08/11/20

Palestina / Solidarietà del MDM (Portogallo) a Khitam Al-Saafin

 Con le donne palestinesi e il loro popolo in lotta per la vita e l'indipendenza nazionale

Il 29 novembre, giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese, leviamo un grido a una sola voce: ora più che mai, la pace in Medio Oriente e nel mondo esige la giusta soluzione della Questione palestinese.



Il Consiglio Nazionale del Movimento Democrático de Mulheres(MDM) esprime preoccupazione per le continue detenzioni arbitrarie “amministrative” di Palestinesi - uomini, donne e ragazzi – da parte delle forze di occupazione israeliane. Ci preoccupano le condizioni a cui sono soggetti nelle carceri israeliane e le intimidazioni permanenti nelle diverse aree della Cisgiordania, che hanno l’obiettivo evidente di piegare e punire gli attivisti che lottano in difesa del popolo palestinese e della sua indipendenza e legittimità internazionale riconosciuta dalle Nazioni Unite.

Esprimiamo la solidarietà dell’MDM a Khitam Al-Saafin, della segreteria dell’Unione Generale delle Donne Palestinesi, incarcerata illegalmente lo scorso 2 novembre, e a tutte le attiviste palestinesi che lottano per i loro diritti e quelli del loro popolo minacciato e con le vite distrutte per mano del regime sionista israeliano.

Esigiamo il rilascio immediato di Khitam e dei ragazzi palestinesi arrestati, la liberazione di tutti i prigionieri politici. Dichiariamo la nostra solidarietà totale con la giusta lotta delle donne e del popolo palestinesi, moltiplichiamo i nostri sforzi per una Palestina libera e indipendente, per la Pace nella regione.

Il 29 novembre, giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese, leviamo come donne portoghesi e donne del mondo intero un grido a una sola voce: è tempo di realizzare la pace in Palestina, di esigere la creazione dello stato di Palestina con capitale Gerusalemme, il ritorno dei profughi, la liberazione dei prigionieri, la consacrazione del diritto alla terra. Ora più che mai, la pace in Medio Oriente e nel mondo esige la giusta soluzione della questione palestinese.

Lisbona, 7 novembre 2020

Movimento Democratico delle Donne (MDM)

Ingl.

The National Council of the Democratic Women's Movement (MDM - Portugal) expresses concern about the continued arbitrary “administrative” arrests of Palestinians, men, women and children by Israeli forces. It is concerned about the conditions to which they are subjected in Israeli prisons and the continuing intimidation in different areas of the West Bank with the clear aim of intimidating and punishing activists in defense of the Palestinian people and their independence and international legitimacy declared by the United Nations.

We express MDM's solidarity with Khitam Al-Saafin, member of the of the General Secretariat of the General Union of Palestinian Women, illegally jailed on the 2nd of November and to all Palestinian women activists fighting for the rights of women and people who are threatened and their lives destroyed by the hand of Israel's fascist and Zionist regime.

We demand the immediate release of Khitam, as well as of all the children, youth and all political prisoners in Palestine.

We reinforce our total solidarity with the just struggle of women and the Palestinian people for a free and independent Palestine and we will multiply our efforts for Peace in Palestine.

On the 29th of November, International Day of Solidarity with the Palestinian People, we call on Portuguese women and women of the world, a cry with one voice. It is time to fulfil and enforce Peace in Palestine. We demand the creation of the State of Palestine with its capital in Jerusalem, the return of refugees, the release of prisoners, the consecration of the right to land. More than ever, peace in the Middle East - and in the world - demands a solution to the Palestinian problem.

Lisbon, 7th of November 2020


12/10/20

Roma / Donne e Next Generation Europe

 Le donne all’assemblea

«Non ci stiamo ad essere confinate in un capitoletto della programmazione europea post COVID, vogliamo essere soggetto che decide. Perciò dichiariamo aperto il conflitto con Next Generation Europe»


Due giornate intense di riflessione e proposte d’azione, quelle dell’Assemblea della magnolia svoltasi, in presenza e on line, nella Casa internazionale delle donne a Roma il 10-11 ottobre 2020. In un documento conclusivo le parole essenziali delle donne per articolare un discorso sul futuro. 

La registrazione integrale dell’assemblea è disponibile sulla pagina facebook della Casa internazionale delle donne di Roma https://www.facebook.com/casaintdelledonneroma/

È stata la seconda convocazione - dopo quella dello scorso 8 luglio con l’invito rivolto alle donne a “stare dalla stessa parte” - allargata ai luoghi delle donne diffusi sul territorio nazionale e mirata espressamente all’esame e ad un giudizio unitario sul Next Generation Europe, il documento che detta le linee guida delle politiche europee per il futuro prossimo e quello più in là. Con uno sguardo più attento, questa volta, all’obiettivo di avviare la necessaria costruzione di una rete nazionale (ma anche europea, come è stato auspicato) delle case delle donne e dei luoghi dove si elaborano il pensiero e le pratiche politiche femministe: che sono tanti, diffusi, ciascuno con la propria storia e le proprie esperienze.

Percorso non scontato e sentito come necessario per superare una frammentarietà da molte percepita come debolezza del movimento delle donne e, tuttavia, difficile a farsi (un primo tentativo avviato dalla stessa Casa internazionale di Roma nel 2009 - non a caso, a rifletterci, in coincidenza con la grande crisi economica – gettò un seme ma fu messo da parte in attesa di tempi migliori). Ora l’urgenza di far sentire una forte parola di donna sulle politiche europee e nazionali post COVID torna a sollecitare il confronto e la ricerca di risposte unitarie.

Va detto subito che alla prima domanda che l’assemblea si è posta - dove va a parare nella sua visione d’insieme il Next Generation Europe? – la risposta è stata, pur se variamente modulata nel dibattito partecipato e appassionato come non se ne vedevano da un po’, fortemente critica. Perché nel documento europeo, al di là delle enunciazioni verbali, manca una sostanziale visione di cambiamento radicale –  politico, economico, sociale e culturale -  che questa emergenza, che stringe alla gola l’Europa e il mondo, rende ineludibile. Manca quello “sguardo di genere” che da almeno 25 anni - dalla Conferenza mondiale di Pechino – viene annunciato ma puntualmente eluso dai documenti ufficiali delle istituzioni governative (o meglio, come ha osservato qualcuna, lo sguardo di genere c’è ed è ancora quello del “patriarcato benevolo” che insopportabilmente relega le donne in un capitoletto dei documenti, fra le “categorie sociali svantaggiate”). Insomma, non ci sono risposte vere alle domande fondamentali delle donne.

