Visualizzazione post con etichetta Cina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cina. Mostra tutti i post

26/06/24

LETTERA APERTA AI GIOVANI SULLA TERZA GUERRA MONDIALE

 “So che quando la maggior parte dei giovani guarda al futuro, ha molta paura e poca speranza”


di Boaventura de Sousa Santos* - Diario 16, Spagna

Mi rivolgo ai giovani come qualcuno che, a causa della sua età, non combatterà nella prossima guerra mondiale (Terza Guerra Mondiale) e forse non ne vedrà nemmeno l'inizio. Vorrei solo trasmettere le seguenti idee, che ritengo fondate: sono convinto che la Terza Guerra Mondiale si avvicina; a differenza delle precedenti, il campo di battaglia sarà l'intero pianeta e, per la prima volta, includerà il territorio statunitense; non importa quanto sofisticate saranno la tecnologia militare e l’intelligenza artificiale su cui si fonderà, essa richiederà soldati sul campo che moriranno a milioni, insieme a popolazioni civili innocenti più che in qualsiasi guerra precedente; questi soldati saranno i giovani e non i signori della guerra, siano essi politici (che non sottoporranno mai a referendum la decisione di fare la guerra) o uomini d'affari e azionisti delle aziende del complesso militare-industriale; l’unica certezza che abbiamo riguardo alla guerra è che sappiamo quando inizia, ma non quando finisce; la specificità della Terza Guerra Mondiale è che quando finirà (tutte le guerre finiscono), per la prima volta sarà a rischio non solo la sopravvivenza della specie umana, ma anche la vita non umana sul pianeta. È una previsione distopica, ma sufficientemente realistica perché le religioni incentrate sull’idea dell’apocalisse possano proliferare oggi. A differenza di esse, il mio messaggio è spinoziano, cioè si basa sulla dialettica della paura e della speranza.

So che quando la maggior parte dei giovani guarda al futuro, ha molta paura e poca speranza. Se vuoi avere più speranza, devi essere pronto a instillare paura nei potenti di questo mondo, che apparentemente hanno smesso di aver paura dei loro nemici e vivono in un’orgia di speranza. Prima di andare avanti, voglio dire ai giovani che, anche se sono nato in Europa, parlo dal Sud del mondo attraverso la lente delle epistemologie meridionali. E per questo motivo quanto ho detto sopra è vero solo a metà. Vista dal Sud del mondo, la Terza Guerra Mondiale è già iniziata (basti ricordare Iraq, Afghanistan, Libia e Siria). Quando parlo della futura Terza Guerra Mondiale, intendo solo che la portata della guerra esistente aumenterà in modo esponenziale e che raggiungerà anche i paesi del Nord globale, una condizione sine qua non affinché qualcosa diventi globale, che sia una guerra o una pandemia.

Interesse nel promuovere la guerra

In ogni guerra c'è un paese o un impero particolarmente interessato a promuovere la guerra. Nella Prima Guerra Mondiale il più aggressivo fu l’impero tedesco; nella Seconda, la Germania di Hitler. Nessuno nel Sud del mondo crede che la Russia o la Cina siano interessate a promuovere la guerra. Gli imperi in ascesa preferiscono le relazioni a somma positiva alle relazioni a somma zero (come la guerra). La loro ascesa e il loro aumento di influenza si basano sul fornire vantaggi reali ai nuovi alleati, anche se sono soggetti a condizioni di subordinazione. Ecco perché favoriscono la diplomazia e il multilateralismo.

27/08/22

Autocrazia di un impero in decadenza / L'esportazione del caos


"Bisogna sbarazzarsi dei vecchi paradigmi per capire che gli Stati Uniti non hanno bisogno di vittorie militari più grandi che generare caos, disunione e frammentazione dei paesi che non si subordinano" 





Maria Fernanda Barreto*

https://misionverdad.com/globalistan/autocracia-de-un-imperio-en-decadencia  

Nessuno può aspettarsi che un impero crolli senza scuotere la storia, tanto meno quando quell'impero ha concentrato il potere economico e militare in una misura senza precedenti, in un mondo quasi totalmente globalizzato.

Gli Stati Uniti, come vertice dell'impero capitalista, sono riusciti a concentrare l'economia mondiale, a costruire la forza militare più potente, a dominare i più grandi organismi di integrazione che dovrebbero essere multilaterali e, a loro volta, hanno condensato il potere delle corporazioni mediatiche sempre più cartellizzate a loro favore.

È un potere mostruosamente consolidato in quarantacinque anni trascorsi dal dopoguerra in un mondo bipolare e in più di tre decenni di unipolarismo, fatto a loro misura.

Se nessun impero prima aveva ottenuto così tanto potere sul resto dell'umanità, non ci dovrebbero sorprendere i terremoti che provoca una caduta così gigantesca.

Gli Stati Uniti e il loro esercito imperialista, la NATO, stanno conducendo il mondo intero in una guerra senza fine per difendere la storica conquista di essere riusciti a sostenere per tre decenni quel mondo da essi dominato, in cui tutti i popoli, compresi i loro, sono potenziali vittime dei loro attacchi multidimensionali e del "pubblico target" delle loro operazioni psicologiche e comunicative.

Occorre sbarazzarsi dei vecchi paradigmi per capire che gli Stati Uniti non hanno bisogno di un trionfo militare più grande che generare caos, disunione e frammentazione dei paesi che non si subordinano a loro e, anche, dei popoli che, al di là della loro stessi governi, osino ribellarsi ai loro interessi, perché questa tigre di carta ferita ha imparato da tempo a rafforzarsi nel caos degli altri.

LA VIOLENZA SCATENATA DAL MONDO UNIPOLARE

Per riassumere brevemente l'analisi che più volte abbiamo fatto su quanto sta accadendo oggi in Ucraina, diremmo che questo Paese è lo scenario in cui è in corso una guerra di Stati Uniti e NATO contro la Russia, il cui obiettivo strategico è impedire il consolidamento del mondo multipolare e sostenere il loro potere egemonico assoluto. Ha deciso di iniziare questa guerra attaccando indirettamente, ovviamente, la terza potenza più forte che, insieme alla Cina, rappresenta la più importante minaccia alla sua egemonia in campo economico, militare, culturale e, quindi, anche politico.

Indebolendo la terza potenza, potrà concentrarsi sul suo obiettivo principale, che è in definitiva la Cina. Con il coinvolgimento anche del gigante asiatico in un conflitto armato, aumenterebbe rapidamente la violenza che gli Stati Uniti esercitano su altri che rifiutano di sottomettersi. Vale a dire, i paesi insubordinati dell'Asia occidentale con in testa l'Iran e quelli dell’America Latina guidati da Cuba e Venezuela.

Con questo conflitto ai confini russi, inoltre, gli Stati Uniti stanno recuperando il loro potere economico e militare sull'Europa, che cominciava a dare segni di sovranità. Il risultato è un'Ucraina devastata e traumatizzata dalla guerra, una delle tre maggiori potenze mondiali impegnata a risolvere un conflitto senza impegnare tutta la sua potenza militare per non intensificare la violenza in un Paese territorialmente e culturalmente così vicino, nel mentre si misura con un’inusitata batteria di sanzioni economiche e con la censura mediatica. Nonché un'Europa che fa una guerra su comando nel suo stesso campo, sempre più indebitata e cominciando a sentire il peso della carenza di carburante e di alimenti per essersi subordinata al capo della NATO.

