la pace, senza la quale non ci può essere l’uguaglianza, per i diritti economici, politici e sociali delle donne ovunque e per tutto ciò che è necessario per la salute e il benessere dei bambini, comprese l’istruzione e l’eliminazione della povertà. Questi divennero, e restano tuttora, gli obiettivi chiave della NAW, fondata a Londra nella Giornata Internazionale delle Donne del 1952.

La WIDF ha collaborato strettamente con il World Peace Council (WPC), costituito nel 1949 per opporsi alla NATO, l’alleanza militare guerrafondaia che persegue gli interessi collettivi delle potenze più reazionarie sulla terra. Nel maggio 1951 la WIDF compì un intervento importante nella guerra di Corea. Inviò in Corea una Commissione Internazionale Investigativa composta da attiviste dell’Africa, America, Asia ed Europa, compresa la britannica Monica Felton, per indagare sulla condotta della guerra sul campo. Il successivo report della Commissione intitolato Noi accusiamo! rivelò al mondo una serie di atrocità americane, compreso il sospetto ricorso alla guerra batteriologica.

Durante la guerra del Vietnam, la WIDF e le sue organizzazioni affiliate collaborarono strettamente con le organizzazioni sorelle in Vietnam e organizzarono proteste e azioni di solidarietà ovunque. Una di queste, in cui la NAW fu strettamente coinvolta, fu la costruzione dell’Ospedale dell’Amicizia per madri e bambini ad Hanoi, che entrò in funzione nel 1979.

La prima presidente della WIDF fu Eugénie Cotton, scienziata francese e partigiana antifascista, che inseguito divenne anche vicepresidente del WPC, mantenendo le due posizioni fino alla fine della sua vita nel 1967. Dolores Ibarruri, nota anche come la Pasionaria, eminente leader politica repubblicana durante la guerra civile spagnola del 1936-1939, fondatrice dell’organizzazione di donne antifasciste e per la pace Mujeres Antifascistas, fu fra le fondatrici della WIDF e ne divenne vicepresidente onoraria.

La WIDF collaborò fin dall’inizio con altre organizzazioni internazionali di massa come la World Federation of Democratic Youth (WFDY), in campagne per la tutela dei bambini, e la World Federation of Trade Unions (WFTU) per i diritti lavorativi delle donne. Molte iniziative innovative per le donne e i bambini negli anni sono state guidate dalla WIDF. Per citarne alcune, la designazione del 1° giugno come Giornata Internazionale del Bambino, segnata come tale per la prima volta nel 1950, e l’organizzazione nel 1952 della Conferenza in difesa dei bambini e nel 1955 il congresso mondiale delle madri a Losanna.

La WIDF affrontò l’enorme questione dell’impatto dell’”impero” sulle donne che vivevano nei territori coloniali e fu dietro il Seminario sulla Madre e il Bambino in Africa tenuto 60 anni fa nell’agosto 1965 in Mali. Da quel momento la WIDF divenne una grande forza da non sottovalutare. Le sue organizzazioni comprendevano oltre 200 milioni di donne in tutto il mondo.

Fu su proposta della WIDF alla Commissione per lo Status delle Donne (CSW) delle Nazioni Unite che cinquant’anni fa l’ONU dichiarò il 1975 Anno Internazionale delle Donne e proclamò i successivi dieci anni Decennio delle Nazioni Unite per le donne al fine di promuovere nel mondo il discorso sull’avanzamento della parità femminile. La prima Conferenza Mondiale per le Donne a Città del Messico nel giugno 1975 è passata come “il più grande evento di presa di coscienza nella storia”.

In tutto, quattro conferenze mondiali furono convocate dalle NU nell’ultimo quarto del ventesimo secolo. La quarta conferenza, alla quale la NAW prese parte, si tenne a Pechino nel 1995. La Dichiarazione di Pechino sul raggiungimento della parità di diritti per le donne, che quest’anno compie 30 anni, fu il risultato più famoso di quell’evento.

Come affiliata alla WIDF, la NAW continua a partecipare alle attività del Comitato direttivo mondiale e del Coordinamento regionale europeo. Uno dei più validi contributi che l’essere affiliata alla WIDF reca alla NAW è la costante interazione con le sorelle delle organizzazioni affiliate, che ci aiuta ad acquisire una comprensione delle esperienze e delle lotte delle donne in tutto il mondo, soprattutto attraverso le riunioni e le dichiarazioni prodotte.

La NAW è stata una delle organizzazioni partecipanti nel luglio 2024 a un workshop online su Donne e Guerra che ha realizzato un ampio ascolto e un insieme unico di contributi. Attraverso la WIDF abbiamo potuto accedere a testimonianze di prima mano e report sulle coraggiose lotte contemporanee delle donne in ogni parte del mondo, comprese le zone di guerra del Medio Oriente e dell’Africa. L’ultima dichiarazione del Movimento delle Donne Democratiche in Israele è pubblicato su queste stesse pagine.