Next Generation Europe annuncia enfaticamente le “transizioni” che l’Unione europea intende attuare - ecologica, digitale, di coesione sociale - ma tutto l’insieme della proposta va nella direzione di un mero ritorno alla “normalità” precedente all’emergenza, con qualche correzione, ritocco e aggiustamento per renderla più efficiente.

Senonché questo è precisamente ciò che le donne non s’aspettano e non vogliono, poiché - come dice lo slogan rimbalzato nel movimento femminista da un continente all’altro in questi mesi segnati dall’emergenza sanitaria - “la normalità preesistente era il problema”. Di crisi recessiva profonda si parlava da molto prima del Covid-19, le disuguaglianze sociali inaccettabili e le distorsioni insopportabili del sistema politico europeo preesistevano e avevano cause strutturali che la crisi sanitaria ha accentuato.

La pandemia – hanno sottolineato molti degli interventi - ha solo reso palesi le distorsioni e le ingiustizie profonde generate dall’economia di mercato e dal modo stesso di accumulazione capitalistica, scoprendone, con maggiore evidenza in questa fase di politiche neoliberiste imperanti, l’incompatibilità con la vita e con il vivente.

Next Generation Europe è tutto dentro la logica neoliberista invalsa da quarant’anni in qua.  Che si parli di capitalismo industriale, o finanziario, o “di sorveglianza”, le contraddizioni che genera con la qualità della vita e il futuro degli esseri viventi su questo pianeta sono strutturali. E di pianeta non ne abbiamo un altro dove vivere, è stato ricordato.

L’assemblea delle donne non ci sta: occorre imparare la lezione e imprimere un cambiamento radicale di paradigma – questa parola è rimbalzata ripetutamente nei numerosi e competenti interventi susseguitisi nelle due giornate dei lavori – dentro il quale sia possibile declinare i diritti sociali e i bisogni delle donne e dell’umanità. Nella visione femminista, cambiare paradigma significa capovolgere la gerarchia di valori del sistema capitalistico-patriarcale - parossisticamente esasperata dal neoliberismo – per andare a toccare il cuore della contraddizione tra produzione e riproduzione sociale, mettendo quest’ultima al centro.

“Scegliere la cura come paradigma politico” è la parola d’ordine lanciata dall’assemblea: significa capovolgere l’ordine economico che relega ai margini la riproduzione sociale segregandovi le donne, e fare invece della cura la leva per un cambiamento strutturale globale.

Quella delle donne è una visione d’insieme - sociale, economica, culturale e simbolica - irriducibile a quella che sostiene invece il piano europeo. Scegliere la cura come paradigma politico significa avere parola non solo sulle priorità nella destinazione delle risorse – la distribuzione - ma anche capacità di decidere che cosa, come e per chi produrre, sottraendo la decisione alla violenza del mercato.

Centralità della riproduzione sociale ed economia della cura significano rispondere a una domanda di uguaglianza e giustizia sociale che c’è nel mondo e non può essere elusa. E le risposte vanno cercate  in un welfare universalistico pubblico, un piano di investimenti pubblici in ogni settore, a cominciare da sanità e istruzione, liberando i servizi sociali dalla privatizzazione selvaggia degli ultimi decenni; la sicurezza di un reddito decente per tutte le donne, native e migranti; l’uguale retribuzione per uguale lavoro; la riduzione dell’orario lavorativo e una migliore qualità del lavoro; innovazione tecnologica che non si traduca in forme di telelavoro che somigliano tanto al vecchio super-sfruttato lavoro a domicilio; la sicurezza di una vita dignitosa che non costringa  le donne a scegliere tra violenza domestica e la violenza sui luoghi di lavoro. Queste e molte altre sono le proposte alternative venute dall’assemblea, il cui esito annunciato sarà la stesura di un documento che condensi i temi e gli obiettivi, su cui costruire  la mobilitazione dei luoghi delle donne, attorno ad alcuni punti essenziali:

1.      Le donne contano nella società, ma non decidono. Perché? Sentiamo l’urgenza di unire in rete le donne, a livello nazionale ed europeo, per costruire un grande movimento unitario che sostenga il nostro desiderio di cambiamento.

2.      L’emergenza sanitaria e socio-economica di oggi, nella sua drammaticità, ci offre una occasione irripetibile per tale cambiamento. Ogni crisi, se si sa coglierne l’insegnamento, è potenzialmente fautrice di trasformazioni positive che sciolgano le contraddizioni insostenibili dello stato di cose presente.

3.      La pandemia ha messo in evidenza le contraddizioni preesistenti e svelato le incompatibilità tra il modello di società capitalistico-patriarcale vigente e le prospettive di vita futura sul pianeta.

4.      La crisi economica profonda, preesistente all’emergenza sanitaria ma aggravata da essa, denuncia il fallimento delle politiche liberiste. La drammaticità della situazione richiede un cambiamento radicale di paradigma economico, sociale, culturale e simbolico. Le donne indicano la centralità della cura come paradigma politico  dentro il quale declinare il passaggio dalla civiltà del sopruso a quella dell’uguaglianza e della giustizia, indispensabile per quella salute del pianeta che le nuove generazioni invocano per il futuro.

Ada Donno

12/09/20

Widf/Fdim Europa / Per i nostri diritti e per il nostro futuro

Dichiarazione dell’Ufficio regionale europeo della Federazione Democratica Internazionaledelle donne (Widf/Fdim)


“Oggi è evidente che la nostra lotta di lunga data per servizi sociali e di cura pubblici e gratuiti è davvero una lotta per la vita. Ma è anche evidente che godere di ciò che è essenziale per la nostra salute è incompatibile con le regole del mercato e la ricerca del massimo profitto.  Perciò dichiariamo che la medicina più efficace contro la pandemia è la lotta per i nostri diritti.”

L'Ufficio europeo della Widf/Fdim esprime la sua solidarietà alle donne d'Europa e a tutte le organizzazioni affiliate nella regione e nel mondo, i cui popoli stanno affrontando gli effetti della pandemia COVID-19. A tutti coloro che sono stati malati, inviamo i nostri pensieri e calorosi auguri per una pronta guarigione.

