12/10/23

DOIW / L’incombente catastrofe umanitaria in Palestina deve essere evitata

 L’Organizzazione Democratica delle Donne Iraniane (DOIW): "Il mondo non può restare a guardare!"


Lo Stato di Israele ha dichiarato lo “stato di guerra” contro Hamas a seguito di un’incursione organizzata sabato 7 ottobre, con lancio di razzi su Israele da parte del Movimento di resistenza islamica, l’uccisione di centinaia di civili e la cattura di numerosi ostaggi. Condanniamo l'uccisione di civili e i sequestri di donne, bambini e anziani; proprio come abbiamo condannato la persecuzione e l’uccisione di palestinesi, donne, bambini e anziani da parte dell’esercito israeliano e del numero crescente di coloni armati.

Il ministro della difesa israeliano ha ordinato il “totale assedio” di Gaza, “niente elettricità, niente cibo, niente acqua, niente carburante, tutto chiuso” (CNN, 23/10/09). Lo Stato di Israele ha isolato la Striscia di Gaza e ha avviato attacchi aerei sulla striscia di Gaza densamente popolata, distruggendo edifici residenziali e uccidendo centinaia di persone innocenti. Secondo le Nazioni Unite più di 123.000 persone hanno abbandonato le proprie case e cercano rifugio nelle scuole e altrove entro i confini di Gaza.

Il blocco della Striscia di Gaza dal 2007 ha comportato per i suoi abitanti una vita di massimo disagio, dovendo tollerare umiliazioni e violenze ai checkpoint israeliani solo per potersi guadagnare da vivere oltre i confini creati da Israele.

Lo stato di Israele ha violato le leggi internazionali e ha trattato il popolo palestinese con la massima ostilità e aggressività, mentre i coloni sono diventati un braccio dello stato israeliano, che ha usurpato la terra palestinese e violato i suoi diritti umani.

L’attuale governo di Israele, come molti governi reazionari e di destra dello stesso genere, vede la guerra come uno stratagemma efficace per rimanere al potere. Sta violando il diritto internazionale punendo collettivamente un’intera popolazione in risposta alle azioni di Hamas e minacciando, con un linguaggio appena mascherato, la pulizia etnica dei palestinesi – un crimine contro l’umanità.

Il mondo non deve restare a guardare e permettere che questa catastrofe umana si svolga. I media internazionali hanno la responsabilità di riportare la verità in modo imparziale e di non diventare i propagandisti della potenza militare più forte. Il Medio Oriente non ha bisogno di un’altra guerra il cui prezzo viene pagato da civili innocenti.

I cittadini israeliani e i palestinesi presi in ostaggio devono essere liberati, il blocco di Gaza deve finire, l’occupazione della Palestina deve finire.

Il mondo deve condannare la punizione collettiva da parte di Israele nei confronti del popolo palestinese e il massacro di civili, soprattutto donne, bambini e anziani, nella prigione a cielo aperto che è la Striscia di Gaza, e impedire che una nuova catastrofe umanitaria di enormi dimensioni si dispieghi davanti ai nostri occhi.

Mai più guerra!

Democratic Organization of Iranian Women 

11 ottobre 2023


09/10/23

Donne in Israele/Condanniamo qualsiasi aggressione nei confronti di civili innocenti

Gaza, ottobre 2023. La popolazione cerca riparo dai bombardamenti

Il Movimento delle Donne Democratiche in Israele esprime la sua profonda preoccupazione per l’escalation di operazioni militari in Israele e la Striscia di Gazae per la tragica perdita di vite innocenti – sia palestinesi che israeliane. Il movimento critica fortemente lo stanziamento da parte del presidente Biden di ingenti fondi per gli armamenti a Israele e lo spiegamento di navi militari nella regione del Mediterraneo. È necessaria una soluzione diplomatica, che rappresenta l’unica via per evitare ulteriore spargimento di sangue.

"Il sanguinoso attacco iniziato il 7 ottobre - dichiarano le donne democratiche in Israele - è stato una reazione al persistente assedio della Striscia di Gaza da parte del governo israeliano e all'occupazione illegale dei territori palestinesi. In un attacco coordinato, Hamas ha lanciato un'offensiva massiccia, lanciando migliaia di razzi su Israele, mentre i suoi militanti si sono infiltrati nelle città e nei villaggi rurali israeliani. Le conseguenze dell'assalto hanno provocato la morte di oltre 7.700 israeliani, tra cui più di 70 soldati, e oltre 2.400 altri sono rimasti feriti. Intanto, a Gaza, almeno 560 palestinesi hanno perso la vita, con oltre 2.900 feriti a causa dei bombardamenti israeliani.

L’orribile aggressione contro i civili israeliani, tra cui donne, bambini e anziani, di cui abbiamo visto filmati su diverse piattaforme mediatiche, è profondamente angosciante. Intere famiglie sono state uccise nelle loro case o catturate. Ci preoccupa particolarmente la condizione delle donne e dei bambini tenuti prigionieri mentre scriviamo. Esortiamo la comunità internazionale a fare pressione su tutti gli agenti competenti affinché siano rilasciati immediatamente tutti i civili, israeliani e palestinesi, e in particolare i bambini e le donne, tenuti in prigionia illegale.

Condanniamo con veemenza e ci opponiamo a qualsiasi aggressione nei confronti di civili innocenti. Chiariamo però che questa nostra condanna comprende anche i civili palestinesi, posizione non condivisa dal governo israeliano. È fondamentale analizzare questi tragici incidenti nel contesto appropriato: l’occupazione in corso, il blocco di Gaza e le trasgressioni quotidiane dei coloni in Cisgiordania e Gerusalemme est.

Lanciamo l’allarme che questa escalation richiederà un prezzo da pagare a tutte le parti, principalmente civili innocenti, soprattutto donne e bambini, da entrambe le parti. Il governo israeliano, che definiamo un regime para-fascista, non solo appoggia ma conduce attacchi violenti contro i palestinesi, equivalenti a una pulizia etnica. I segnali erano evidenti, impressi nello spargimento di sangue dei palestinesi e, ora, tragicamente, anche degli israeliani.