Inoltre, questo conflitto ha già cominciato a incidere sulla situazione ecologica di quella regione, con il ritorno all'uso massiccio del carbone e con il pericolo latente di una guerra nucleare che cerca di mimetizzarsi dietro il sipario di un incidente, di bombardamenti di impianti nucleari, per evitare una risposta russa diretta al Nord America, che ovviamente riguarderebbe anche l’America Latina.

I PIU' RECENTI ATTACCHI CONTRO LA CINA COME OBIETTIVO STRATEGICO

Gli Stati Uniti, attraverso le operazioni delle loro corporazioni come la Lockheed Martin - la più grande corporazione militare del pianeta - le loro misure coercitive unilaterali mascherate da sanzioni, azioni politiche aperte come la visita di Nancy Pelosi, intendono utilizzare Taiwan nello stesso modo che stanno usando l'Ucraina, alimentando un conflitto esternalizzato contro la Cina e continuando a fare pressione su presunti conflitti interni nella regione autonoma Uigura dello Xinjiang.

Nel suo libro Geopolitica multipolare, il ministro del Potere popolare per la difesa del Venezuela, generale in capo Vladimir Padrino López, avverte che «Nella Escalation di Tucidide verso la tripolarità [1]abbiamo illustrato ciò che vedremo presto quando la zona occidentale della Cina, co- abitata da una popolazione musulmana di etnia Uigur, inizierà a turbare la stabilità del circuito per impedire la ripresa del vecchia Via della Seta», spiegando inoltre che ciò sta avvenendo nel contesto di un riposizionamento delle forze occidentali nella regione indo-pacifica.

IL RUOLO DELLE CORPORAZIONI MEDIATICHE E DELLE ONG NEL GIUSTIFICARE LE INTERFERENZE

Se abbiamo imparato qualcosa in Venezuela, è l'importanza delle corporazioni dei media e delle presunte organizzazioni non governative, all'interno di guerre imperialiste multidimensionali, che preparano il terreno per giustificare le interferenze e cercare di legittimare le leggi e tutti i tipi di azioni unilaterali, extraterritoriali e di violazione del diritto internazionale con cui gli Stati Uniti s’ingeriscono negli affari interni di tutti i paesi del mondo, utilizzano a proprio piacimento organizzazioni internazionali, compiono rapine e saccheggi come quelli dell'oro venezuelano, del petrolio, delle società Citgo e Monómeros e, più recentemente, l'aereo dell'Emtrasur, mentre manipolano l'opinione pubblica mondiale a favore delle loro azioni.

Ovviamente, tutte queste dimensioni della guerra vengono applicate anche contro la Cina. Partendo dall'avvertimento lanciato dal generale in capo, dobbiamo ora prestare attenzione alla Legge sulla prevenzione del lavoro forzato Uigur, che estende i divieti di importazione sui prodotti fabbricati in quella regione, principalmente cotone. Questo divieto ha già avuto conseguenze per il settore tessile in tutto il mondo e ha avuto ripercussioni sull'economia interna della regione, cioè proprio sul popolo Uiguro che sostiene di difendere.

Si tratta di circa 7 milioni di agricoltori che si dedicano alla produzione di cotone, il cui sostentamento è messo a rischio da questa misura arbitraria. Il che dimostra che è il perseguimento di azioni economiche per minare la crescita dell'economia cinese, e non una sincera preoccupazione per i diritti umani, a motivare questo tipo di azione da parte degli Stati Uniti.

Come avviene anche in Venezuela, colpire la popolazione con misure coercitive che si configurano come blocchi ma che la narrativa filoimperialista chiama “sanzioni”, è diventato il loro modus operandi. Vengono emessi divieti di importazione verso gli Stati Uniti e contro leader politici del Paese, e poi vengono estesi ai paesi terzi che sono minacciati di misure simili se non supportano detto blocco, facendo ricadere il peso delle conseguenze economiche di tali misure sulle spalle dei popoli e violando i loro diritti fondamentali.

Per questo motivo, "Durante la 46a sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite appena conclusa, Cuba ha rilasciato una dichiarazione congiunta a nome di 64 paesi, in cui esorta i paesi interessati a smettere di interferire negli affari interni della Cina attraverso la manipolazione delle questioni relative allo Xinjiang, ad astenersi dal formulare accuse infondate contro la Cina per motivi politici e a smettere di frenare lo sviluppo dei paesi in via di sviluppo con il pretesto dei diritti umani». In essa, tra l'altro, si denuncia il doppio standard adottato dalle potenze occidentali quando si tratta di difendere i diritti umani.

Non è un caso che questa Legge interventista sia stata introdotta nel 2020 anche dal senatore Marco Rubio, acerrimo nemico di Cuba e del Venezuela. Infine, questa legge è stata convalidata da Joe Biden alla fine di dicembre 2021 ed è entrata in vigore il 21 giugno 2022.

Né è un caso che questo tipo di leggi si mascherino dietro una presunta difesa dei diritti umani e che si appoggino per questo su Human Rights Watch e Amnesty International, che sono tra le organizzazioni che senza mezze misure possiamo definire mercenarie che coprono e cercano di legittimare l'ingerenza degli Stati Uniti, mentre sono timide, sorde e persino mute, quando si tratta di denunciare le numerose violazioni dei diritti fondamentali all'interno degli Stati Uniti e dei paesi della NATO. Tanto meno osano denunciare le massicce violazioni dei diritti umani che questa ingerenza genera nei paesi del Sud del mondo.

Ma, senza dubbio, la cosa più preoccupante di tutte è come l'opinione pubblica mondiale venga manipolata dalle grandi multinazionali mediatiche, sempre più massificate attraverso i social network e condizionate dagli algoritmi di un'intelligenza artificiale che impara a controllarci ad ogni ricerca che facciamo su Internet.

L'impero delle fobie, che è stato promotore di islamofobia, russofobia e sinofobia, continua nel suo tentativo di espandere e salvaguardare il proprio dominio, imponendo la guerra e seminando il caos. La lotta per il mondo multipolare guidata da Cina e Russia è accompagnata anche da Iran, Siria, Palestina, Cuba e, naturalmente, Venezuela, tra gli altri paesi del mondo che rifiutano di rinunciare alla loro sovranità e ipotecare il loro diritto all'autodeterminazione. Perché solo in un mondo condiviso sarà possibile quella “costruzione storica fondamentale per potersi sviluppare pienamente” che è la pace

In quello stesso libro, il generale Padrino López afferma brillantemente che "l'equazione della pace sarà sempre negoziata e si presume che chi siederà a quel tavolo con maggior potere otterrà maggiori vantaggi e benefici, motivo per cui il potere è la risorsa improrogabile da conquistare".

La costruzione di quel potere non passa solo attraverso la preparazione militare e lo sviluppo economico, ma implica, in linea di principio, il raggiungimento dell'unità dei Popoli nella lotta per il mondo multipolare e pluricentrico, che richiede una "opinione pubblica" capace di svelare e contrastare la guerra comunicativa diretta dai cartelli mediatici e dalla loro industria dell'intrattenimento.

Finché si continuerà ad accettare che gli Stati Uniti destabilizzino il diritto internazionale in nome delle proprie leggi, impongano guerre in nome della pace, violino le sovranità in nome della libertà, impoveriscano i nostri popoli in nome dei diritti lavorativi e attacchino le nostre democrazie in nome del loro modello liberale di democrazia, continueremo ad essere deboli e, parafrasando Bolívar, saremo "strumenti ciechi della nostra stessa distruzione".

Se l'ingerenza statunitense finisce per indebolire Cina e Russia, tutta l'umanità corre il rischio di finire sommersa nell'autocrazia più assoluta dell'imperialismo. Di tale portata è rischio che il mondo corre in questo momento storico, ma per quanto è stato detto fin qui, l'opportunità è della stessa dimensione.