1.      Crisi sanitaria e responsabilità dei governi

Ogni giorno, in tutto il mondo, migliaia di persone perdono la vita e altre migliaia sono esposte al rischio di innumerevoli effetti sulla loro salute, perché le politiche dei governi, comprese anche quelle degli stati più potenti, minano costantemente il diritto alla tutela della nostra salute a vantaggio dei mercati e dei profitti delle grandi imprese.

Gli effetti della pandemia illustrano tragicamente le profonde inadeguatezze dei sistemi sanitari in tutti i paesi capitalisti. Questi erano ben noti prima della comparsa del COVID-19: non sono emersi dal nulla. Sono il risultato di politiche antipopolari attuate da tutti i governi, sia liberali che socialdemocratici. Ciò che le persone stanno vivendo è il risultato della mercificazione della salute e della privatizzazione dei servizi sanitari e di cura, a favore di sempre maggiori profitti per le grandi imprese.

Tali politiche minano la capacità del grande potenziale scientifico e tecnologico oggi disponibile, di soddisfare pienamente ogni esigenza delle persone - sia di prevenzione delle malattie che di cura di chi si ammala.

Sosteniamo la lotta di medici, infermieri e tutti gli operatori ospedalieri – donne e uomini - che stanno lavorando duramente nonostante la carenza di strumenti e dispositivi, correndo un grande rischio per la loro salute e la loro vita, insieme a tanti altri che hanno mantenuto in funzione i servizi essenziali durante questi tempi difficili.

L'ufficio regionale europeo della Widf/Fdim rivolge un saluto speciale alle donne di tutto il mondo che lavorano instancabilmente per proteggere le persone più vulnerabili e salvare vite, anche con risorse scarse o inesistenti, mettendo così a rischio la loro sicurezza personale.

Durante i periodi di quarantena, le organizzazioni europee della Widf/Fdim hanno continuato la loro lotta e non hanno smesso di sollecitare:

• Finanziamenti statali per rafforzare i sistemi sanitari pubblici,

• Assunzione di personale medico e infermieristico a tempo pieno, con pieni diritti lavorativi.

• Fornitura di tutto il necessario per il funzionamento delle Unità di Terapia Intensiva

• Sviluppo dell'infrastruttura necessaria per il funzionamento globale dei servizi sanitari e di ricerca pubblici.

Oggi è evidente che la nostra lotta di lunga data per l'assistenza sanitaria pubblica gratuita è davvero una lotta per la vita. Fornire ciò che è essenziale per la salute delle persone è incompatibile con le regole del mercato e la ricerca di massimo profitto.

Questi problemi non sono nuovi. Ne evidenziammo molti già nel convegno che le nostre organizzazioni europee tennero a Bruxelles nel 2015. È una lotta che abbiamo combattuto in molti luoghi per un lungo periodo.

2.      Crisi sanitaria e tensioni internazionali

Abbiamo accolto con favore l'esempio di paesi come CUBA, che hanno mostrato in ogni modo possibile la loro solidarietà ai paesi colpiti, mentre abbiamo denunciato l'UE, la cui politica condanna i nostri popoli a vivere carenti dell'assistenza sanitaria pubblica gratuita su cui confidano.

Denunciamo la NATO che, nel profondo di questa crisi, esige da tutti gli Stati membri che raggiungano l'obiettivo del 2% del PIL sugli armamenti e sulla spesa per la "difesa". Ci opponiamo, chiediamo che i governi europei riducano i loro bilanci di guerra per provvedere ai bisogni civili e ai servizi sociali.

L'epidemia di COVID-19 è stata la scintilla che ha dato fuoco alla crisi economica globale, ormai avanzata, intensificando gli antagonismi imperialisti, mentre i popoli gemono sotto il peso che sono costretti a sopportare. Mentre essi piangono i loro morti, i loro governi sono impegnati a pianificare nuove guerre di conquista.

La strategia di controllo delle risorse e dei mercati, invece, non solo si è sottratta alla quarantena negli ultimi mesi, ma è addirittura in fase di rimodulazione per potersi avvantaggiare delle contraddizioni create dalla pandemia. Le maggiori potenze, in primis USA, NATO e UE, stanno adottando misure sempre più aggressive per promuovere gli interessi dei loro monopoli.

Sviluppi pericolosi e preoccupanti si stanno verificando nell'Egeo e nel Mediterraneo orientale. Questi sono causati da forze sociali, economiche e politiche che cercano di trascinare i popoli della regione in avventure sanguinose non per loro scelta. La lotta per il controllo delle risorse energetiche, delle rotte del petrolio e del gas e delle merci nella regione è nell'interesse delle classi dominanti della regione e non delle popolazioni. Il circolo vizioso della concorrenza minaccia la pace e la stabilità, mentre le classi popolari di Grecia, Cipro e Turchia non hanno nulla da guadagnare.

L’Ufficioregionale Europeo della Widf/Fdim pertanto:

• Si oppone in ogni caso al coinvolgimento in conflitti e guerre.

• Si oppone a tutte le violazioni dei confini e a qualsiasi violazione dei termini dei trattati internazionali.

• Afferma che le risorse della terra e del mare devono essere utilizzate per soddisfare i bisogni delle popolazioni.

• Chiede di porre fine alla corsa agli armamenti e al dispiegamento di armi nucleari.

 

3.      Ricaduta della crisi socio-sanitaria sulle donne

La durata delle misure di confinamento in Europa e nel mondo ha aumentato l'incidenza della violenza domestica contro le donne, sulla quale governi, organizzazioni transnazionali e grandi imprese multinazionali hanno continuato a versare lacrime di coccodrillo. Ma gli ipocriti non dicono nulla delle loro guerre e dei loro interventi armati in ogni angolo del globo, dei massacri indiscriminati che creano migliaia di rifugiati, in maggioranza donne e bambini.

Per contrastare la violenza sulle donne, sono necessarie politiche mirate e inasprimento delle sanzioni nei casi di violazione dei diritti fondamentali delle donne. Alle donne devono essere riservati finanziamenti statali adeguati perché possano usufruire di servizi sociali e infrastrutture operanti a tempo pieno, con personale specializzato e permanente - senza doversi rivolgere al settore privato – per l’assistenza a coloro che subiscono abusi, come centri di accoglienza, case rifugio, linee telefoniche dedicate e assistenza legale.