Gli sviluppi in corso pongono il rischio significativo di un grave conflitto nella regione con conseguenze devastanti. Siamo convinte che la soluzione dei Due Stati, che comprende la creazione di uno Stato palestinese indipendente all’interno delle linee di cessate il fuoco pre-1967 in Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme Est, sia la soluzione giusta e duratura al continuo spargimento di sangue".

9/10/2023  

MDM Portogallo / Per la Palestina una pace che richiede tempo ed è urgente

 Il grido delle donne per la pace nella Palestina libera e indipendente


Comunicato della segreteria nazionale del Movimento Democratico de Mulheres del Portogallo - 8 ottobre 2023

La recrudescenza improvvisa dello scontro tra Hamas (Palestina) e lo Stato di Israele ha già causato migliaia di morti e feriti e indicibili distruzioni in entrambi i territori.

Ma nulla accade per caso. Ci sono ragioni, che non possiamo ignorare, che hanno portato a questo risultato preoccupante per il popolo della Palestina e del Medio Oriente, ma anche per il popolo di Israele. Gli attacchi delle forze di occupazione israeliane agli insediamenti palestinesi e ai campi profughi, così come la violenza dei coloni e gli arresti arbitrari sono la vita quotidiana che i palestinesi, uomini e donne, giovani e bambini, affrontano ogni giorno. 

Si tratta di un conflitto permanente e umiliante che dura da decenni. Per andare al lavoro. Per andare negli ospedali e nelle scuole.  Gli si impedisce di viaggiare su strade destinate esclusivamente agli israeliani e li si obbliga a lunghe code e ore di attesa ai posti di blocco e ad altre barriere nel proprio paese. Città e persone vivono separate da muri invalicabili ed elettrificati.

L’immediato sostegno dei paesi “occidentali”, e in primo luogo degli Stati Uniti d’America e dell’“impareggiabile” presidente dell’Unione Europea, Ursula von der Leyen, indica la volontà di intensificare la guerra a favore degli interessi dell’industria degli armamenti, a scapito delle persone.

Israele è attualmente la più grande potenza militare della regione e l’unica a possedere armi nucleari, il che aumenta paure e pericoli. Se alle centinaia di Risoluzioni approvate alle Nazioni Unite fosse seguita la realizzazione di due Stati liberi e indipendenti, non ci troveremmo oggi di fronte all’ennesima ribellione degli oppressi e stremati, in una terra dove già regna l’apartheid.

Il popolo palestinese resiste da decenni a questa oppressione e umiliazione. A nostro avviso, la guerra dichiarata da Israele non farà altro che aggravare il malcontento, la rivolta e la violenza.
Il Movimento Democratico de Mulheres riafferma la sua solidarietà con le donne e il popolo palestinese nel loro diritto inalienabile alla resistenza contro l’occupazione israeliana e riafferma la sua solidarietà con le donne e il popolo israeliano, anch’essi vittime di uno Stato occupante e aggressore.

MDM Portogallo chiede negoziati di pace e la fine della guerra. Solo la pace in Medio Oriente con la soluzione della questione palestinese nel rispetto delle pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite e del diritto internazionale garantirà i diritti inalienabili del popolo palestinese ad una patria libera e indipendente e ad una pace giusta e duratura. 

MDM Portogallo chiede al governo portoghese di assumersi la propria responsabilità costituzionale, intervenendo a favore della creazione dello Stato di Palestina entro i confini del 1967 e con capitale a Gerusalemme Est, garantendo il ritorno dei profughi, la liberazione dei prigionieri, la consacrazione del diritto alla terra e ad una vita dignitosa. 

Consiglio Mondiale della Pace /Il popolo palestinese ha il diritto di resistere all’occupazione

 

Il Consiglio Mondiale per la Pace (WPC) esprime profonda preoccupazione per la catena sanguinosa di eventi in Palestina e Israele che ha già portato alla perdita della vita di centinaia di civili da entrambe le parti e a migliaia di feriti. 


«Affermiamo chiaramente che la causa principale di questa escalation è e rimane la decennale occupazione israeliana dei territori palestinesi, le politiche di insediamenti, il saccheggio delle terre, il muro di separazione in Cisgiordania e l’umiliazione quotidiana, le aggressioni e le uccisioni di Palestinesi da parte del regime di occupazione, le migliaia di prigionieri palestinesi, i blocchi stradali, la discriminazione e il mancato riconoscimento del diritto inalienabile del popolo palestinese ad avere il proprio Stato.

Come ci si può aspettare che l’ingiustizia e l’occupazione non scatenino e non producano reazioni da parte del popolo palestinese che ha il legittimo diritto di resistere all’occupazione, come è chiaramente affermato nel diritto internazionale? L’attuale governo israeliano, in continuità con i precedenti, ha intensificato ulteriormente le provocazioni in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza vivono sempre più in una prigione “a cielo aperto”.

La decisione di porre fine alle attuali ostilità spetta al governo israeliano, che invece cerca di trarre vantaggio dalla situazione determinatasi bombardando pesantemente la Striscia di Gaza palestinese, mentre pesanti e gravi responsabilità ricadono sugli Stati Uniti, sull’UE e sui loro alleati nella regione e nel mondo, che non solo sostengono e supportano l’occupazione in corso, ma oggi parlano anche in modo ipocrita del “diritto all’autodifesa di Israele”, omettendo colpevolmente lo stesso diritto per il popolo palestinese.

È in realtà lo stesso governo di Israele a danneggiare il suo stesso popolo (ebrei e arabi) con la permanente occupazione della Palestina; l'attuale escalation dimostra che la negazione del diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese non consente la pace e la stabilità nell'intera regione e soprattutto in queste ore in cui esiste il pericolo di una estensione regionale della guerra.