*Analista politica e ricercatrice venezuelana



[1] «L'escalation di Tucídide verso la tripolarità» del generale in capo Vladimir Padrino López, è un recente lavoro pubblicato dall'editore El Perro y La Rana ai fini di FILVEN 2020, un'analisi del riadattamento del Nuovo Ordine Mondiale, in un contesto post-pandemia caratterizzato dalla guerra commerciale tra USA e Cina.  Vi si descrivono le condizioni nelle quali lo scenario della “Trappola di Tucidide” di Graham Allison – in cui si allude alla guerra del Peloponneso documentata da Tucidide – avrebbe come esito inevitabile la guerra mondiale, con la Cina e gli Stati Uniti come protagonisti. Tale escalation avrebbe luogo dal 2021 al 2025. Nell'analisi di Allison, Sparta rappresenta il potere conservatore dello status quo e Atene il potere emergente con un sistema di organizzazione politica innovativa e progressiva.


15/06/21

AWMR Italia dice: Sì alla Pace, No alla NATO

 Dichiarazione di pace 


15 giugno 2021

I capi di Stato della NATO si sono riuniti per il loro vertice annuale a Bruxelles il 14 giugno. Nell'ultimo trentennio l'obiettivo di questi vertici è stato non, come sarebbe stato auspicabile, il ridimensionamento dell'Alleanza Atlantica, essendo venute meno le premesse antisovietiche su cui era nata, bensì al contrario promuoverne l'ulteriore espansione e globalizzazione. 

Quest'anno il vertice si è concentrato su come  incentivare l’espansione militare in direzione Asia-Pacifico, per “contenere” la Cina emergente. In altre parole, come.mantenere il dominio del cosiddetto Occidente - cioè Nord America e Unione Europea con l'aggiunta di satelliti negli altri continenti - sul mondo che cambia.

La "nuova" risposta espansiva della NATO, delineata nel recente documento NATO 2030: United for a New Era, si sostiene sulla vecchia bugia secondo cui l’Alleanza Atlantica è baluardo della democrazia, della libertà e lo stato di diritto, mentre Russia e Cina, definiti "avversari sistemici", devono essere fronteggiati pianificando la crescente presenza militare degli Stati Uniti e dei loro alleati europei in Asia. È una frode fondamentale già nota, che si vuole continuare a sostenere con un aumento spaventoso della spesa militare dei paesi aderenti, con investimenti in nuovi sistemi d’arma nucleari e spaziali, con l'insediamento di altre basi militari Usa e NATO in aggiunta alle 800 già disseminate sul pianeta.

NATO 2030 incentiva le tensioni geopolitiche e non ci dà sicurezza. Invece di chiedersi come rafforzare la cooperazione globale per affrontare efficacemente i cambiamenti climatici, le pandemie, le povertà e le disuguaglianze che minacciano il pianeta, la NATO ci porta verso la guerra globale.

La “professione di atlantismo”, ripetuta dal governo italiano in occasione del vertice, non ci rassicura affatto, anzi ci allarma e ci preoccupa profondamente. Oggi come mai prima, la pandemia ha messo in luce la fallacia di politiche che incentivano gli investimenti nella “sicurezza militarizzata” a scapito della sicurezza umana, della salute del pianeta, della capacità di prevenzione dei conflitti. 

Noi crediamo che la sicurezza non si costruisca sulla proliferazione infinita degli armamenti, ma al contrario sulla ricerca del negoziato per la loro riduzione e la risoluzione pacifica delle controversie internazionali. La sicurezza non si costruisce sugli atti di prepotenza, né sulle "sanzioni" unilaterali, ma potenziando le istituzioni internazionali e il diritto internazionale condiviso. 

Nel mondo che noi donne vogliamo costruire bisogna  investire in solidarietà, in giustizia, nei diritti e nella pace globali. Non c’è posto per la NATO nel mondo che vogliamo costruire.

Awmr Italia – Donne della Regione Mediterranea

*Nella foto: firme raccolte dalle donne per il disarmo, depositate a L'Aja


11/06/21

Vostre le guerre, nostre le vite: Si alla Pace, No alla NATO

 


Mentre la spesa militare globale, nel bel mezzo della pandemia, ha raggiunto la cifra record di 1.981 miliardi di dollari (il 55% dei quali speso dagli stati membri della NATO), uno spettro antimilitarista si aggira per l’Europa: sindacati, movimenti sociali e organizzazioni politiche si mobilitano contro la guerra e contro l'imminente vertice della NATO a Bruxelles.

Comunicato della Segreteria Europea dell’Assemblea Internazionale dei Popoli*

Il 14 giugno 2021 la NATO terrà un “Vertice dei leaderalleati” nella sede di Bruxelles. Secondo il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, la riunione “è un’occasione unica per rafforzare la NATO come struttura stabile del legame tra Europa e Nord America”. Il vertice seguirà dopo un incontro dei leader del “Gruppo dei Sette” (G7) nel Regno Unito dall’11 al 13 giugno.

Verso un rinnovamento delle relazioni militari USA-UE?

Come presentato ufficialmente, le discussioni del vertice si concentreranno su “le azioni aggressive della Russia, la minaccia del terrorismo, gli attacchi informatici, le tecnologie emergenti e dirompenti, l’impatto del cambiamento climatico sulla sicurezza e l’ascesa della Cina”. Si discuterà anche dell’iniziativa NATO 2030, commissionata nel 2019 sulle riforme dell’alleanza, dopo che Trump aveva messo in discussione la sua importanza.

Dopo le elezioni americane, i vertici della NATO rappresentano tradizionalmente un’opportunità per promuovere “l’unità”, accogliere il nuovo presidente americano e concordare obiettivi politici e militari comuni. In una visita a Bruxelles il mese scorso, il segretario di Stato americano Antony Blinken ha detto che la NATO ha “riscoperto il suo lato migliore”.

L’addetto stampa della Casa Bianca, Jen Psaki, ha aggiunto: “Questo viaggio evidenzierà l’impegno a ripristinare le nostre alleanze, rivitalizzare le relazioni transatlantiche e lavorare in stretta collaborazione con i nostri alleati e partner multilaterali per affrontare le sfide globali e garantire così gli interessi degli Stati Uniti”.

Per molti, lo scopo della NATO è chiaro. Si tratta di una strategia per rinnovare e rafforzare la partnership transatlantica tra USA ed Europa e per nascondere le enormi contraddizioni interne ed esterne di USA ed Europa concentrando il discorso su presunti nemici esterni.

La NATO conduce il mondo alla distruzione

Il rapporto NATO 2030 conferma i pericolosi piani di espansione dell’alleanza transatlantica che aumentano le tensioni internazionali e il rischio di guerra. Il rapporto – impiegando una neolingua orwelliana – sottolinea che l’alleanza è basata su “principi di democrazia e libertà individuale”. In questo modo oscura completamente la storia sanguinosa della NATO legata a colpi di stato, sostegno a violente dittature, destabilizzazione di interi paesi e guerre che hanno causato milioni di vittime innocenti. Come nota la rete No alla guerra – No alla NATO in Belgio, “la strategia NATO 2030 conferma la NATO come un’alleanza di guerra che serve gli interessi del complesso militare-industriale, e non dei popoli. In nessun modo garantirà la sicurezza umana”.