E soprattutto va intensificata la lotta per eliminare le radici sociali ed economiche della multiforme violenza contro le donne, in una società basata sullo sfruttamento e l'oppressione.

La risposta alla domanda: chi pagherà la crisi economica in Europa e nel mondo? È ancora una volta nei milioni di lavoratrici e lavoratori che perdono il posto di lavoro, subiscono riduzioni salariali e sono costretti a lavorare a tempo parziale e contratti temporanei a chiamata. Ciò non è a causa del COVID-19, ma perché il sistema capitalistico costringe le persone a coprire il costo delle sue crisi. E nel frattempo, i governi e la UE decidono di distribuire miliardi di euro di alle imprese private e ai monopoli, escogitando ulteriori oneri per i cittadini. I motivi reali delle accese discussioni tra i paesi dell'UE cui abbiamo assistito riguardano quali monopoli, quali settori e quali paesi faranno la parte del leone, e su chi scaricare il peso maggiore della crisi. Come pagheranno le popolazioni, attraverso aumenti delle tasse o ulteriori misure di austerità che riducano la spesa sociale, per l'istruzione, la salute e il welfare? O entrambe le cose?

È evidente che, in tutta Europa, le donne sono colpite in modo sproporzionato dagli effetti della pandemia, in quanto le più vulnerabili nella forza lavoro: perché sono colpiti maggiormente i settori dei servizi e dell'assistenza in cui la maggior parte dei dipendenti sono donne; perché sulle donne si scarica il maggior peso cura dei bambini e degli anziani; perché l'assenza di servizi pubblici pesa soprattutto su di esse, quando anche le scuole vengono chiuse e molte sono costrette a restare a casa; perché molte vengono indirizzate al part-time o perdono del tutto il lavoro, licenziate dai datori di lavoro che non ne hanno più bisogno, come le addette ai servizi domestici, spesso neanche protette dal sistema di sicurezza sociale.

In aggiunta, i governi incoraggiano i datori di lavoro ad aumentare lo sfruttamento delle donne, come accade con il telelavoro non regolamentato, orari di lavoro flessibili e diritti lavorativi ridotti. E – a completamento – adottano misure “di sicurezza” per reprimere e criminalizzare le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori che protestano.

Di fronte a tutto questo, le organizzazioni europee della Widf/Fdim dicono: non glielo permetteremo!

L'esperienza del COVID-19 ha accresciuto le difficoltà sociali ed economiche preesistenti di molte donne e ha reso evidente ai loro occhi che disuguaglianze, discriminazioni e violenza che esse subiscono sono inseparabili dalle disuguaglianze, l'oppressione e lo sfruttamento insiti nel modo di produzione e riproduzione capitalistico.

Non desisteremo finché ciascuna di noi non avrà un lavoro stabile con una retribuzione dignitosa e orari ragionevoli e l'accesso a servizi sanitari pubblici, l’istruzione e welfare gratuiti di buona qualità. Finché non raggiungeremo quel futuro giusto per noi e i nostri figli, che non può essere realizzato in una società che mette al centro il profitto delle imprese.

4.      Il domani deve trovarci forti e combattive

Chiediamo a tutte le donne e alle organizzazioni di donne di prendere il loro posto nella lotta collettiva in ciascuno dei nostri paesi e con la Widf/Fdim, partecipando attivamente all’azione per garantire i nostri diritti e il nostro futuro.

Il nostro messaggio è chiarissimo: i virus più letali sono lo sfruttamento e l'oppressione. La medicina più efficace è la lotta per i nostri diritti.

 

L’Ufficio Europeo della Federazione democraticaInternazionale delle Donne

9 settembre 2020


Testo ingl.

DECLARATION of WIDF EUROPEAN REGION                       

The WIDF Office expresses its solidarity with the women of Europe and all WIDF organizations in the region and the world, whose peoples are facing the effects of the COVID-19 pandemic. To all who have been ill, we send our thoughts and warm wishes for your recovery.

Each day, across the world, thousands of people are losing their lives, and thousands more are put at risk of innumerable effects on their health, because the policies of the governments, including those of even the most powerful states, constantly undercut our health protection needs to maintain markets and big business profits.

The perils of the pandemic tragically illustrate the profound inadequacies of health systems in all capitalist countries. These were well known before the appearance of COVID-19; they have not emerged out of nowhere. They are the result of anti-popular policies implemented by all the governments, either liberal or social-democratic. What people are experiencing is the result of the commercialization and privatization of health and care provision in the interests of ever greater profits for the huge corporations.  

This policy undermines the great scientific and technological potential that exists today, which is well able to meet in full people’s every need – both for prevention of illness and the curing of those who become sick.

We support the struggle of doctors, nurses and all hospital workers who are working hard despite lack of “tools” and at great risk to their health and their lives, together with many others who have kept essential services running during these difficult times.

The WIDF European Regional Office offers a special salutation to women everywhere who work tirelessly to protect the most vulnerable people and save lives, with scarce or no resources, thus putting their personal safety at risk.

Throughout the quarantine period, the WIDF European organizations continued their struggle, voicing their demands for:

·         State funding to strengthen public health systems,

·         Recruitment of full-time medical and nursing staff, with full labor rights.

·         Provision of everything necessary for the running of Intensive Care Units (ICUs) and

·         Development of the infrastructure necessary for the comprehensive functioning of public healthcare and research services.

Today, it is evident that our long-running struggle for free public healthcare is indeed a struggle for life. Provision of what is essential for the health of our families is incompatible with the rules of the market, and quest for ever greater profits.

These issues are not new. We highlighted many of them at the joint meeting of our organizations in Europe in Brussels back in 2015. It is a struggle we have fought in many places over a long period. We welcome the example of countries such as CUBA, which show their solidarity with affected countries in every possible way and denounce the EU, whose policy condemns our peoples to live without the free public healthcare on which they rely.

We denounce NATO, which, in the depths of this crisis, is requiring all member states to meet its 2% of GDP target on armaments and ‘defense’ spending. In contrast, we demand that European governments redeploy their war budgets to provide for civilian needs and social services.