Il WPC ribadisce e sottolinea la sua richiesta di mettere fine all'occupazione di tutte le terre palestinesi da parte di Israele, con la creazione di uno Stato di Palestina indipendente entro i confini precedenti al 4 giugno 1967, con Gerusalemme Est come capitale. Chiediamo il rilascio di tutti i prigionieri politici palestinesi dalle carceri israeliane e il diritto al ritorno di tutti i rifugiati palestinesi secondo la risoluzione 194 delle Nazioni Unite. L'occupazione e l'ingiustizia non possono durare per sempre!»

8 ottobre 2023

07/10/23

OGE/Solidarietà con il popolo della Palestina

 

La Federazione delle Donne di Grecia (OGE) esprime la sua solidarietà al popolo palestinese e sostiene la sua giusta lotta, stando al fianco delle donne e dei bambini che resistono eroicamente contro la violenza e il terrorismo dell'occupazione israeliana.


Gli avvenimenti delle ultime ore ripropongono i crimini commessi dallo Stato israeliano contro un popolo che quotidianamente affronta l'escalation di attacchi con i raid, i bombardamenti, le centinaia di morti, feriti, sfollati, mentre migliaia di prigionieri politici, tra cui centinaia di ragazzi, sono nelle carceri israeliane.

Rafforzeremo la lotta contro coloro che causano, alimentano e perpetuano questa barbarie.

Ci opponiamo ai piani imperialisti di Stati Uniti, Unione Europea e dei loro alleati che da anni armano e sostengono i crimini israeliani contro i palestinesi.

Smascheriamo il gioco sporco dei governi greci che sostengono l’occupazione israeliana in Palestina, potenziando con tutti i mezzi la cooperazione con lo stato assassino israeliano, mentre si rifiutano di attuare la decisione unanime del 2015 del parlamento greco di riconoscere uno Stato palestinese indipendente.

Continuiamo senza compromessi dalla parte del popolo e delle donne palestinesi e nella lotta fino alla fine dell’occupazione e degli insediamenti israeliani, fino al ritorno dei rifugiati alle loro case, fino alla vittoria di una Palestina indipendente entro i confini del 1967, con l’Est Gerusalemme come capitale e il popolo sovrano nel suo paese.

7 ottobre 2023




28/09/23

Diciamo basta alla persecuzione politica contro Lorena Peña, presidente della Federazione Democratica Internazionale delle Donne!


La segreteria internazionale della WIDF denuncia un nuovo attacco giudiziario del governo salvadoregno di Bukele contro la presidente internazionale Lorena Peña Mendoza, che va ad aggiungersi ai precedenti, secondo una palese strategia di “lawfare”, ossia di uso addomesticato delle procedure legali per intimidire e ostacolare un’avversaria politica.

27 settembre 2023

Denunciamo un nuovo attacco giudiziario e l'aumento delle molestie e della persecuzione politica da parte del governo salvadoregno contro la nostra Presidente Lorena Peña Mendoza.

Nei giorni scorsi sono iniziate le udienze contro Lorena per un'insulsa e falsa accusa di arricchimento illecito. Accusa che non ha alcun fondamento probatorio e che, come se non bastasse, si sta sviluppando, con il rifiuto della Prima Sezione del Tribunale Civile di includere importanti prove documentali e testimoniali presentate dalla nostra presidente, atto che costituisce una violazione del suo diritto alla difesa.

 Questa azione viola il diritto alla difesa e a un processo giusto e imparziale.

A questa grave situazione si aggiunge ora la presentazione di una falsa denuncia priva di elementi probatori presentata alla Procura dal partito al potere in Salvador, in cui si chiedono nuovi processi con nuove accuse contro Lorena Peña Mendoza.

 Denunciamo questi atti che violano i diritti umani della nostra presidente, chiediamo che sia garantito un processo giusto e imparziale e che sia riconosciuta la sua innocenza.

 Chiediamo che cessi la persecuzione politica (messa in atto attraverso il sistema giudiziario) contro Lorena Peña Mendoza e che queste azioni del governo non raggiungano il livello criminale.

 Chiediamo che sia rispettata l'integrità fisica e morale di Lorena Peña Mendoza, presidente internazionale della WIDF.

La segreteria internazionale della WIDF

11/09/23

Cile 50 anni dopo / Il sogno desaparecido


… quel disastro orchestrato dagli Stati Uniti in Cile, che fece aprire gli occhi ad alcuni occidentali sulla politica estera statunitense. Quello che avremmo dovuto capire allora – ma che la maggior parte di noi non capì – è che molti Paesi, compreso il mio (la Norvegia NdT), hanno una politica estera ufficiale e una che non è ufficiale. Nel caso degli Stati Uniti, oltre che del mio Paese, ciò che la maggior parte di noi cittadini si sente dire, escludendo tutto il resto, sono frasi come “Stato di diritto”, “democrazia”, “libertà”, “pari diritti”, ecc. Ma i Paesi con cui in qualche modo interagiamo possono non vederci come ci vediamo noi. https://www.pressenza.com/it/2023/09/cile-50-anni-dopo-il-golpe-dell11-settembre/

 di Katjana Edwardsen *

Quello che pensavamo di sapere

Pochi di noi sapevano, l’11 settembre 1973, che il Cile non era né il primo né l’ultimo Paese a essere crocifisso dagli Stati Uniti, che il Cile, per gli USA, era solo business as usual. Ahimè, io per prima sono stata ingenua: pensavo che il Cile fosse un’eccezione.

Vedete, mentre il colpo di stato orchestrato dagli Stati Uniti in Cile ha sacrificato, nel corso degli anni successivi, circa tremila vite, la maggior parte delle quali è stata torturata fino alla morte, alcuni degli altri Paesi onorati dall’interessamento degli Stati Uniti hanno avuto una sorte ben peggiore. Per esempio, l’Operazione Condor costò solo in Argentina circa 30.000 vite. Ma la maggior parte di noi non ne ha mai sentito parlare. E se ci è capitato di sentir parlare della “Scuola delle Americhe” (1), abbiamo liquidato ciò che abbiamo sentito come quella che all’epoca si chiamava “teoria della cospirazione”.