L’ultimo esempio di questa politica di guerra contraddittoria è l’annuncio degli Stati Uniti di ritirarsi dall’Afghanistan. L’invasione statunitense dell’Afghanistan nell’ottobre 2001 è stato un atto criminale. Una forza immensa è stata usata per demolire le infrastrutture dell’Afghanistan e per rompere i suoi legami sociali. In venti anni, più di 70.000 civili sono stati uccisi, senza alcuna garanzia di stabilità politica e sociale. Oggi, l’Afghanistan è sull’orlo di una “guerra civile”, circa 16.000 contractor privati e 1.000 truppe statunitensi rimarranno nel paese, mentre i bombardamenti aerei e gli attacchi con i droni continueranno.

Una nuova guerra fredda contro la Cina

Un altro elemento chiave del rapporto NATO 2030 è la definizione della Cina come “nemico esterno” da combattere. Secondo Fiona Edwards della campagna internazionale No Cold War, «nel rapporto NATO 2030 recentemente pubblicato, la Cina è identificata come ‘un rivale sistemico a 360°’. Il rapporto raccomanda minacciosamente che ‘la NATO deve dedicare molto più tempo, risorse politiche e azioni alle sfide di sicurezza poste dalla Cina’».

Questo corrisponde direttamente alla campagna di aggressione in corso degli Stati Uniti contro la Cina che sta confermando la sua ascesa economica. Gli Stati Uniti hanno lanciato una guerra commerciale aggressiva accompagnata da un’enorme campagna di riarmo che costituisce una minaccia militare. Edwards sottolinea: «La priorità centrale della politica estera dell’amministrazione statunitense sotto il presidente Joe Biden è quella di condurre un’offensiva sfaccettata contro la Cina, con l’obiettivo di bloccare l’ascesa e lo sviluppo pacifico della Cina».

Già oggi, gli Stati Uniti possiedono circa 400 basi militari che circondano la Cina e le loro navi da guerra vagano regolarmente nel Mar Cinese Meridionale. L’esercito degli Stati Uniti vuole rafforzare il suo potere richiedendo 27 miliardi di dollari supplementari per i prossimi cinque anni al fine di costruire una rete di missili di precisione lungo le isole che circondano Pechino.

Edwards aggiunge: «Questa aggressione guidata dagli Stati Uniti contro la Cina è una minaccia alla pace mondiale ed è contro gli interessi della stragrande maggioranza dell’umanità».


Dal ‘welfare’ al ‘warfare’?

Per molti attivisti contro la guerra, tra cui Edwards, le risorse, che ammontano a miliardi di dollari, sprecate dagli Stati Uniti e dai suoi alleati nella NATO per affrontare la Cina, dovrebbero invece essere investite per «combattere le minacce reali e urgenti che l’umanità, tra cui la pandemia e il cambiamento climatico».

In effetti, nel bel mezzo della pandemia, la spesa militare globale ha raggiunto un record di 1.981 miliardi di dollari nel 2020. Le spese militari non sono mai state così alte. Gli stati membri della NATO rappresentano il 55% del totale globale. Su richiesta degli Stati Uniti devono investire il 2% del loro PIL nella “difesa”.

«Il Belgio, l’ospite della prossima riunione della NATO, ha chiaramente voluto dettare l’esempio. Le sue spese militari sono aumentate dell’11,1% nel 2020, pari a circa 4,75 miliardi di euro. 9,2 miliardi di investimenti militari sono stati contrattati dal governo dell’ex primo ministro Charles Michel [ora presidente del Consiglio europeo]», spiega Isabelle Vanbrabant di Intal, un’organizzazione belga che lavora per la solidarietà internazionale e la pace.

L’armamento nucleare e la sfida ecologica

Mentre 122 paesi non appartenenti alla NATO si impegnano per un mondo senza armi nucleari, la NATO si aggrappa alle armi nucleari come “ultima garanzia” della sua sicurezza. La NATO sta conducendo i paesi transatlantici in una corsa agli armamenti nucleari – come se le catastrofi umane di Hiroshima e Nagasaki nel 1945 o Gerboise Bleue, il test della bomba atomica francese nel Sahara durante la guerra d’indipendenza algerina nel 1960, non fossero mai avvenuti.

Mentre i governi europei seguono il diktat imperialista della NATO e continuano a militarizzare il territorio europeo, i popoli si esprimono contro qualsiasi presenza nucleare nei loro territori. L’esempio italiano è eclatante: «I referendum popolari del 1987 e del 2011 hanno rifiutato l’utilizzo dell’energia nucleare e l’uso militare del nucleare in Italia», dice Ada Donno dell’Associazione delle Donne della Regione Mediterranea (Awmr), un’organizzazione femminista affiliata alla Women’s International Democratic Federation (WIDF), «ma ci sono ancora 40-70 testate nucleari nelle basi militari USA e NATO in Italia. Questo è decisamente incostituzionale».

Le alte spese militari e la corsa agli armamenti nucleari stanno anche aumentando enormemente le emissioni di CO2. In un momento in cui la sensibilità generale per le questioni ambientali ha raggiunto il picco grazie a movimenti sociali globali come Friday’s For Future e molti altri, la quantità di carbonio prodotta dall’industria militare europea è di circa 24,8 milioni di tonnellate di CO2 (2019), equivalente alle emissioni di circa 14 milioni di automobili. Le emissioni di CO2 di un’ora di volo di un caccia F-35 corrispondono a quelle di otto automobili in un anno intero. L’intero complesso militare-industriale è uno dei principali inquinatori globali.

Di conseguenza, la militarizzazione, i conflitti per l’accesso alle risorse naturali e il cambiamento climatico hanno impatti devastanti sulle condizioni di vita delle persone, soprattutto nel Sud del mondo. Entro il 2050, 200 milioni di rifugiati climatici saranno alla ricerca di nuovi luoghi più abitabili in cui vivere. Nel suo rapporto “NATO 2030”, la NATO ipocritamente definisce l’aumento del numero di rifugiati climatici come una “minaccia che deve essere protetta militarmente”.

Vostre le guerre, nostre le vite

Le manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese e contro il governo israeliano sostenuto dalla NATO e dagli USA nelle ultime settimane hanno mostrato il forte sentimento antimilitarista tra i popoli a livello globale. Come parte di questa ondata di mobilitazione, anche settori della classe operaia hanno organizzato azioni di protesta in luoghi strategici per esprimere la loro solidarietà e il loro rifiuto del militarismo.

Il 14 maggio, in Italia, i lavoratori portuali di Livorno organizzati nel sindacato USB sono stati informati dal Collettivo Autonomo dei Portuali CALP del porto di Genova dell’arrivo di una nave cargo carica di armi che era diretta al porto israeliano di Ashdod. I portuali hanno deciso di bloccarla. Messaggi di solidarietà e sostegno sono arrivati da altri portuali di tutta Europa, da Amburgo (Germania) al Pireo (Grecia). Per il 14 giugno, nell’ambito delle mobilitazioni Sì alla pace, no alla NATO, il sindacato italiano USB ha indetto uno sciopero nazionale dei portuali in favore di condizioni di lavoro sicure, cosa che include il divieto del traffico di armi da tutti i porti.

Il 17 maggio, a Oakland (USA), nell’ambito delle azioni di solidarietà con la Palestina, l’Arab Resource & Organizing Center e decine di altre organizzazioni progressiste hanno chiesto il boicottaggio e il blocco della compagnia di navigazione ZIM, primo profittatore del sistema segregazionista di Israele. La ZIM ha deciso di non attraccare la sua nave al porto di Oakland. Queste azioni sono state ripetute il 4 giugno durante una settimana internazionale di azione (#BlockTheBoat) dei lavoratori contro l’apartheid di Israele. Il 20 maggio, i portuali sudafricani del porto di Durban hanno ampliato le azioni di solidarietà e si sono rifiutati di scaricare una nave israeliana. Collegare queste lotte è una grande sfida per il prossimo futuro.