The COVID-19 epidemic was the spark that ignited the global economic crisis, now well underway, intensifying imperialist antagonisms, while the people groan under the weight of the burden they are forced to bear. As they mourn their dead, their governments are busy planning new imperialist wars.

The strategy to control resources and markets has, by contrast, not only escaped quarantine in recent months, but is rather undergoing reshaping to benefit from the contradictions created by the pandemic.  Each imperialist power, first of all US, NATO and the EU, is taking steps to promote more aggressively the interests of its monopolies.

Dangerous and worrying developments are taking place in the Aegean and Eastern Mediterranean. These are caused by social, economic, and political forces which seek to draw the peoples of the region into bloody adventures not of their choosing. The fight to control the energy resources, oil and gas routes, and commodities of the region are in the interest of the region’s bourgeoisie and not its people. The vicious circle of competition threatens peace and stability, while the popular strata of Greece, Cyprus and Turkey gain nothing whatsoever.

The WIDF European Region therefore:

·         Opposes in any case of a hot incident and war involvement.

·         Opposes all border violations and any contravention of the terms of international treaties.

·         Asserts that the resources of the earth and sea must be used to meet the needs of the people.

·         Calls for a halt to the arms race and deployment of nuclear weapons.

 

The duration of lockdown measures in Europe and throughout the world has increased the incidence of domestic violence against women, about which governments, imperialist organizations, and large multinational corporations have constantly shed crocodile tears. But the hypocrites say nothing about their wars and interventions in every corner of the globe, as they wantonly massacre people and create thousands of refugees, the majority women and children.

To tackle violence against women, targeted policies are needed and increased penalties for cases of violation of women’s fundamental rights.   Women must be accorded adequate state funding for the provision of social services and infrastructure - operating full-time with specialist, permanent staff and without the involvement of the private sector - to support those who are abused. This should include, but not be limited to, crisis centers, refuges, dedicated telephone lines, and legal assistance.

But above all, the struggle to eliminate the social and economic roots of multi-faceted violence against women, in a society based on exploitation and oppression, must be intensified.

The economic crisis in Europe and across the world is, once again, witnessing the demand that the people must pay. That is why millions of workers are losing their jobs, suffering wage reductions, and being forced into part-time working and temporary, on-call contracts. This is not because of COVID-19 but because capitalists are forcing people to cover the cost of their crisis. And all the while, governments are distributing trillions of dollars to business corporations.  

The EU is giving billions of euros to its monopolies, while announcing new burdens for the people. In recent times, we have witnessed intense arguments between the EU countries over which monopolies, which sectors and, especially, which countries will get the lion’s share and onto which opponents to shift the greatest load. The people will pay either through tax increases or further austerity measures reducing social expenditure, education, health, and welfare – or both.

It is evident that throughout Europe, women are disproportionately affected as the most vulnerable in the workforce. Firstly, the pandemic has most affected the sectors of service and care in which the majority of employees are women. Secondly, women are disproportionately responsible for the care of children and older people. The absence of public services to support them, especially during the pandemic when even schools were closed, forced many women to stay at home. As a result, many lost their jobs or were channeled into part-time work. At the same time, women from the popular strata lost their jobs when employers no longer needed their workers, such as those employed in domestic work. Many such women are not protected by the social security system and fall through the net.

At the same time, governments are empowering employers to increase women’s exploitation, for example through unregulated teleworking, flexible working hours and reduced working rights.

They then take measures to suppress and criminalize workers’ struggles in a bid to silence us.

WIDF European organizations say: We will not let them do it. 

The COVID-19 experience has increased the social and economic difficulties of many women and made clear that inequality, discrimination, and violence against women are inseparable from the inequality, oppression, and exploitation inherent in the capitalist system.

We will never agree that our needs can be sidelined when it is possible for every one of us to have a stable job with decent pay and reasonable hours, and access to free high-quality public health services, education and welfare. A just future for women and children cannot be realized in a society that puts the profits of business corporations at its center.

Tomorrow must find us strong and militant.

We call on all women and women’s organizations to take their place in the collective struggle in each of our countries and in the WIDF, participating fully in the counterattack to secure our rights and our future.

Our message is crystal clear: The deadliest viruses are exploitation and oppression. The most effective medicine is the struggle for our rights.

September 9, 2020


30/08/20

REFERENDUM / LE NOSTRE RAGIONI PER VOTARE NO

 

183 studiose e studiosi di diritto costituzionale e di altre discipline giuridiche, economiche e sociali spiegano perché voteranno NO al referendum sul taglio dei parlamentare il 20 settembre. Riproduciamo integralmente il testo dell'appello per la chiarezza e linearità delle argomentazioni, che condividiamo.


Riduzione dei parlamentari: noi votiamo NO!

Noi, docenti, studiose e studiosi di diritto costituzionale e di altre scienze giuridiche, economiche e sociali, vogliamo spiegare le ragioni tecniche per le quali ci opponiamo alla riforma sulla riduzione del numero dei parlamentari, illustrando i rischi per i principi fondamentali della Costituzione che la revisione comporta.

Si precisa che il presente documento scaturisce da un’iniziativa autonoma e totalmente indipendente sia dal Coordinamento per la democrazia costituzionale (CDC), sia dal Comitato nazionale per il No al taglio del Parlamento, così come da ogni altro ente, organismo e associazione, esprimendo considerazioni frutto esclusivamente dell’elaborazione collettiva dei sottoscrittori.

Il testo di legge costituzionale sottoposto alla consultazione referendaria, introducendo una riduzione drastica del numero dei parlamentari (da 945 componenti elettivi delle due Camere si passerebbe a 600), avrebbe un impatto notevole sulla forma di Stato e sulla forma di governo del nostro ordinamento. Tanti motivi inducono a un giudizio negativo sulla riforma: qui si illustrano i principali.

1) La riforma svilisce, innanzitutto, il ruolo del Parlamento e ne riduce la rappresentatività, senza offrire vantaggi apprezzabili né sul piano dell’efficienza delle istituzioni democratiche né su quello del risparmio della spesa pubblica.

I fautori della riforma adducono, a sostegno del «SÌ» al referendum, la riduzione di spesa che la modifica della composizione delle Camere determinerebbe. Si tratta, però, di un argomento inaccettabile, non soltanto per l’entità irrisoria dei tagli di cui si parla, ma anche perché gli strumenti democratici basilari (come appunto l’istituzione parlamentare) non possono essere sacrificati o depotenziati in base a mere esigenze di risparmio.