Tuttavia, pochi di noi in Europa ignoravano l’orribile persecuzione di chiunque fosse anche solo vagamente sospettato di opporsi al dittatore cileno Pinochet, e pochi europei – di destra o di sinistra – condonavano la tortura e le esecuzioni extragiudiziali (anche se pare che Pinochet sia stato calorosamente applaudito da Margaret Thatcher). A nostro avviso, il presidente Salvador Allende e i suoi seguaci avevano lavorato per portare in Cile i diritti umani e la socialdemocrazia, mentre Pinochet e i suoi scagnozzi avevano definitivamente posto fine a tutto ciò in cui la maggior parte di noi – anche persone di destra – credeva.

Perché molti di noi qui sanno del Cile e non dell’Argentina, del Brasile, del Perù, dell’Uruguay, della Bolivia, eccetera, per non parlare degli orrori perpetrati dalle marionette statunitensi in America centrale? Per non dire dell’Iran! Perché molti di noi qui cantano “El pueblo/unido/jamás será vencido”, oltre alle canzoni di Victor Jara? Pongo questa domanda perché la ritengo importante: il movimento di opposizione cileno deve aver fatto qualcosa di monumentalmente giusto, nel senso che si è fatto sentire alla grande, nonostante il fatto che fosse estremamente diviso.

Non so dirvi cosa abbiano fatto di buono, perché non lo so. Forse è stato l’eroismo di Victor Jara, che ci ha fatto alzare in piedi, urlando di indignazione. Sapevamo, naturalmente, che non era l’unico, ma la sua ultima resistenza è stata davvero magnifica.

Quell’11 settembre del 1973

La mattina presto dell’11 settembre era partito per l’Università Tecnica Statale (UTE) dove lavorava. Quel giorno il Presidente Allende stesso avrebbe parlato per annunciare che avrebbe indetto un plebiscito. Gli studenti dell’UTE erano tra i più calorosi sostenitori di Allende e da diversi giorni stavano preparando una mostra per dimostrare i progressi ottenuti durante l’amministrazione Allende. Tuttavia, quando hanno saputo del colpo di Stato, gli studenti e i loro insegnanti hanno occupato gli edifici e sprangato il grande cancello.

Non erano del tutto impreparati: il Paese era profondamente polarizzato. «Si parlava di colpo di Stato, ma se non si è mai vissuto un colpo di Stato, non si possono immaginare le ripercussioni sulla propria vita o su quella dell’intera società… È come parlare di guerra, quando non se ne è mai vista una. Così, quando abbiamo preso in considerazione la possibilità di un colpo di Stato, ci siamo limitati a dire che avremmo occupato l’università».

Purtroppo, la mattina presto del 12 settembre, le forze di sicurezza hanno sfondato il cancello e hanno iniziato a sparare. I sopravvissuti – 600 studenti e i loro insegnanti, tra cui Victor Jara – furono infine portati allo stadio e torturati. A loro si aggiunsero presto migliaia di altre persone. Victor Jara dovette sopportare quattro giorni di trattamenti indicibili. «Lo riconobbero subito e cominciarono a rompergli la faccia». Gli furono negati cibo e acqua. Uno degli altri prigionieri riuscì a portargli di nascosto un quaderno in cui scrisse le sue ultime strofe, intitolate “Somos cinco miles” (Siamo cinquemila). Gli tagliarono la lingua perché smettesse di cantare, gli ruppero tutte le dita e… devo continuare? Il 16 settembre hanno finalmente posto fine alle sue sofferenze con almeno 23 colpi di pistola, forse di più, e hanno gettato il cadavere in una strada.

Dovrei spiegare che le forze contrarie alla socialdemocrazia dovevano impedire a tutti i costi che Allende convocasse il plebiscito e dimostrasse le sue intenzioni democratiche? La maggior parte di noi ha visto il meraviglioso film di Costa Gavras Missing e ha letto il romanzo di Isabel Allende La casa degli spiriti, ma entrambi sono del 1982, nove anni dopo il colpo di Stato!

Un regista, tuttavia, stette sul pezzo: Patricio Guzmán. Egli riuscì a documentare alcune delle iniquità subite dal popolo cileno durante la dittatura. La sua trilogia del 1975, 1977 e 1979 – La batalla de Chile – è liberamente visibile con sottotitoli in inglese. Rappresenta una testimonianza indelebile di ciò che il Cile ha subito. I suoi film hanno sostenuto la piccola fiamma di speranza che è esplosa nella rivolta “estallido” iniziata il 18 ottobre 2019.

 

La Costituzione – atto I

Il Cile di Pinochet è stato il “laboratorio” di quello che oggi chiamiamo “neoliberismo”. Per citare Naomi Klein in conversazione con Democracy Now:

«Il Cile è stato il laboratorio di quella che viene chiamata la Scuola di Economia di Chicago. È stato il primo posto al mondo in cui le idee radicali di Milton Friedman, che credeva nella privatizzazione di tutto, tranne che delle forze armate… venivano applicate. Erano idee dirompenti negli anni Sessanta, quando era ancora, come dire, un’epoca keynesiana, e quindi non erano in grado di introdurre queste idee negli Stati Uniti. … E così, fu solo in Cile, all’indomani del brutale colpo di stato e della morte di Salvador Allende, che gli economisti di Chicago ebbero il loro piccolo parco giochi dove poter testare molte delle politiche che sarebbero state poi globalizzate».

L’esperimento ha funzionato, nel senso che il PIL è salito alle stelle, ma il PIL non ci dice nulla su come viene distribuito il reddito nazionale: in Cile, non è affatto distribuito.