Con l’imminente vertice della NATO, i movimenti progressisti e i partiti di sinistra della regione hanno organizzato diversi eventi. A Bruxelles, il 13 e 14 giugno è in programma un contro vertice NATO del movimento internazionale per la pace. Il 13 giugno, un presidio “STOP NATO2021” condanna “la logica di guerra fredda orchestrata dalla NATO” e rifiutare “il continuo aumento delle spese militari”. Lo stesso giorno, il webinar “Global NATO: una minaccia per la pace” offrirà informazioni per capire cos’è la NATO oggi. Il 14 giugno, due incontri online – “Dissoluzione della NATO: per la solidarietà, la sostenibilità e il disarmo” e “Voci per la pace” – concluderanno il contro-vertice.

Se le mobilitazioni antimilitariste sembravano essere in letargo, oggi stiamo assistendo a una nuova primavera dei movimenti sociali e dei lavoratori contro la guerra e per la giustizia sociale ed ecologica.

Questo comunicato è stato già pubblicato in italiano qui:

https://poterealpopolo.org/vostre-le-guerre-nostre-le-vite-il-ritorno-dellantimilitarismo/

05/05/21

DISARMO NUCLEARE / “ASPETTARE E SPERARE” NON BASTA, OCCORRE FARE I PASSI GIUSTI


Il presidente Usa Biden, annunciando la propria partecipazione a un vertice del G7 in Gran Bretagna a metà giugno, seguito dai vertici della NATO e dell'UE a Bruxelles, ha dichiarato che per l’occasione “aspetta e spera” di incontrare Putin e discutere delle crescenti tensioni tra Usa e Russia sul confine ucraino e su altri punti critici.

Cogliamo l’occasione e chiediamo a Biden e Putin di accordarsi per firmare il TPNW (trattato sulla proibizione delle armi nucleari, adottato nel 2017 dalle Nazioni Unite ed entrato in vigore a gennaio) e di concordare un calendario per lo smantellamento dei loro arsenali nucleari, comprese ispezione e verifica ai sensi dell'articolo 4 del trattato prima della ratifica. Dopotutto, dal culmine della prima Guerra Fredda, essi sono passati da 70.000 testate nucleari a circa 14.000, quindi sanno come si fa!

In particolare a Biden, poi, consigliamo di accogliere i RIPETUTI APPELLI DELLA RUSSIA E DELLA CINA, l’ultimo è dello scorso aprile, a negoziare un trattato per il divieto delle ARMI NELLO SPAZIO, per assicurare quella "stabilità strategica" che ambedue i Paesi vanno sollecitando almeno dal 1995, quando il TNP è stato prorogato a tempo indeterminato. 

Awmr Italia - Donne della Regione Mediterranea

30/01/21

Ultimi exploits della NATO


La maggiore preoccupazione che emerge nell’ultimo rapporto “NATO 2030: uniti per una nuova era” è: come mantenere il dominio occidentale in un mondo in cui la Cina sta crescendo economicamente?


Kate Hudson *


https://cnduk.org/natos-latest-exploits/

La NATO ha pubblicato un nuovo rapporto NATO 2030: uniti per una nuova era. Commissionato al vertice dei Capi di Stato della NATO tenutosi a Londra poco più di un anno fa, è progettato per rafforzare la dimensione "politica" della NATO. Con un'enfasi sull'unità e un maggiore coordinamento tra gli Stati membri, è stato senza dubbio commissionato per affrontare i problemi causati dalla presidenza Trump. Tuttavia, ora che questo è uscito dalla Casa Bianca, rivela l’attuale direzione che la NATO sta prendendo.

Gli elementi chiave di questa valutazione della NATO sono ciò che c’era da aspettarsi: in sostanza si tratta di auto-gratificazioni in quanto alleanza militare di maggior successo di ogni tempo, mentre si sottolinea la necessità di sempre maggiore coerenza politica. Si parla della necessità di adattarsi ai tempi e di affrontare le tecnologie emergenti e dirompenti. Si fa anche riferimento specifico al cambiamento climatico e alle pandemie.

L'accento sull'unità e sulla coesione politica porta il documento alla sua principale preoccupazione: come mantenere il dominio occidentale in un mondo in cui la Cina sta crescendo economicamente? La risposta della NATO è espandere il proprio orientamento al Pacifico asiatico, per far fronte all'"impatto" della Cina emergente.

Prima del lancio del rapporto, il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha affermato che la Cina pone "importanti sfide alla nostra sicurezza", aggiungendo che la Cina "si sta avvicinando a noi". Il rapporto stesso afferma che la NATO dovrebbe trattare la Cina come un `` rivale sistemico a tutto campo, piuttosto che un attore puramente economico. '' Il contributo del Regno Unito sarà quello di inviare una portaerei nell'Asia del Pacifico questa primavera, mentre gli Stati Uniti aumenteranno la propria presenza militare nella regione.

Uno dei punti che abbiamo sottolineato nei nostri comunicati stampa in risposta è che questo segue un modello già visto dalla fine dell'ultima guerra fredda: la NATO opera fino ai confini dei paesi che considera rivali, in nome del «contenimento della loro espansione». Abbiamo visto come questo ha funzionato con l'espansione della NATO in Europa e questo documento fa riferimento anche a ciò: oltre due decenni di espansione della NATO, comprese le ex repubbliche sovietiche, è descritto come «la reincorporazione di nazioni ex prigioniere nell'Occidente democratico». Tuttavia, il documento dà la colpa del deterioramento delle relazioni con la NATO alla Russia e, nonostante l'orientamento contro la Cina, identifica ancora la Russia come la principale minaccia militare alla NATO.

Lavorare per prevenire la guerra fredda e la guerra con Russia e Cina rimane un punto centrale del nostro lavoro. La nuova amministrazione Biden bisogna che faccia marcia indietro rispetto alla retorica di Trump, torni ai Trattati e opti per soluzioni diplomatiche a problemi politici complessi. O pensiamo che spingere la Russia o la Cina nell'angolo attraverso l'espansionismo militare possa fermare una guerra? Il vero pericolo è che ne provochi una.

*Kate Hudson è segretaria generale di Campaign for Nuclear Disarmament (CND) e coordina le campagne contro il nucleare e la guerra sia nel Regno Unito che internazionalmente  

30/12/20

Lettera di CODEPINK Women for Peace per il nuovo anno

 

 È inutile mettere il rossetto al maiale. Il 2020 è stato un anno devastante nella vita di milioni di persone in tutto il mondo le cui famiglie e comunità sono state sconvolte dal coronavirus e dalla perdita di reddito. Per noi negli Stati Uniti, lo stress era aggravato dalle immagini di una guerra civile in atto e del narcisista alla Casa Bianca che si rifiutava di andarsene.

Normalmente a questo punto continuerei la mia tradizione annuale di ricordare le 10 cose migliori che sono successe quest'anno ma, onestamente, non sono riuscita a mettere insieme 10 cose buone accadute nel 2020

Tuttavia alcuni motivi per esultare ci sono. Nonostante tutte le lamentele di Trump e della sua base sull'elezione rubata, Trump lascerà la Casa Bianca il 20 gennaio 2021. Hurrah!