Nell’80° anniversario della WIDF abbiamo molto da celebrare e molto da emulare guardando avanti. La NAW è orgogliosa di far parte di questa organizzazione autenticamente internazionalista!

Solidarietà alla WIDF e alla sua sorellanza mondiale!

*L’articolo è pubblicato in SISTER  rivista trimestrale della NAW, n.1/2025, Coventry (UK). 



09/03/25

8 marzo a Beirut / Unire le forze contro la violenza e le molestie, per l'uguaglianza di genere e i diritti delle donne

 


In occasione dell'8 marzo, Giornata internazionale della donna, su invito dell'Associazione Equality-Warda Boutros (MWB) si è tenuto a Beirut un incontro presso il centro FENASOL, che ha coinvolto un folto gruppo di rappresentanti di associazioni e sindacati libanesi e palestinesi.

 Partendo dalla lettura della situazione libanese in generale, la discussione si è concentrata in particolare sull'aggressione sionista e sulle sue ripercussioni sulle condizioni delle donne, a partire dallo sfollamento e dai suoi effetti, soprattutto nelle aree rurali, fino alla crisi economica e alla violenza nei luoghi di lavoro.

 È emersa la priorità di muoversi nei confronti del governo libanese perché firmi la Convenzione OIL 190, che chiede l'eliminazione di tutte le forme di violenza e molestie, in particolare la violenza di genere.

È stata anche ribadita l'importanza della lotta per emendare la legge sulla nazionalità emanata nel 1925, in modo da stabilire il diritto delle donne libanesi a trasmettere la propria nazionalità ai propri figli, e la legge per proteggere le donne dalla violenza domestica e dal femminicidio.

Un piano d'azione annuale per promuovere tali proposte è stato concordato fra le organizzazioni partecipanti.

Beirut, 9 marzo 2025


08/03/25

Libano / 8 marzo 2025

 Nella Giornata Internazionale delle Donne, insieme lottiamo per una nuova società umana, dove regni l’uguaglianza a scapito della discriminazione, della violenza, dell’aggressione e dello sfruttamento.


Equality-Warda Boutros Association
Beirut, 8 marzo 2025

07/03/25

8 marzo 2025 / Donne contro il riarmo

 Saremo in piazza contro la guerra e il riarmo, sì, ma l’otto marzo! In risposta a una chiamata, venuta da una tribuna mediatica improvvisata, a manifestare il 15 marzo prossimo a Roma in nome di un ambiguo e ingiustificato “orgoglio europeo”,  una dichiarazione pubblica è stata lanciata da un gruppo di donne per motivare il NO deciso al piano di riarmo europeo.


Il 15 marzo c'è chi ci chiama in piazza per manifestare “l’orgoglio europeo”. 

Orgogliose di cosa? Siamo, invece, stanche di guerra: di quelle neocoloniali lontane, in Africa, e di quella più vicina in Ucraina; siamo indignate per la violenza genocida di Israele sul popolo palestinese e per le complicità del governo italiano, della UE e degli USA, che opera attraverso l'invio di armi ad Israele o un silenzioso immobilismo; siamo arrabbiate per la retorica guerresca e la militarizzazione delle coscienze in atto. 

Vogliamo denunciare invece la fortezza Europa responsabile della strage di migranti nei Mediterraneo. Ci scandalizzano gli 800 miliardi che l'imperturbabile Presidente della Commissione Europea ha destinato al piano detto ReArmEurope. Per continuare la guerra in Ucraina e per difendere la UE da non si sa quale incombente minaccia? Soldi che verranno sottratti alla sanità, alla scuola, ai servizi sociali che già le politiche austere fondate sul debito hanno duramente colpito? 

Noi non saremo in quella piazza. Non si scherza con la guerra. Non si prende in giro la pace.

 Prime firmatarie: Paula Beatriz Amadio, Giuliana Beltrame, Carla Coletti, Ada Donno, Chiara Giunti, Paola Guazzo, Nora Hydez, Alessandra Mecozzi, Sabina Petrucci, Barbara Pettine, Barbara Piccininni, Nicoletta Pirotta, Carla Quaglino, Rosa Rinaldi, Gabriella Rossetti, Patrizia Sentinelli, Gianna Tangolo,…

Per adesioni: femmsdc@gmail.com


12/02/25

Ucraina / Trump alla ricerca di una soluzione che non trova

Cos’altro ci vuole perché lo “Stato profondo” americano riconosca la nuova realtà e concluda che ha cessato di essere un unico polo di potere perché il mondo è diventato multipolare? 


di Endre Simó, presidente della Comunità Ungherese per la Pace

 Pur non rinunciando al desiderio di sconfiggere strategicamente la Russia, la nuova amministrazione americana ha avviato un’indagine diplomatica con Mosca. Vorrebbe porre fine al conflitto in Ucraina perché costa troppo e ostacola l'avvento dell'età dell'oro promessa al suo popolo. Ma l’appetito del mondo finanziario è troppo grande per abbandonare il sogno di smembrare la Russia, poiché vorrebbe preservare con ciò il dominio mondiale per molti altri secoli.