Il più grande trionfo neoliberista è stata la Costituzione di Pinochet del 1980, che più o meno santifica la proprietà privata. È stata una benedizione per i ricchi sfondati e un flagello per il resto della popolazione. Con pochi emendamenti, è ancora in vigore oggi. Impedisce di fatto la creazione di un servizio sanitario nazionale e di un’istruzione universitaria pubblica. Tutto, compresa l’acqua, è in vendita al miglior offerente. I giovani non hanno futuro. Gli anziani possono a malapena permettersi di sopravvivere quando vanno in pensione.

Circa un anno fa, ho trascorso alcune ore a leggere la bozza finale di una nuova Costituzione. Ho letto molti documenti legali nella mia vita, ma quella bozza di Costituzione era uno dei testi più belli che abbia mai incontrato. Secondo un articolo molto accurato di Wikipedia (aggiornato al 13 agosto 2023) il suo preambolo recita:

“Noi, popolo del Cile, composto da diverse nazioni, ci concediamo liberamente questa Costituzione, concordata in un processo partecipativo, paritario e democratico”.

In effetti, il progetto di Costituzione è stato creato dal “popolo cileno”, che ha eletto ciascuno dei 155 membri della “Convenzione Costituzionale” direttamente, cioè non attraverso il Congresso.

Vi invito a guardare il film di Patricio Guzmán Il mio paese immaginario, che racconta l'”estallido” e gli eventi successivi che hanno portato alla creazione del progetto di Costituzione del popolo.

 

La Costituzione – atto II

Ahimè, il plebiscito del 4 settembre ha respinto il bellissimo progetto di Costituzione popolare, come in effetti avevo temuto. Oltre a molte ridondanze nel testo, che avrebbero potuto essere facilmente eliminate, c’erano anche difetti del tipo “troppo, troppo in fretta”. Sebbene la maggior parte dei cileni desiderasse una riforma sociale e avrebbe probabilmente preferito vivere in una cosiddetta “socialdemocrazia”, tra loro c’è molto conservatorismo e nazionalismo. L’espressione “diversità sessuali e di genere e dissidenti”, ripetuta sei volte in tutto il testo, avrà generato diffidenza e persino disgusto, mentre il riferimento a 11 popoli indigeni come “nazioni” nell’articolo 5 avrà diffuso confusione e persino rabbia.

Ovviamente, la stampa prevalentemente di destra ha capitalizzato sulla confusione e la sfiducia e ha avvisato i suoi lettori che, se la Costituzione fosse stata approvata, il risultato sarebbe stato la disoccupazione di massa, a cui si sarebbero aggiunti un’inflazione ancora maggiore, un aumento della criminalità e dell’immigrazione clandestina. Inoltre, le case sarebbero state espropriate. Ci sarebbe stata la dissoluzione delle famiglie, aborti a bizzeffe, confusione sessuale generale e depravazione.

Secondo la mia esperienza, se dite alla gente che, se non fa quello che gli dici di fare, perderà il lavoro e le loro nipoti femmine si trasformeranno in nipoti maschi e viceversa, nella maggior parte dei casi seguirà i vostri dettami. Soprattutto se gli avete impedito di ricevere un’istruzione decente, in modo che non possa scoprire il vostro trucco. Si chiama ricatto.

Eccoci quindi tornati al punto di partenza: un Congresso a stragrande maggioranza di destra è stato incaricato di redigere una nuova Costituzione. Una cosiddetta Commissione di esperti (CE), composta da 24 membri selezionati dal Congresso, ha già preparato una prima bozza, alla quale sono stati proposti emendamenti che vengono discussi da un cosiddetto Consiglio costituzionale composto da 50 membri, 33 dei quali sono rappresentanti dell’estrema destra. Il destino della bozza finale dipenderà dal referendum del 17 dicembre 2023.

Per chi legge lo spagnolo, la bozza del CE e le successive proposte di modifica possono essere esaminate qui. Ciò che è chiaro, tuttavia, è che alcuni degli emendamenti proposti dall’estrema destra sono di cattivo auspicio. Secondo la testata on line Ciperchile, undici di essi, in particolare, portano il marchio dell’ideologia di Pinochet. Ad esempio, rispetto al progetto della CE:

– Attualmente gli emendamenti alla Costituzione devono essere approvati dal 66,6% del Congresso. Di conseguenza, è stato praticamente impossibile introdurre cambiamenti. L’estrema destra vuole che le cose rimangano così (la CE ha proposto di ridurre l’approvazione del Congresso al 60%).

– L’estrema destra vuole anche mantenere il potere della Corte costituzionale di bloccare la legislazione. (La CE riduce il potere della Corte costituzionale e lo ridefinisce come consultivo).

– L’estrema destra vuole mantenere quello che Ciperchile definisce il “modello di sussidiarietà” dell’UE, una buona cosa forse per l’UE, ma non per il Cile. In pratica funziona così: lo Stato deve impegnarsi solo in attività che non sono di interesse per gli investitori privati. Per esempio: se tutte le persone hanno il diritto di scegliere se pagare un’assicurazione sanitaria privata o pubblica, gli ospedali pubblici saranno sottofinanziati o inesistenti. Lo stesso vale per gli istituti di istruzione superiore e per i programmi di sicurezza sociale, compresi i fondi per la pensione e la disoccupazione.

Questa è stata una questione fondamentale per coloro che hanno partecipato alle proteste. L’implicazione è ovviamente che, se gli ospedali pubblici e le università pubbliche devono essere finanziati dallo Stato, sarà necessaria una riforma fiscale. Il sistema fiscale cileno “è molto regressivo, con una forte dipendenza dalle imposte indirette, che colpiscono principalmente i settori a medio e basso reddito della popolazione”. È necessaria “l’introduzione di un’imposta progressiva sui patrimoni più elevati e di una tassa sulle grandi ricchezze. Meno dello 0,1 % della popolazione, i ricchissimi, possiedono l’equivalente del PIL del Cile. Tassando la loro ricchezza con un’aliquota del 2,5% si raccoglierebbero circa 5 miliardi di dollari, pari all’1,9% del PIL”.

– L’estrema destra riconosce i trattati internazionali sui diritti umani solo nella misura in cui sono compatibili con la Costituzione cilena.