Non si tratta solo del fatto che Trump lasci. L'arrivo dell'amministrazione Biden è promettente in alcune aree critiche di politica estera, come: porre fine al sostegno degli Stati Uniti alla guerra capeggiata dai sauditi nello Yemen; rientrare in importanti organizzazioni ed accordi internazionali, tra cui l'accordo sul nucleare con l'Iran, l'accordo di Parigi sul clima e tornare a finanziare l’Organizzazione Mondiale della Sanità in modo da poter avviare un’equa distribuzione globale dei vaccini quanto prima possibile.

Siamo anche liete che “la squadra” nel Congresso americano sia sopravvissuta, prosperi e cresca. Oltre ai favolosi quattro, ora abbiamo rappresentanti in arrivo con profondi legami di base che stanno già criticando il complesso militare-industriale, come Cori Bush e Jamal Bowman. In aggiunta ad altri membri progressisti del Congresso, compresi Pramila, Jayapal, Occasio-Cortez, Ro Khanna e Barbara Lee e il senatore Bernie Sanders, possiamo prospettarci alcuni grandi sforzi, all’interno e all’esterno, per fermare le guerre e tagliare il budget del Pentagono nel 2021.

Il movimento per sconfiggere i sistemi oppressivi di polizia e incarcerazione e sostituirli con altri alternativi ha guadagnato terreno quest'anno sulla scia dell'uccisione di George Flloyd a Minneapolis. Molti dei gruppi coinvolti in questi sforzi, come Black Lives Matter e Poor People's Campaign, hanno interiorizzato le connessioni tra la polizia oppressiva in patria e gli interventi militari abusivi all'estero, dandoci nuovi alleati nel movimento contro la guerra. Diminuire il budget alla polizia; battere il Pentagono!

C'è anche un nuovo slancio per spostare risorse dal Pentagono ai bisogni umani. La pandemia ha messo in luce lo stato terribile del nostro sistema sanitario nazionale ed è cresciuto enormemente il supporto ad un sistema sanitario per tutti. Crescono le richieste alla presidente Nancy Pelosi di portare il disegno di legge Medical for All in aula, così come le richieste di reindirizzare la spesa eccessiva del Pentagono verso l'assistenza sanitaria. Sanità non guerra!

Il rallentamento della nostra economia globale ha avuto il suo lato positivo. La Madre Terra ha avuto un attimo di respiro, con il forte calo dell'inquinamento atmosferico che ci dà una lezione sul tipo di mondo che vogliamo costruire dopo la pandemia. Per far fronte alla crisi, le persone in tutto il mondo hanno rafforzato le loro economie locali, costruendo nuovi modelli di cooperazione, cura e resilienza che sono buoni per la terra, costruiscono comunità e creano alternative all'economia di guerra.

Quindi, siamo pronte a realizzare significativi passi avanti nel nuovo anno. Ma spetterà a tutti noi spingere l'amministrazione Biden - e il Congresso - a porre finalmente fine alle guerre infinite, fermare la guerra fredda con la Cina, porre fine alla guerra informatica e alla corsa agli armamenti con la Russia e bloccare le sanzioni assassine contro Iran , Corea del Nord, Cuba e Venezuela, tagliare i fondi al Pentagono e diventare buoni vicini nella comunità globale. Con il vostro aiuto, non vediamo l'ora di raggiungere un mondo più pacifico nel prossimo anno.

Con speranza e determinazione,

Medea Benjamin e l'intero team di CODEPINK – Women for Peace

10/02/20

PECHINO + 25 / TRADITA DALLE ISTITUZIONI ITALIANE?


Che cosa (non) ha fatto il governo italiano per onorare Pechino + 25

Nel marzo del 2020 nella sede delle Nazioni Unite a New York, la celebrazione della Conferenza a 25 anni di distanza, con la valutazione di quanto è stato fatto nei diversi Paesi. Disattente le istituzioni italiane, cosa che rende più arduo il compito dell'associazionismo femminista 

Riportiamo il commento di Daniela Colombo 





Nel settembre del 1995 a Pechino si svolse la quarta Conferenza internazionale sulle donne delle Nazioni Unite, che vide la partecipazione di 15.000 donne politiche, diplomatiche ed esperte, mentre nella vicina Huairou 38.000 donne appartenenti a una moltitudine di organizzazioni di ogni parte del mondo, davano vita a un Forum della società civile quale non si è più visto e che molto probabilmente non si vedrà per vari anni ancora. La Conferenza di Pechino è rimasta nel ricordo e nell’immaginario delle militanti femministe e delle rappresentanti del movimento internazionale delle donne come il fulcro delle attività iniziate nel 1975 con la Conferenza di Città del Messico per raggiungere l’eguaglianza dei diritti tra donne e uomini, far sì che donne possano contribuire allo sviluppo dei propri Paesi e siano portatrici di pace.

Dopo la Conferenza di Città del Messico, altre due conferenze vennero organizzate dalle Nazioni Unite: nel 1980 a Copenaghen per dibattere i temi dell’Eguaglianza di diritti, e nel 1985 a Nairobi per discutere più ampiamente dei temi relativi allo sviluppo socio economico dei Paesi in via di sviluppo. A Copenaghen la firma del Governo italiano fu determinante per l’entrata in vigore della CEDAW, la Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, che costituisce ancora oggi la più importante carta internazionale dei Diritti delle donne, stabilendo gli standard di uguaglianza di diritti a cui fanno riferimento le organizzazioni femministe e femminili.

Alla Conferenza di Pechino gli Stati membri dell’ONU approvarono all’unanimità una Dichiarazione e una Piattaforma di Azione consistente in 12 Aree critiche di azione che coprono l’intera gamma dei diritti delle donne e dell’uguaglianza di genere che ogni Stato dovrebbe seguire, attribuendo alla società civile e alle organizzazioni delle donne in modo particolare un ruolo estremamente importante nell’elaborazione delle politiche e delle leggi sulle relazioni di genere, auspicando misure di azione positiva e l’istituzione o il rafforzamento dei meccanismi di parità.
Nuovi termini - in inglese e di difficile traduzione - vennero coniati al fine di avere un linguaggio comune per indicare:
1) il fatto che le donne sono discriminate rispetto agli uomini indipendentemente dall’etnia, casta, status sociale, religione, età, residenza (gender); 2) la necessità di stimolare la forza, l’autostima, la volontà di agire delle donne (empowerment); 3) l’inclusione di politiche e attività a favore delle donne in tutti i settori economici, sociali e ambientali (mainstreaming).

Vorrei ricordare che negli anni ’90 ci furono altri importanti appuntamenti per il movimento delle donne. Nel 1992 la Conferenza di Rio sull’Ambiente per la prima volta aveva riconosciuto il ruolo fondamentale delle donne per la salvaguardia dell’ambiente. Nel 1993 la Conferenza di Vienna sui Diritti Umani aveva affermato esplicitamente nella Dichiarazione conclusiva che “I diritti umani delle donne e delle ragazze sono un’inalienabile, integrale ed indivisibile parte dei diritti umani universali”, da cui scaturisce il riconoscimento che le forme specifiche di violenza contro le donne come violazione dei loro diritti umani. Nel 1994 la Conferenza del Cairo su Popolazione e Sviluppo si era conclusa con un Piano di Azione dettagliato sulla salute sessuale e riproduttiva, al quale era allegato un’analisi dei finanziamenti necessari per raggiungere gli obiettivi fissati.