La riduzione del numero dei parlamentari non deriverebbe, inoltre, da una riforma ragionata del bicameralismo perfetto (il vigente assetto parlamentare in base al quale le due Camere si trovano nella stessa posizione e svolgono le medesime funzioni). Tale sistema non sarebbe toccato dalla legge costituzionale oggetto del referendum.

Spesso si fa riferimento agli esempi di altri Stati ma non può correttamente compararsi il numero dei componenti delle Camere italiane con quello di altre assemblee parlamentari in termini astratti, senza tenere conto del numero degli elettori (e, dunque, del rapporto eletti/elettori). Si trascura, inoltre, che in molti degli ordinamenti assunti come termini di paragone si riscontrano forme di governo e tipi di Stato diversi dai nostri.

2) La riforma presuppone che la rappresentanza nazionale possa essere assorbita nella rappresentanza di altri organi elettivi (Parlamento europeo, Consigli regionali, Consigli comunali, ecc.), contro ogni evidenza storica e contro la giurisprudenza della Corte costituzionale.

I fautori della riforma sostengono ancora che la riduzione del numero dei parlamentari non arrecherebbe alcun danno alle esigenze della rappresentatività perché sarebbero già tanti gli organi elettivi (Parlamento europeo, Consigli regionali, consigli comunali, ecc.) la cui formazione dipenderebbe dal voto dei cittadini. La rappresentanza nazionale, secondo questa tesi, potrebbe trovare un’espressione parcellizzata in altri luoghi istituzionali.

A prescindere, però, da ogni altra considerazione sul ruolo e sulle competenze degli organi elettivi richiamati (ad esempio, i Consigli regionali italiani non sono paragonabili ai parlamenti degli Stati membri di una federazione), si può ricordare che la Corte costituzionale ha chiarito che «solo il Parlamento è sede della rappresentanza politica nazionale, la quale imprime alle sue funzioni una caratterizzazione tipica ed infungibile».

Basta leggere, del resto, le materie attribuite dalla Costituzione alla competenza esclusiva del legislatore statale (e considerare l’interpretazione estensiva che di molte di queste materie ha dato la stessa Corte costituzionale nella sua giurisprudenza) per avere un’idea dell’importanza delle Camere.

3) La riforma riduce in misura sproporzionata e irragionevole la rappresentanza di interi territori.

Per quanto riguarda la nuova composizione del Senato, alcune Regioni finirebbero con l’essere sottorappresentate rispetto ad altre. Così, ad esempio, l’Abruzzo, con un milione e trecentomila abitanti, avrebbe diritto a quattro senatori, mentre il Trentino-Alto Adige, con le sue due province autonome e con una popolazione complessiva di un milione di abitanti, avrebbe in tutto sei senatori; e ancora la Liguria, con cinque seggi, avrebbe una rappresentanza al Senato, in sostanza, della sola area genovese.

4) La riforma non eliminerebbe ma, al contrario, aggraverebbe i problemi del bicameralismo perfetto (anche se è spesso presentata dai suoi sostenitori come un intervento volto a raggiungere gli stessi obiettivi di precedenti progetti di riforma, diretti a rendere più efficiente l’istituzione parlamentare).

Come si è già detto, l’attuale riforma non introduce alcuna differenziazione tra le due Camere ma si limita semplicemente a ridurne i componenti, il cui elevato numero costituisce una caratteristica del Parlamento e non del bicameralismo perfetto. Tale assetto, in teoria, potrebbe anche essere modificato senza alterare in modo così incisivo il numero dei parlamentari, anche solo per il tramite di una contestuale riforma dei regolamenti parlamentari di Camera e Senato. Al contrario, se si considerano i problemi di rappresentanza di alcuni territori regionali che la riforma comporterebbe, risulta che paradossalmente la legge in questione finirebbe con l’aggravare, anziché ridurre, i problemi del bicameralismo perfetto.

5) La riforma appare ispirata da una logica “punitiva” nei confronti dei parlamentari, confondendo la qualità dei rappresentanti con il ruolo stesso dell’istituzione rappresentativa.

La revisione costituzionale sembra essere espressione di un intento “punitivo” nei confronti dei parlamentari – visti come esponenti di una “casta” parassitaria da combattere con ogni mezzo – ed è il segno di una diffusa confusione del problema della qualità dei rappresentanti con il ruolo dell’organo parlamentare. Non è dato riscontrare, tuttavia, un rapporto inversamente proporzionale tra il numero dei parlamentari e il livello qualitativo degli stessi. Una simile riduzione dei componenti delle Camere penalizzerebbe soltanto la rappresentanza delle minoranze e il pluralismo politico e potrebbe paradossalmente produrre un potenziamento della capacità di controllo dei parlamentari da parte dei leader dei partiti di riferimento, facilitato dal numero ridotto degli stessi componenti delle Camere.

Non può trascurarsi, inoltre, lo squilibrio che si verrebbe a determinare qualora, entrata in vigore la modifica costituzionale, non si avesse anche una modifica della disciplina elettorale, con essa coerente, tale da assicurare – nei limiti del possibile – la rappresentatività delle Camere e, allo stesso tempo, agevolare la formazione di una maggioranza (sia pur relativamente) stabile di governo.

È illusorio, in conclusione, pensare alle riforme costituzionali come ad azioni dirette a causare shock a un sistema politico-partitico incapace di autoriformarsi, nella speranza che l’evento traumatico possa innescare reazioni benefiche. Una cattiva riforma non è meglio di nessuna riforma. Semmai è vero il contrario. Respingendo questa riforma perché monca e destabilizzante, ci sarebbe spazio per proposte equilibrate che mantengano intatti i principi fondanti del nostro ordinamento costituzionale; al contrario sarebbe più difficile mettere in discussione una riforma appena avallata dal corpo elettorale. Occorrono, in definitiva, interventi idonei ad apportare miglioramenti al sistema nel rispetto della democraticità e della rappresentatività delle istituzioni.

Per queste ragioni noi voteremo convintamente «NO»!

09/08/20

Libano / Esplosione nel porto di Beirut

 

Beirut piange i suoi figli ... ma non si rassegna!