– L’estrema destra intende limitare il diritto di sciopero dei lavoratori.

– L’estrema destra vuole proibire l’aborto.

– L’estrema destra non vuole aumentare i diritti delle comunità indigene.

La parte della Costituzione che riguarda l’acqua

Forse sapete che il Cile soffre da diversi anni di grave carenza d’acqua. Nelle zone centrali e più popolate, l’acqua deve essere consegnata con camion cisterna. Ciò che non è stato detto, tuttavia, è che questo non è solo il risultato del cambiamento climatico. Uno degli slogan dei manifestanti dell'“estallido” era “Non è siccità, è furto”.

Si potrebbe pensare che l’acqua sia un diritto umano. Non è così in Cile, dove la proprietà dell’acqua è definita dal mercato e l’attuale costituzione dice espressamente che i ‘diritti dell’acqua’ sono considerati proprietà privata. La proprietà dell’acqua non richiede la proprietà della terra, per cui ci sono proprietari di acqua che non hanno terra e proprietari di terra che non hanno acqua.

Secondo un’intervista rilasciata ad esempio a Resilience.org dal Presidente Piñera (fino al 2020) “… il ministro dell’Agricoltura, Antonio Walker Prieto e la sua famiglia possiedono più di 29.000 litri al secondo, che equivalgono alla fornitura ininterrotta di acqua utilizzata da circa 17 milioni di persone”.

Un’ultima citazione, questa volta da Earth.org:

«Il sistema consente alle aziende agricole, energetiche e minerarie di acquistare e vendere le assegnazioni di acqua come se fossero azioni della società. Ma mentre questo ha favorito una fiorente economia di esportazione, trasformando il Cile in un grande esportatore di prodotti, dal rame agli avocado e al vino, milioni di persone sono state lasciate indietro. Gli agricoltori di tutto il Paese hanno visto andare in fumo anni di lavoro, poiché la siccità ha lentamente consumato il loro raccolto e compromesso in modo irreversibile colture come patate, riso, mais, fagioli, alberi da frutto e vigneti. Nel frattempo, centinaia di comunità rurali che hanno perso tutto non hanno avuto altra scelta che vendere le loro terre e trasferirsi nei centri urbani».

L’economia cilena – la maggiore del Sud America per PIL pro-capite – si basa su tre industrie che hanno bisogno di molta acqua: l’industria mineraria, l’agricoltura e la silvicoltura. Sostenuta dal sistema dei diritti privati, quest’ultima – che rappresenta solo il 3% del PIL del Paese – ha accesso a quasi il 60% delle risorse idriche cilene. Un altro 37% è destinato al settore agricolo, lasciando solo il 2% circa per il consumo umano.

Nei media cileni si è parlato molto di acqua durante la preparazione del progetto di Costituzione popolare. Per qualche motivo, trovo che la parola “acqua” non venga quasi mai menzionata in relazione al progetto di Costituzione del Congresso. Sospetto che nessuno creda che l’estrema destra rinuncerebbe mai e poi mai ai diritti di proprietà sull’acqua. Se avete visto il film Mi país imaginario di Patricio Guzmán, avrete notato che il Congresso viene talvolta definito come una “cricca di famiglie interconnesse”.

Credo di aver dimostrato che lo Stato cileno e il suo Congresso sono palesemente al servizio degli interessi di una parte infinitesimale della popolazione cilena. La politica interna del Cile appare estremamente cinica. È un’eccezione?

 

NOTA: (1) Fin dalla sua fondazione nel 1946, la Scuola delle Americhe (ribattezzata Istituto dell’Emisfero Occidentale per la Cooperazione alla Sicurezza o WHINSEC, nel 2001) ha addestrato assassini, capi delle squadre della morte e violatori dei diritti umani per il lavoro sporco in America Latina.

Traduzione dall’inglese di Daniela Bezzi. Revisione di Thomas Schmid

* Katjana Edwardsen è una linguista e traduttrice norvegese. Ha lavorato principalmente per il Servizio nazionale norvegese di investigazione criminale. Scrive spesso su diversi argomenti sociali e politici, soprattutto sul suo blog: pelshval.com. Uno dei principali campi di interesse di Katjana è l’America Latina.


24/08/23

A Bruxelles un “controvertice” globale e femminista contro la NATO

Nella foto: Bruxelles, Parlamento europeo, 6 luglio 2023. Clare Daly, Skevi Koukouma, Özlem Demirel, Ulla Klotzer durante l'incontro della rete Global Women for Peace united against NATO con le auroparlamentari di GUE/NGL


Prima che i capi di stato e di governo si riunissero a Vilnius per la riunione annuale del Patto, mentre sullo sfondo perdurano l’orrore della guerra in Ucraina e l’impegno europeo nella politica di guerra, un coordinamento di donne provenienti da tutto il mondo – la rete Global Women for Peace united against Nato – è convenuta a Bruxelles, dal 6 al 9 luglio, dove ha la sua sede centrale l’Alleanza Atlantica, per tracciare linee alternative femministe per la pace. Un programma di attività seminariali di respiro internazionale ed incontri istituzionali presso il Parlamento Europeo e lo stesso quartier generale della NATO.

Tra i fatti più eclatanti del ricco dibattito di queste giornate è stata segnalata la grave corruzione dell’Agenda ‘Donne, Pace e Sicurezza’. Un caposaldo di innovazione della politica internazionale del XXI secolo, nato dalla risoluzione n.1325 adottata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nell’ottobre del 2000, per aumentare le tutele contro le note e secolari violenze su donne e ragazze durante i conflitti, ma soprattutto per porre al centro il ruolo attivo delle donne nel mantenimento e nella promozione della pace e nella risoluzione dei conflitti.

Un primo passo per un diverso approccio al tema della sicurezza che ha dato luogo negli ultimi vent’anni a politiche attive su scala internazionale, nazionale e locale. Un lavoro che secondo le attiviste rischia oggi di essere vanificato perché tradito nel suo spirito iniziale a causa di declinazioni deformanti sull’approccio di genere nei piani nazionali messi in opera. Senza contare il crescente militarismo portato nelle scuole pubbliche e la militarizzazione della ricerca scientifica.