Nel 1998 si svolsero a Roma i lavori per l’istituzione della Corte Penale Internazionale sui crimini di guerra, in cui si riconobbe che le violenze di massa e sistematiche, come lo stupro etnico, la gravidanza forzata e la tratta finalizzata allo sfruttamento sessuale sono un’arma di guerra da perseguire penalmente. Nel 2000 il Consiglio di Sicurezza approvò la prima Risoluzione su Donne, Pace e Sicurezza, la Risoluzione N.1325, nella quale si riconosceva l’impatto sproporzionato ed unico dei conflitti armati sulle donne e le ragazze e si richiedeva l’adozione di una prospettiva di genere che tenesse conto dei bisogni speciali di donne e ragazze durante i conflitti, la fase di rimpatrio, riabilitazione, reintegrazione e ricostruzione post conflitto. La Risoluzione richiedeva inoltre che le donne partecipassero nei negoziati di pace.

Nel 2001 entrò in vigore un Protocollo opzionale alla CEDAW che consente ad Associazioni e a individui di denunciare le violazioni esistenti nei diversi Stati alla apposita Commissione abilitata a condurre indagini sul caso e a formulare raccomandazioni al governo responsabile.
Tutto questo fu possibile perché gli anni ’90 furono un periodo storico particolare in cui erano nate grandi speranze. Era crollato il muro di Berlino: in pochissimi anni si era dissolta l’Unione sovietica e sembrava che la Russia stesse cercando una modalità democratica di governo. La fine dell’apartheid in Sud Africa aveva aperto nuove possibilità per tutto il continente africano. L’America Latina era in una fase di grande trasformazione e la maggioranza dei paesi si andava aprendo alla democrazia. In Medio Oriente e nel Nord Africa c’era una relativa stabilità, con regimi dittatoriali che però garantivano un certo livello di eguaglianza e l’esistenza di importanti organizzazioni di donne a livello nazionale. In Asia, la Cina si apriva al mondo, ospitando la più grande Conferenza delle Donne che si fosse mai vista, e il Giappone iniziava programmi concreti e creava Centri governativi allo scopo di emancipare le donne. Il Presidente degli Stati Uniti era il democratico Bill Clinton, la cui moglie, Hillary, visitò il Forum di Huairou e fece un discorso estremamente forte che rimarrà nella storia del movimento femminista e femminile.
Questo clima internazionale di speranza venne però a cessare con l’attacco alle torri gemelle e la guerra in Iraq. Il mondo negli ultimi venti anni è cambiato significativamente e il compito che spetta alla società civile e in modo particolare alle organizzazioni femministe e femminili è molto più arduo. Conflitti armati, rivoluzioni fallite, crisi economiche e finanziarie ricorrenti e sempre più gravi diminuiscono la crescita e aumentano la disoccupazione, prezzi del cibo che cambiano repentinamente, disastri naturali e l’effetto del gas serra che determina il riscaldamento globale e il cambiamento climatico, hanno aumentato la disuguaglianza e la vulnerabilità con conseguenti ondate di migrazioni.

La globalizzazione finanziaria, la liberalizzazione del commercio seguita da improvvise imposizioni di sanzioni da parte di alcuni Stati, la privatizzazione dei servizi pubblici (in modo particolare la sanità), la crescente interferenza delle società globalizzate nei processi di sviluppo, hanno mutato le relazioni di potere tra gli Stati e all’interno degli Stati, con un effetto particolarmente negativo sul godimento dei diritti umani e la creazione di un mondo più giusto.
  
Il mondo oggi è molto più ricco, ma molto più iniquo di quanto lo sia mai stato dal tempo della seconda guerra mondiale. Una società internazionale, Capgemini &RBC Wealth Management, pubblica ogni anno un rapporto sulla ricchezza globale. Siamo arrivate/i al punto che una ricchezza enorme si concentra nelle mani di pochissimi individui che hanno di conseguenza un potere enorme e un impatto sproporzionato sulle politiche, sugli investimenti e l’economia in generale. E certamente non serve che tacitino la loro coscienza creando Fondazioni “benefiche” che finanziano progetti di organismi delle Nazioni Unite o di Organizzazioni non governative multinazionali di origine americana o europea, per giunta concentrate in un numero ristretto di Paesi.

L’ambiente politico globalmente è diventato molto più reazionario e si è assistito ad un deficit di democrazia che va aumentando. I vari Trump, Putin, Bolsanaro, Modi, Duterte... usano la misoginia e l’oppressione delle minoranze e degli/lle immigrati/e per consolidare il loro potere.

Con la conseguenza che i governi, soprattutto negli ultimi 10 anni, si sono rifiutati di raggiungere compromessi e di trovare un accordo per fare avanzare l’agenda femminista soprattutto durante le sessioni annuali della Commission on the Status of Women, che è il principale organismo politico a livello internazionale. E il movimento femminista si è dovuto mettere sulla difensiva, preferendo mantenere il linguaggio di Pechino e le 12 Aree di Azione della Piattaforma, senza cercare di andare oltre.

Per tutti questi motivi, quando nel 2013 si cominciò a lavorare sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile, il movimento internazionale delle donne composto da reti di associazioni femministe e femminili e alcune Ong di cooperazione allo sviluppo, si è impegnato moltissimo e l’Agenda 2030 ha di fatto conglobato il Programma d’Azione di Pechino con tutte le sue novità, dandogli una forma diversa, con un Obiettivo specifico, il Goal 5, per l’Uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne e rafforzando il Mainstreaming negli altri 16 obiettivi.

Pechino + 25

Nel marzo del 2020 nella sede delle Nazioni Unite a New York, nell’ambito della 64ª Sessione della Commission on the Status of Women, alcune giornate verranno dedicate alla celebrazione della Conferenza di Pechino a 25 anni di distanza, cercando di fare il punto della condizione delle donne nei vari Paesi del mondo. “Pechino + 25” non sarà dunque una nuova Conferenza ma un appuntamento di valutazione di quanto è stato fatto, di quello che le donne hanno raggiunto negli ultimi 25 anni e le prospettive per il futuro.

L’appuntamento seguente sarà la High level week della 74ª Assemblea Generale dell’ONU che avrà luogo dal 23 al 26 settembre. In preparazione di questo appuntamento sarà organizzato il Generation Equality Forum che si svolgerà in due sessioni, una a Città del Messico a maggio (con una partecipazione di circa 2.500 persone) e l’altra a Parigi in luglio (con una partecipazione di circa 5.000 persone), organizzate da UNWOMEN, in collaborazione e in partenariato con la società civile e i due Stati che ospiteranno gli eventi.

In preparazione degli eventi Pechino + 25, le 5 Commissioni economiche delle Nazioni Unite per le varie Regioni hanno già organizzato tra ottobre e novembre i Regional Review Meetings, preceduti da Fora della società civile.
Il Regional Review Meeting dell’UNECE, la Commissione Economica per l’Europa che comprende anche i Paesi dell’ex Unione Sovietica, Canada, Stati Uniti e Israele, ha avuto luogo a Ginevra, presso la sede delle Nazioni Unite, il 29-30 ottobre 2019.

Il RRM dell’UNECE è stato preceduto dal Forum della società civile il 28 ottobre. A quest’ultimo erano presenti più di 400 attiviste provenienti da 48 paesi della Regione e si è lavorato in gruppi di lavoro per raggiungere un accordo e finalizzare i Fact sheets sui quali si era lavorato tramite internet nei tre mesi precedenti al Forum, identificando le priorità e preparando dichiarazioni secondo le prospettive regionali (6 schede) e tematiche (20 fact sheets), che non hanno valore di documenti negoziati, ma servono a dare una idea delle priorità e delle diverse opinioni del movimento delle donne e femminista della Regione UNECE.