In America, due mondi si combattono per il futuro. L'uno vuole spazzare via tutto e tutti, l'altro, seppure con riluttanza, è propenso a riconoscere la trasformazione del mondo e sente che si avvicina il giorno in cui sarà necessario mettersi d'accordo. Tra i due, Donald, cercando di essere allo stesso tempo retrogrado e pioniere, ha sposato il fuoco con l'acqua. Cammina sul ghiaccio sottile, sapendo cosa c'è in gioco da quando gli hanno sparato all'orecchio. Non è facile convincere una élite abituata al dominio del mondo a cedere. Tanto più che lui stesso appartiene ad essa.

Nello spirito del business as usual, Trump vede l’Ucraina come un oggetto da spartire. Tracciamo una linea, da lì è tuo, da qui è nostro, dice. Ha anche suggerito ciò che dovrebbe appartenere ai russi, dato che è stato loro fino al ‘91. E mentre dice di essere pronto a fare un "grande favore" ai russi, sta facendo affari con Zelenskyj, promettendo più sostegno militare in cambio di terre rare. 

Si professa messaggero di pace, ma allo stesso tempo vuole dare più slancio che mai all'industria militare, adora il progetto americano della "cupola di ferro", annetterebbe il Messico, il Canada, la Groenlandia, il Canale di Panama, comprerebbe Gaza, sottoscriverebbe contratti di "affitto" con i palestinesi, sfratterebbe coloro che si rifiutassero di servire i ricchi della progettata Riviera di lusso. Dov'è la pace, la democrazia, il diritto internazionale, il rispetto dei diritti umani, chi ha a cuore qui la sovranità dei popoli? Potremmo chiedercelo se non conoscessimo il carattere del capitale finanziario.

L’ex sostenitore del libero scambio è passato a un’economia autarchica. Impone dazi anche ai propri alleati, e ancora di più agli altri! Il nuovo presidente americano vuole placare i litigi dei suoi padroni sul piano economico, ma deve affrontare ovunque una comprensibile opposizione.

L’espansione del capitale americano nel mondo è così limitata che non può essere attuata senza mezzi militari. Ma anche chi è interessato alla produzione di armi non vuole scomparire in un mondo in fiamme. Accresce il senso di insicurezza il fatto che la Russia possieda iper-armamenti che l’altra sponda dell’oceano non ha.

Il buon senso imporrebbe di raggiungere un compromesso con la Russia, ma il capitale non cresce con il buon senso. Se solo non fosse a rischio anche quello che ha accumulato finora. Tuttavia, con la trasformazione del mondo, inclusa la prevista perdita dell’Ucraina, c’è proprio il pericolo che le sue risorse diminuiscano.

Ma come si può fermare questo processo, si chiede lo Stato profondo. Lasciando da parte la guerra mondiale, ci resta la possibilità di guerre regionali e locali, guerre commerciali, compreso il dollaro come arma.

La logica imperiale non può accettare la consapevolezza che la maggioranza dell’umanità non pensa in termini di imperialismo, non progetta il proprio futuro ridistribuendo il mondo, ma cerca una cooperazione pacifica nello spirito del “vivere su un unico pianeta”.

Trump lo percepisce, ma non riesce a liberarsi dell’abitudine. Continua a sostenere la logica imperialista americana, ed è proprio qui che risiede la sua debolezza: invece della sicurezza reciproca, vuole spartirsi l’Ucraina. Sa che se alzasse la barriera per garantire la parità di sicurezza, suonerebbe l’allarme sul dominio americano del mondo. Come si può governare il mondo riconoscendo la sicurezza degli altri? Intraprendere la via del compromesso, è come ammettere di non poter più seguire la via della logica imperiale. Ma la Cabala gli permetterebbe di percorrerla o sarebbe condannato al destino di Kennedy? O preferirebbero provare qualcos'altro? Ad esempio, inviare truppe in Ucraina, imporre ulteriori sanzioni o fomentare rivoluzioni colorate in Russia, nelle ex repubbliche sovietiche e persino nell’ondeggiante fianco orientale della NATO? O tutti insieme?

Cosa può fare la leadership russa in questa situazione? Aspettare senza scendere a compromessi sui suoi obiettivi in Ucraina: denazificazione, smilitarizzazione, rendere l'Ucraina neutrale. Con una pazienza basata sulla forza si può promuovere la maturazione e il riconoscimento della necessaria riconciliazione. A patto che l'altra parte non usi la violenza per superare le proprie contraddizioni interne e non metta tutto su un unico cavallo, mettendo a rischio l'esistenza fisica di tutti noi.