Bruxelles Parlamento Europeo, 6 luglio 2023: la delegazione delle Global
Women for Peace united against NATO incontra le parlamentari GUE/NGL

Durante il dibattito del 6 luglio presso il Parlamento Europeo, due europarlamentari del gruppo GUE/NGL Sinistra Europea, Clare Daly e Özlem Demirel, hanno incontrato pienamente i punti fondamentali della Dichiarazione per la pace formulata dalla rete delle donne per manifestare una precisa volontà politica. Il gruppo lavora per una nuova struttura di sicurezza per l’Europa, che si può ottenere solo attraverso lo smantellamento della NATO e attraverso lo sviluppo di diplomazia e relazioni internazionali che abbiano come chiave di volta la centralità della posizione della donna in un mondo multipolare, votato ad una maggiore giustizia sociale e ad una crescente solidarietà globale. Le linee femministe e umaniste non hanno però lo spazio che meritano per potersi sviluppare appieno in un mondo che le vorrebbe corrompere e che rischia nuovamente di precipitare a caduta libera nella formula esasperata del dominio militare.

«Quella delle donne globali unite contro la Nato è una dichiarazione mai necessaria come ora – ha sostenuto infatti Clare Daly –  che il femminismo è stato spietatamente cooptato dal complesso industriale militare […] la NATO si è basata sul potere dei social media e sul peso emotivo delle politiche identitarie  e sta sfruttando gli influencer online e la più sottile concezione dell’uguaglianza di genere per spingere la sua agenda patriarcale e militarista…abbiamo tutti sentito parlare di greenwashing da parte delle aziende; è ora di iniziare a parlare di girl-washing da parte del complesso industriale militare».

Anche Özlem Demirel ha insistito sulla questione della militarizzazione e la corsa agli armamenti. «Clare ed io abbiamo sentito molti discorsi al riguardo in questa casa – è l’obiettivo principale e anche l’argomento utilizzato per raccontare questa guerra. Il ministro degli Esteri tedesco parla di una politica estera femminista ma intende la militarizzazione. Le donne invece sono per la pace! La NATO ci sta dicendo che noi/loro lotteremmo per la democrazia, raccontandoci che vogliono combattere per i diritti delle donne. Eppure noi sappiamo dolorosamente dal nostro passato, e dal presente, che il militarismo e la guerra indeboliscono sempre e ovunque i diritti delle donne e la democrazia».

Patrizia Sterpetti, di WILPF Italia – storica organizzazione pacifista il cui operato è stato rilevante affinché si inserisse nel piano nazionale italiano il tema del disarmo – ha partecipato al controvertice quale portavoce, insieme a numerose donne italiane, consegnando alle due europarlamentari dei dossier sulla situazione in Italia e sulla questione delle servitù militari in Sardegna. Documenti che sollevano l’illegittimità della presenza di armi nucleari in Italia e che denunciano le gravi mancanze rispetto alla tutela della salute pubblica e dell’ambiente nei siti dove sono state collocate le basi militari, contribuendo a portare all’attenzione europea problemi che non dovrebbero restare circoscritti al solo contesto nazionale.

Siamo all’indomani del Vertice di Vilnius e ciò che emerge in questi giorni è che si sottolinea ancora la militarizzazione delle relazioni internazionali, alle quali voi vi siete opposte fin dall’anno scorso, a partire dalla presentazione dell’ultimo strategic concept 2022 della NATO a Madrid e che già allora avete criticato. Cosa è emerso con questo vostro nuovo incontro a Bruxelles?

Durante l’incontro presso il Parlamento Europeo si è sostanziato in maniera molto accurata il fatto che è stata progressivamente modificata e manipolata l’Agenda donne, pace e sicurezza, che è stato il frutto di tanto lavoro e impegno politico da parte delle donne nel corso del tempo.  Il riconoscere da parte di tutte che l’eguaglianza e lo sviluppo sono possibili soltanto in un’atmosfera di pace, mentre la Nato non ha fatto altro che impossessarsi dell’agenda e trasformare il messaggio femminista in una militarizzazione della presenza delle donne, ponendole come protagoniste del militarismo. Purtroppo, coinvolgendo e sponsorizzando anche delle figure molto note e creando questo nuovo modello. L’idea soggiacente è di arrivare a una politica estera femminista che è soltanto una politica in cui sostanzialmente sono presenti le donne, ma senza il portato del femminismo. Senza cioè quel messaggio non competitivo, cooperativo, che aborrisce la violenza e che è contrario alla guerra.

Voi volete smascherare la narrazione ufficiale rispetto alla NATO, ovvero che sia un patto eminentemente difensivo, quando invece sappiamo che in realtà l’alleanza si espande. Oltre ad allargare l’adesione agli Stati che vogliano farvi parte, anche attraverso le proprie basi militari.