Si è dibattuto molto sui nuovi problemi e le sfide strutturali, l’ambiente, il neo conservatorismo, le barriere economiche strutturali per la realizzazione dei diritti delle donne, la violenza contro le donne e le ragazze, la partecipazione politica delle donne, i sistemi di tassazione, le donne nei media e nell’accesso alla tecnologia.
Sono emersi nuovi concetti, come la definizione di Non State torture per alcune tipologie di violenza contro le donne, il tema della Inclusion (le giovani femministe, i diritti delle Lesbiche, Bisex, Transessuali/ Transgender e Intersex - l’acronimo LBTI invece di LGBTI, quindi non comprende più i gay - i diritti delle donne con disabilità, i diritti delle popolazioni indigene e i Rom, l’empowerment delle donne rurali, i diritti delle donne anziane, i diritti delle vedove), e la differenza tra Prostitution e Sex work. Su questo ultimo tema si è verificata l’unica rottura da parte di alcune organizzazioni facenti parte della European Women’s Lobby, che auspicano che la legislazione degli Stati membri dell’UE si adegui a quella svedese rendendo illegale la prostituzione.

Durante il Forum si sono definite le aree su cui è necessario concentrarsi e come influire sul processo Pechino + 25: trasparenza e monitoraggio, violenza contro le donne, salute e diritti sessuali e riproduttivi, pace e sicurezza, le donne sfollate, le donne migranti, i movimenti dei lavoratori, i sindacati, l’istruzione, il trasferimento di conoscenze e l’accesso delle donne alle tecnologie, la corporate & institutional accountability e il problema cruciale delle risorse disponibili e del finanziamento delle organizzazioni delle donne.

Al Regional Review Meeting erano presenti 867 partecipanti, 47 Delegazioni governative, 8 Ministre o Vice Ministre, 81 organizzazioni rappresentanti della società civile, aventi consultative status presso l’Ecosoc. Sono stati organizzati 10 Side Events. Francia, Canada, e i Paesi del Nord Europa hanno fatto la parte del leone, ma anche i Paesi dell'Ex Unione Sovietica sono stati presenti attivamente.

Grande apertura alla società civile è stata data non solo da UN- WOMEN ma anche da molte delle Delegazioni, tanto che l’incontro intergovernativo è stato aperto dall’intervento della Rappresentante delle Giovani femministe che ha riassunto i lavori e le proposte del Forum della società civile.

Dagli Stati membri dell’ECE sono stati inviati 51 Rapporti nazionali, 48 dei quali sono serviti per redigere un Rapporto di sintesi: Regional review of Progress: Regional Synthesis. Da questo si desume che i Paesi della Regione hanno dato priorità a tre aree principali: la violenza contro le donne, l’empowerment economico delle donne e la loro partecipazione politica. La violenza contro le donne ha avuto un grande impulso dalla Convenzione di Istanbul che è stata firmata o ratificata dalla maggioranza dei Paesi membri del Consiglio d’Europa e dell’ECE. L’Empowerment economico delle donne è una priorità in tutta la Regione e sforzi notevoli ci sono stati per sostenere l’inclusione delle donne nella forza lavoro tramite la conciliazione lavoro e responsabilità familiari, e affrontando il gap salariale.

Alcuni Paesi si sono avvicinati alla parità nella partecipazione politica delle donne a livello nazionale, applicando spesso il sistema delle quote. Molti Paesi hanno affrontato la segregazione orizzontale nell’istruzione, cercando di promuovere la partecipazione delle ragazze nei campi della scienza, tecnologia, ingegneria e matematica (STEM). Alcuni Paesi, come la Danimarca, il Belgio, la Svezia e la Finlandia hanno ottenuto ottimi risultati migliorando il gender mainstreaming e applicando strumenti speciali come misure di azione positiva temporanee, il bilancio di genere e l’analisi intersettoriale.

Uno dei settori nei quali non si è progredito è stato quello della protezione ambientale e del cambiamento climatico. Solo alcuni Paesi hanno iniziato ad avere una legislazione progredita in questi settori e ci sono pochi esempi di leadership delle donne.

Per quanto riguarda la violenza contro le donne è ancora difficile implementare standard riconosciuti a livello internazionale per la protezione, la risposta e l’accesso ai servizi e alla giustizia per le donne che hanno subito violenza. Anche nella Regione ECE, la più avanzata del mondo, persistono atteggiamenti patriarcali e norme sociali tradizionali che impediscono l’applicazione di un approccio centrato sulle vittime. Un altro elemento di frenata per l’eguaglianza di genere è la debolezza intrinseca ai meccanismi di parità che molto spesso non dispongono delle risorse umane ed economiche necessarie. 25 anni dopo la Conferenza di Pechino, che tanto entusiasmo e speranze aveva suscitato, non si è dunque raggiunta la piena eguaglianza di diritti tra donne e uomini in nessun paese della Regione ECE.

E l’Italia?

Poche le organizzazioni italiane presenti al Forum della società civile e come osservatrici alla Riunione Intergovernativa: D.I.Re, CGIL, Soroptimist, Zonta, Pangea e Pari o Dispare. Invece nessun/a rappresentante del Governo italiano era presente alla Riunione inter-governativa. Sullo scranno dell’Italia a turno si sono sedute un paio di stagiste presso la Rappresentanza italiana alle Nazioni Unite di Ginevra. Si è in seguito venute a conoscenza che la Ministra Bonetti non era stata informata dallo staff amministrativo di questo evento internazionale.

Il Rapporto del Governo italiano si trova in lingua inglese sul sito di UNECE. Non esiste il testo in italiano. A parte il fatto di essere stato inviato il 14 di agosto invece del 1° maggio, si tratta di un collage di documenti scritti dai vari Ministeri che lascia molto a desiderare, senza una vera riflessione su quanto è stato fatto (mancanza di monitoraggio e valutazione) e soprattutto su quanto si prevede di fare. Nelle linee guida di UNWOMEN per la redazione dei Rapporti nazionali era previsto chiaramente che i Governi avrebbero dovuto coinvolgere le organizzazioni portatrici di interesse e avrebbero dovuto avviare una campagna di informazione su quello che ha rappresentato la conferenza di Pechino per il movimento delle donne e per le istituzioni e sul processo Pechino + 25. Anche questo non è stato fatto e i media di conseguenza non si sono minimamente occupati dell’evento.
Il compito che spetta alla società civile è arduo, soprattutto perché si deve recuperare il tempo perduto. Difficilmente si riuscirà a fare uno Shadow Report sull’Italia. Ma potremmo chiedere al Governo di prendere seriamente Pechino + 25 e informare noi stesse l’opinione pubblica. Il movimento internazionale è molto attivo e alla CSW64 come ai due incontri del Generation Equality Forum presenteranno le loro valutazioni e le loro proposte.

Nonostante moltissimo rimanga da fare affinché il rispetto dei diritti umani, ivi compresi i diritti umani delle donne, divenga realtà in tutti i paesi del mondo, l’elaborazione tramite trattati internazionali concernenti standard di diritti civili, politici, economici, sociali e culturali e il loro monitoraggio, ha fornito e continua a fornire alle organizzazioni delle donne strumenti e linguaggi per rivendicare anche a livello nazionale il soddisfacimento dei bisogni, della dignità e della libertà di scelta delle donne. Partecipare a eventi come Pechino + 25, o seguirne il processo con l’aiuto di internet, ci permetterà come si è fatto in passato di connetterci con le organizzazioni di donne a livello internazionale, valutare quanto si è ottenuto a livello nazionale e regionale, scambiare esperienze positive, dibattere nuovi concetti, trarre ispirazione e progettare per il futuro.