Per quanto ottimisti si possa essere, purtroppo è necessario tenere conto che la situazione potrebbe peggiorare. La battaglia tra gli attuali detentori del potere americano non è ancora stata decisa. Fare in modo di scongiurare l’irreparabile, possiamo piuttosto aspettarcelo dall’Oriente.

Da parte russa, già nel dicembre 2021 hanno chiarito che, per quanto importante sia l’Ucraina, la storia non riguarda solo l’Ucraina, ma anche la costruzione di un ordine mondiale completamente nuovo per la sicurezza e la cooperazione. Da anni esiste un pensiero comune sul sistema di sicurezza e cooperazione eurasiatico. È vero, non con l’Occidente, ma con coloro che non sono più disposti a unirsi in blocchi, a subordinarsi a un centro, a ridursi alla periferia e a diventare succubi di altri, e vogliono invece svilupparsi liberamente. Partendo dai loro interessi nazionali, cercano la cooperazione con gli altri.

Cos’altro ci vorrà perché lo “Stato profondo” riconosca la nuova realtà e concluda che ha cessato di essere un unico polo di potere perché il mondo è diventato multipolare?

06/02/25

SIGNOR PRESIDENTE, GAZA NON È UNA "COSA"

 La lunga storia degli sfollamenti forzati. I Palestinesi hanno imparato che i cosiddetti “ordini di evacuazione” sono parte di una ben nota strategia di deportazione e che non si tratta solo di sfuggire ai bombardamenti, ma di resistere all'eliminazione. Perché c'è una differenza fondamentale tra appartenere a una terra e occuparla.

Gaza - Bambina in fuga dai bombardamenti - FTPhotography

Di Malak Hijazi / L'Intifada Elettronica *

 Sembra che né Israele né gli Stati Uniti siano disposti a lasciarci vivere in pace a Gaza. Anche dopo l'annuncio di un fragile cessate il fuoco nella guerra genocida perpetrata dall'occupazione coloniale israeliana – sostenuta degli Stati Uniti e negoziata con garanzie egiziane e qatariote – il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto un'altra dichiarazione profondamente controversa. Ha proposto di "ripulire tutto questo", suggerendo il trasferimento di "un milione e mezzo" di palestinesi nei paesi vicini come la Giordania e l'Egitto, presentandolo come una presunta soluzione umanitaria.

Ho letto due volte le sue parole, cercando di afferrare tutto il peso di ciò che intendeva per "cosa". Era inequivocabile: si riferiva a Gaza, una terra che ospita più di due milioni di persone che hanno sopportato decenni di assedi, bombardamenti e sfollamenti forzati. Per Trump, Gaza non è un luogo di vita, storia e resistenza, ma un ostacolo da rimuovere, il suo popolo ridotto a un problema che il bambino viziato preferito d'America deve "risolvere".

Descrivendo una conversazione telefonica con il re di Giordania Abdullah II, Trump ha definito Gaza "un vero disastro" e ha detto di aver esortato il re Abdullah ad accogliere più palestinesi. Ha suggerito che il nuovo accordo potrebbe essere temporaneo o a lungo termine per gli sfollati, dicendo che consentirebbe loro di "vivere in pace per un cambiamento".

«Vorrei che l'Egitto accogliesse le persone e vorrei che la Giordania accogliesse le persone», ha detto. Tuttavia, sia l'Egitto che la Giordania hanno respinto la proposta di trasferire i palestinesi da Gaza.

Non è una novità. Trump non vede Gaza come una patria, ma come un problema immobiliare che deve essere risolto. Di recente l'ha definita una "location fenomenale", ma allo stesso tempo l'ha paragonata a un "enorme cantiere di demolizione". Le sue parole fanno eco a quelle di suo genero, Jared Kushner, che l'anno scorso ha parlato delle "preziose" proprietà costiere di Gaza come di un terreno privilegiato per la riqualificazione, una volta che la sua popolazione sia stata convenientemente spazzata via.

 Sfida e disperazione

A Gaza, la proposta di Trump è stata accolta con sfida e profonda preoccupazione. Alcuni l'hanno respinta categoricamente, rifiutandosi di prendere sul serio le sue parole, soprattutto dopo che l'esercito israeliano si è ritirato dalla maggior parte delle aree del territorio costiero, permettendo ai residenti di tornare nei loro quartieri devastati nel nord di Gaza. Il sentimento generale espresso a Gaza era che se non se ne erano andati durante i bombardamenti, quando la pressione per lasciare le case era al suo apice, perché avrebbero dovuto farlo ora, dopo che le uccisioni erano cessate?