 

di Marie Nassif-Debs*

Beirut, 7 agosto 2020

Beirut vive ancora, nell'ora dei suoi martiri e dei suoi feriti, ma anche delle decine di migliaia di famiglie che non hanno più una casa dove abitare.

Beirut piange ma non si rassegna, aiutata in questo dalla mobilitazione di parte dei libanesi accorsi da ogni regione per portare conforto alle vittime e alle famiglie delle vittime, mentre i vigili del fuoco e le squadre della protezione civile continuano la loro ricerca tra le macerie, sperando di trovare qualche altro sopravvissuto tra i cinquanta o più dispersi ...

La catastrofe è oltre ogni comprensione. Parte della città è stata spazzata via in pochi minuti; e la deflagrazione, paragonata ad una piccola bomba atomica, ha avuto la meglio sulle finestre e sui muri in un raggio di oltre venti chilometri ... Ovunque si vada per le strade, si trovano mucchi di vetro frantumati in mille pezzi mescolati a scarti di mobili e infissi contorti.

Cosa è successo la sera di martedì 4 agosto 2020? E chi è il responsabile di questo nuovo disastro che spinge ancora di più un Paese sull'orlo del fallimento, colpito nello stesso tempo dalla corruzione di chi lo governa ormai da trent'anni e dalla pandemia di Covid 19, con metà della popolazione attiva attualmente disoccupata e sotto la minaccia della fame e delle malattie?

Per capire cosa è successo quel “martedì nero” dobbiamo tornare indietro nel tempo, a sette anni fa. Fu infatti nel 2013 che la "Rhodus", una nave georgiana noleggiata da un "uomo d'affari" russo, trasportava un carico di nitrato di ammonio verso il Mozambico e, durante il viaggio, a causa di "problemi tecnici", fu costretta ad attraccare nel porto di Beirut ... Dopo undici mesi, e in seguito al rifiuto dell'acquirente di riprendere a proprie spese la consegna del carico verso il Mozambico, l'equipaggio fu rilasciato e il carico sequestrato dalla dogana che lo scaricò collocandolo nel magazzino numero 12 senza alcuna delle necessarie precauzioni, viste le caratteristiche del prodotto!

Oggi, in seguito al disastro, i libanesi hanno scoperto che la loro capitale e i suoi lavoratori portuali hanno rasentato la morte per più di sei anni, senza che i governi che si sono succeduti di Najib Mikati, Tammam Salam, Saad Hariri e, ultimamente, di Hassan Diab, o i ministri incaricati dei lavori pubblici, o i magistrati che hanno saputo della vicenda e, soprattutto, i funzionari della dogana e della sicurezza del porto di Beirut, li avvertissero dei pericoli che correvano. In particolare tutti questi bei personaggi che ora tentano di sottrarsi alle loro responsabilità, sia rimpallandosi la colpa, sia ripescando la teoria del complotto che indica l'entità israeliana come responsabile del crimine.

È vero che nessuna pista dovrebbe essere trascurata nella ricerca della verità (se mai si arriverà a questa verità); tuttavia, la responsabilità originaria è ben evidente: ricade su coloro che abbiamo appena menzionato. Sono loro i criminali che hanno nascosto un carico di diverse migliaia di tonnellate di nitrato di ammonio in un magazzino dove si sono andati ammassando oggetti sparsi, ma soprattutto fuochi d'artificio; un magazzino che si trova nel centro del porto e che non è molto lontano dai container del gas.

Ecco perché pensiamo che cercheranno di “affogare il pesce” pur di sfuggire alle loro responsabilità. Infatti, un primo tentativo la dice lunga sui giorni futuri: ieri sera, il Comitato speciale di indagine della Banca centrale (l'Ufficio per la lotta al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo) ha deciso di congelare i conti e i beni dei funzionari amministrativi e doganali nel porto di Beirut, ma non una parola su governi e ministri ...

Per questo le famiglie delle vittime e tutti coloro che sono stati direttamente colpiti dal disastro hanno deciso di non lasciarsi manipolare da politicanti che credono di poter ancora una volta sfuggire alla giustizia e che sono spalleggiati da certi responsabili internazionali ...

Allo stesso tempo, i sindacati dei lavoratori che hanno abbandonato la CGTL asservita al potere, le organizzazioni che si battono per l'uguaglianza dei diritti, i gruppi giovanili militanti hanno preso posizione e chiedono di contrastare le mire della classe dominante che ha fatto man bassa del Libano.

Per farlo, essi hanno bisogno di sostegno e solidarietà. Non deludiamoli!

* WardahBoutross Awb   

**Forum della Sinistra Araba

08/08/20

No Nukes! Women’s Forum 2020 / Care sorelle del Giappone

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Testo del messaggio inviato da Awmr Italia al No nukes! Women’s Forum, evento associato alla Conferenza Mondiale contro le bombe atomiche e all’idrogeno, a Hiroshima e Nagasaki, tenutasi in modalità on line il 6-8 agosto 2020

«Care sorelle del Giappone e di ogni parte del mondo riunite nel No Nukes Women’s Forum 2020 di Hiroshima e Nagasaki, vi saluto a nome dell’Awmr Italia, associazione di Donne della Regione Mediterranea, affiliata alla Federazione Democratica Internazionale delle Donne.

Prima di tutto, vorrei esprimere sentita solidarietà alle donne e al popolo giapponese, come pure alle donne e ai popoli del mondo che stanno affrontando la pandemia di COVID 19, con i suoi dolorosi effetti non solo sulla salute, ma anche economici e sociali.

In questo 75° anniversario della tragedia di Hiroshima e Nagasaki, mi preme dire che la triste memoria di quel terribile evento ancora ci ispira nella nostra lotta per la pace e il disarmo nucleare. Quando la WIDF fu fondata nel dicembre 1945, le nostre madri fondatrici, che avevano combattuto nella Resistenza contro il nazifascismo europeo e il militarismo giapponese, vollero porre la pace e il disarmo in cima agli obiettivi della loro organizzazione mondiale.

Dopo 75 anni, quell’obiettivo è ancora in cima alla nostra agenda. Nonostante le nostre lotte, l’Italia e altri paesi europei, sebbene non siano ufficialmente paesi nucleari, sono costretti ad “ospitare” decine e decine di testate nucleari nelle basi Usa e NATO presenti sul loro territorio, che in ogni momento possono essere usate per seminare ovunque la morte, oltre a fare dei nostri paesi il possibile bersaglio di una ritorsione nucleare.