Sì. È un’entità che, sebbene cerchi di inglobare nuovi soggetti, come ha fatto con il Giappone, per appunto circondare la Cina e la Russia, è sostanzialmente un soggetto autoritario ed è estremamente parziale dal punto di vista geografico, perché chiaramente difende essenzialmente gli interessi dell’Occidente. Per le basi sono poi stati scelti storicamente dei luoghi incontaminati, bellissimi. Spesso delle isole trasformate in luoghi contaminati e di grande sofferenza. Personalmente, come italiana, ho consegnato a Clare Daly e a Özlem Demirel, una serie di dossiers relativi alla Sardegna e legati a diversi aspetti, ovvero alla criminalizzazione dei difensori dei diritti ambientali e in particolare faccio riferimento ai quaranta attivisti incriminati per l’operazione “lince”, accusati addirittura di terrorismo. La problematica relativa al fatto che non esiste un registro dei tumori in Sardegna, il fatto che la legge, il testo unico dell’ambiente, non include le attività militari nell’esame delle attività contaminanti e pericolose, e poi anche le questioni legate alle proposte che fanno i militari per fare delle bonifiche, sempre però trascurando aspetti fondamentali e con l’intento non di ritirarsi dalle attività militari, ma di ripristinarle… mi riferisco alla cosiddetta penisola Delta. C’è poi anche il problema dell’espansione della RWM, che è stata bloccata, ma per la quale c’è un contenzioso. Ci sono veramente molte vittime in Sardegna a causa delle attività militari nelle basi. Persone che sono nate con delle modificazioni genetiche, cioè che a causa delle contaminazioni provocate da queste attività, sono nate con malformazioni. Ci sono persone in uno stato di grande sofferenza. E quindi ho consegnato questi dossiers insieme a un testo che abbiamo commissionato, unitamente a venti associazioni di cui è capofila l’associazione Abbasso la guerra, a IALANA, l’International Association of Lawyers Against Nuclear, sulla illegittimità della presenza di armi nucleari in Italia. Questi due materiali sono stati consegnati alle due europarlamentari con un chiaro invito a compiere una missione di ascolto e di visita alla Sardegna.

Che aria si respirava durante i vostri tavoli e cosa è emerso di significativo dal lavoro seminariale?

La presenza era di donne veramente molto affiatate in un atteggiamento orizzontale e di grande collaborazione. È stata un’iniziativa organizzata con pochissime risorse, basata su una precisa volontà di non arrendersi e non fare assolutamente passare certi messaggi ma contrastarli e fare chiarezza. Dimostrare tutta l’opposizione in maniera costante. Tra i risultati più importanti è stata emanata una dichiarazione sintetica contro l’uso delle bombe a grappolo e l’uso dell’uranio impoverito4. Le donne si sono divise in gruppi di lavoro che continueranno le loro attività in futuro. Un gruppo, su ispirazione dell’Osservatorio italiano contro la militarizzazione delle scuole, diventerà un osservatorio mondiale, e il tema verrà trattato da un punto di vista comparativo. Un secondo riguarderà il rapporto fra militarismo e ambiente, e un terzo continuerà a lavorare sulla manipolazione della risoluzione n. 1325 (2000) del Consiglio di sicurezza. Quindi sulla non militarizzazione delle donne e sull’investimento delle donne nella mediazione, nella prevenzione di conflitti e nella protezione delle vittime dei conflitti. L’ultimo gruppo verterà sul coinvolgimento del Sud globale, riconosciuto come appunto una delle grandi speranze anche rispetto alla possibile soluzione del conflitto russo-ucraino, e cioè l’idea del Brics e dei paesi del Sud Globale di aumentare il dialogo e il loro coinvolgimento. Un osservatorio molto importante, perché molti piani nazionali di attuazione della 1325 sono appunto sporcati dall’ ingerenza della NATO che invece ha fatto propria la risoluzione e ha cercato sempre più di investire in giovani donne nei ruoli apicali. E purtroppo molte ci sono cascate.

È molto interessante quello che emerge, perché c’è chiaramente la lotta al patriarcato e ai suoi mezzi più infimi nelle vostre istanze. Proprio perché i piani di guerra appartengono alla sua logica di autorità e ad una visione improntata ancora all’imperialismo e al colonialismo. Quindi, da qui la speranza riposta verso i paesi decolonizzati?

Sì, assolutamente. La consapevolezza che la Nato abbia un suo nocciolo molto legato alla dimensione occidentale, alla difesa armata e non democratica delle proprie prerogative è chiarissima. Infatti, le voci che si sono sollevate per raccontare i danni causati ovunque nel mondo, erano voci del Sud Globale. Gli incontri che si sono svolti il 7 e l’8 luglio sono proprio partiti con le analisi relative all’Europa per poi spostarsi all’Africa, al Nord America, all’America Latina, e poi a tutta l’Asia-Pacifico. C’erano voci mondiali e per questo è stato molto importante. C’è l’idea di rivedersi il prossimo anno a Washington, e soprattutto, considerando molto importante la funzione dell’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e per la Cooperazione, una delle proposte è di organizzare nel 2025 una grossa conferenza con una nuova impostazione sicuritaria che rispecchi invece i principi di Helsinki e quindi la cooperazione fra est e ovest. Così come la lotta comune ed unita verso i grandi problemi del mondo. Si è infatti anche parlato molto di dimensione culturale, cioè dell’importanza di fare cultura e arte nel pacifismo, e non è un caso che la convitata ucraina alla conferenza si occupasse di minoranze linguistiche. C’è poi stato chiaramente il riferimento anche alla guerra in corso in Ucraina che per noi può essere bloccata soltanto mettendo a tacere il militarismo.

Sono però rare le voci che parlino concretamente di trattative di pace e assistiamo invece a un’ulteriore escalation. Trovo quindi importante comprendere le caratteristiche delle donne nel diverso approccio alla risoluzione dei conflitti o anche alla loro prevenzione. Si possono delineare queste specificità?

Le donne sono vicine alle vittime, cioè non tollerano la perdita e la morte ed è per questa ragione che sono per la mediazione. Per le donne nel femminismo c’è l’egualitarismo, il ripudio della violenza. C’è invece la dimensione della non gerarchia, della non competizione, della collaborazione. La cifra delle donne è totalmente diversa ed è inaccettabile che abbiano proposto una politica estera femminista militarizzata che metta al centro la guerra. Che legittimi la guerra. Questo è stato un grosso tradimento dei valori e dell’impegno di generazioni e generazioni di donne che sono partite da altre convinzioni e che hanno specificato che la guerra è l’ultima cosa che debba avvenire. Ora siamo arrivati addirittura al punto che la pace deve essere ottenuta in maniera bellica. Ecco, questo è veramente un rimescolare le carte in tavola. E chi fortunatamente ha una forte identità, lo svela in maniera inequivocabile.

*L’articolo è stato pubblicato su Transform!Italia:  https://transform-italia.it/la-cifra-delle-donne/