È per questo che non smettiamo di svolgere la nostra azione quotidiana contro la presenza delle basi NATO e per rendere i nostri paesi davvero liberi dalle armi nucleari. A 50 anni dalla sottoscrizione del primo Trattato di non proliferazione nucleare, oggi ci troviamo nuovamente di fronte alla minaccia di una corsa al riarmo, scatenata ancora una volta dagli USA e i loro alleati. Ciò ci allarma profondamente e ci induce a sostenere con forza la campagna internazionale a sostegno del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari, che è stato votato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2017.

Noi chiediamo con forza ai governi europei di firmarlo e ratificarlo perché possa entrare in vigore. Chiediamo che la produzione di armi sia riconvertita in produzione di strutture sanitarie e altri usi civili. Chiediamo a tutti i paesi di disinvestire dalle armi e investire in azioni contro le malattie, la fame, la povertà e la distruzione dell’ambiente. Vogliamo che tutte le donne e gli uomini del mondo possano vivere una vita con dignità, in un ambiente sano e una società giusta ed uguale. Nel ricordo della tragedia di Hiroshima e Nagasaki dichiariamo che un mondo pacifico e giusto è possibile. Il futuro non è ancora scritto, le nostre lotte determineranno come sarà».

No Nukes! Women’s Forum 2020 - online 8 agosto




NO NUKES! WOMEN'S FORUM 2020. 8 agosto 2020 dalle ore 06:30 (ora europea)

In questo 75° anniversario del bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, il No Nukes! Women's Forum 2020 che si tiene annualmente in Giappone sarà on-line per rispettare le norme anti-COVID19.

Siamo tutte invitate ad unirci al Forum per condividere pensieri e visioni per creare il futuro che vogliamo, eliminando le armi nucleari, fermando il cambiamento climatico, conquistando l'uguaglianza e la non discriminazione di genere, spostando le risorse dal militare alla vita e al vivere

Per partecipare al Forum collegarsi alla pagina you tube:  https://youtu.be/j5bLOgsHqYY.

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Aug.8 (Sat)  1:30 -2:30pm JST /  12:30 -1:30pm CTT /  0:30 -01:30am EDT /  6:30 -7:30am CET In this 75th year of the atomic bombings of Hiroshima and Nagasaki, as the world is facing the COVID-19 pandemic with unprecedented impacts on humanity, we have decided to hold the No Nukes! Women’s Forum 2020 online.

 We invite sisters in Japan and all around the globe to join the forum to share views and visions for creating the future we want, by eliminating nuclear weapons, stopping climate change, achieving gender equality and non-discrimination, and redirecting money from the military to life and living.

 Program: - Testimonies of the Hibakusha of Hiroshima and Nagasaki - Sharing Actions and Campaigns Solidarity messages from abroad – US, Korea, the Philippines, Italy and the Netherland Women in Japan from different sections – medical services, childcare, education, family business, Okinawa, Fukushima, trade union and more - Performance by Chorus Groups of Hiroshima and Nagasaki Sponsored by the No Nukes! Women’s Forum 2020 Organizing Committee Contact: New Japan Women’s Association

s-intl@shinfujin.gr.jp


07/08/20

WILPF Italia / «75 anni dopo Hiroshima e Nagasaki, le armi nucleari un problema aperto»

«È il momento di decidere l'abolizione delle armi nucleari, altrimenti ci ritroveremo anche noi con gli occhi sulle palme delle mani come è successo a Hiroshima 75 anni fa!».

Partecipando alla commemorazione del 75° anniversario del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, che ha avuto luogo il 6 agosto 2020, come ogni anno, a Roma in Piazza del Pantheon, la presidente di WILPF Italia, Patrizia Sterpetti, dichiarando di parlare non solo a nome della sua organizzazione, ma anche «della galassia pacifista che ha generato attiviste come Beatrice Fihn e Susy Snyder, figure preminenti della coalizione mondiale contro le armi atomiche rappresentata da ICAN, premio Nobel per la Pace 2017» ha detto:

«Ricordare Hiroshima e Nagasaki non può non portarci a considerare il problema aperto della presenza delle armi nucleari nel mondo. La via d'uscita c'è, è il Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari, votato dai rappresentanti di 122 paesi nell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York, nel luglio 2017. Ma per entrare in vigore esso ha bisogno di raggiungere almeno 50 ratifiche. Attualmente le ratifiche sono 43, i paesi firmatari 82. Quando si arriverà a 50 ratifiche i 9 Paesi possessori di armi atomiche (U.S.A. Russia, Cina, U.K., Francia, India, Pakistan, Israele, Corea del Nord) saranno obbligat a tenerne conto. 

Il problema è, però, che esistono altri Paesi che ospitano bombe nucleari statunitensi in Europa per accordi NATO: Olanda, Belgio, Germania, Italia e, ai confini europei, la Turchia. Di 180 testate nucleari dislocate, l'Italia ne possiede il numero più alto: 70-50 ad Aviano e 20 a Ghedi. Pur avendo ratificato nel 1975 il Trattato di Non Proliferazione, l'Italia è vincolata ad accordi stipulati nel 1951 con gli USA, sui quali dal 1954 vige il segreto militare. 

«L'Italia, che è uno dei Paesi con più siti protetti dall'UNESCO, è anche un Paese che "ospita" 70 bombe atomiche sul proprio territorio. Oltre a ciò, si sprecano soldi per acquistare gli  F35, aerei deputati al trasporto di bombe atomiche B61, sottraendo ulteriori risorse alle spese sociali, in un Paese dove si assiste al calo della natalità perché molte famiglie non raggiungono il reddito sufficiente per generare figli, al calo delle iscrizioni universitarie, alle carenze di manutenzione nelle scuole, ai ponti che crollano, ai centri anti-violenza che non vengono finanziati, alle malattie mentali non adeguatamente curate – ancora peggio se si è stranieri – al dilagare dello spaccio di stupefacenti e della tossicodipendenza laddove c'è povertà… 

«Invece di favorire la cultura della legalità con la giustizia sociale, si comprano gli F35... È il momento di unirci e di decidere l'abolizione delle armi nucleari, altrimenti ci ritroveremo anche noi con gli occhi sulle palme delle mani come è successo agli abitanti di Hiroshima!».